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Geoff ANDREWS, Slow food. Una storia tra politica e piacere
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Sorto nel triangolo che tocca Bra, Alba e Barolo (memorabile il grido di battaglia "Il barolo è democratico, o quanto meno può diventarlo!"), in quelle stesse Langhe dove nel 1986 (l'anno di Chernobyl) morirono 19 persone per aver bevuto vino al metanolo, Slow Food conta oggi oltre 100.000 sostenitori in 132 paesi, con sedi sulle colline del Wisconsin o in Senegal. Come ha fatto questo movimento, nato ai margini della sinistra italiana per impulso di Carlo Petrini - in zona Arci e "Manifesto", mentre imperversavano "Milano da bere" e Reaganomics - a mettere radici in paesi con tradizioni e culture tanto diverse come gli Stati Uniti, la Germania, la Romania post-comunista, il Messico? Come ha conquistato ristoratori e intellettuali metropolitani, contadini e no-global, gastronomi autodidatti e chef professionisti, attirando contemporaneamente i consumatori edonisti del primo mondo e gli agricoltori diseredati del terzo? Le risposte stanno forse nella capacità di offrire - con il richiamo alla genuinità, ma anche al piacere del cibo - un'alternativa credibile alla globalizzazione della "fast life".

Geoff Andrews, giornalista e scrittore, insegna alla Open University (UK). Conoscitore del nostro paese, ha pubblicato tra l'altro "Not a Normal Country. Italy after Berlusconi" (2005), tradotto come "Un paese anormale. L'Italia di oggi raccontata da un cronista inglese" (Effepi Libri, 2006).

Collana "Intersezioni", Bologna, Il Mulino, pp. 232, euro 15.

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