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Il primo discorso all’Unione di Donald Trump
Washington, 31/1/2018
rubrica
  • lettere internazionali

I vuoti di memoria del presidente. Dalla fondazione, nel 1949, a oggi non era mai successo che la Nato, la principale alleanza politico-militare degli Stati Uniti, mancasse di essere citata nel discorso del presidente sullo stato dell’Unione. Donald Trump, l’altra notte, nel suo primo messaggio formale al Congresso e al popolo americano ha dimenticato la Nato, così come l’Unione europea, anzi tutti i Paesi europei, nessuno dei quali è stato citato in un discorso di ben cinquemila parole (più o meno venti pagine, per intenderci). Nemmeno Russia e Cina hanno trovato spazio nel testo, citate una sola volta, di passaggio, come “rivali” degli Stati Uniti. Perfino Israele, una costante preoccupazione di tutti i presidenti americani negli ultimi settant'anni, è citato una sola volta, a proposito del trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme.

Il mondo di Trump è un’entità minacciosa, dove si aggirano “rogue regimes, terrorist groups”, Stati-canaglia e gruppi terroristici, ma non ci sono problemi comuni, soluzioni da cercare insieme, terreni di cooperazione. Vengono citati quattro “regimi dittatoriali” (Cuba, Venezuela, Iran e Corea del Nord) ma né il riscaldamento globale, né l’inquinamento o l’innalzamento del livello dei mari trovano posto. Perfino il Messico, che era stato al centro della sua campagna elettorale nel 2016, è citato solo una volta, a proposito del famoso muro da costruire lungo la frontiera, che però è stato assai meno enfatizzato di quanto non avvenga di solito.

Il centro del discorso di Trump, in compenso, è stata l’economia americana, di cui ha vantato gli “incredibili” successi da quando è diventato presidente, omettendo naturalmente di precisare che il buon stato di salute dell’economia è semplicemente il proseguimento del trend positivo degli anni di Obama, una lenta ripresa dopo la crisi del 2008, che solo adesso sta mostrando i suoi frutti. Trump ha presentato come un evento epocale la riduzione delle tasse che è diventata legge in dicembre, senza precisare che ovviamente i suoi effetti macroeconomici si vedranno solo nei prossimi mesi e anni. Ha promesso un piano massiccio di intervento per migliorare le infrastrutture, ma questo faceva parte già delle promesse elettorali e il discorso non ha fornito alcun elemento specifico per capire quali saranno le priorità e i tempi.

L’altro tema su cui Trump si è soffermato a lungo è stata l’immigrazione, responsabile a suo dire di quasi tutti i mali di cui soffre l’America, in particolare il traffico di droga e la criminalità. Ha enfatizzato il pericolo delle gang giovanili latinoamericane citando il caso di Long Island, dove due ragazzine erano state uccise nel 2016. Ha poi proposto un accordo ai democratici, proponendo di aprire un percorso di acquisizione della nazionalità per 1,8 milioni di giovani entrati negli Stati Uniti clandestinamente con i genitori in cambio però di una drastica revisione in senso restrittivo delle leggi sull’immigrazione.

Come vuole il format televisivo del discorso annuale dei presidenti, Trump si è attenuto al testo scritto, ha dato spazio ai numerosi ospiti scelti tra comuni cittadini, ha fatto i prescritti gesti di conciliazione verso i democratici e gli appelli a lavorare in modo unitario per il bene della nazione. Per una serata è apparso convincente. Resta da vedere che cosa resterà dei buoni propositi tra qualche giorno, o alla prossima raffica di tweet mattutini.

 

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