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L’ultimo dei veri partiti?
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È stato pubblicato da poco un bel libro, soprattutto un libro utile per chi si interessa delle vicende dei partiti e dei movimenti politici del nostro Paese: L’ultimo partito, di Luciano Fasano e Paolo Natale, edito da Giappichelli. L’ultimo partito è il Partito democratico, il solo grande partito sopravvissuto attraverso continue trasformazioni e ridenominazioni alla doppia crisi che i partiti italiani hanno conosciuto nell’ultimo quarto di secolo: quella dei primi anni Novanta, a seguito di Tangentopoli, e quella più recente, che ha condotto alla straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle. È il partito che ha raccolto l’eredità politica del Partito comunista e della sinistra democristiana e ha mantenuto forme organizzative e modelli di democrazia interna che assomigliano a quelli dei partiti di una volta. Sconvolgimenti di questa intensità e durata – il primo soprattutto – non ci sono stati negli altri grandi Paesi dell’Europa occidentale e solo di recente il loro sistema politico e i loro modelli di democrazia stanno risentendo dell’ondata populista e anti-europea conseguente alle difficoltà economiche e all’intensità dell’immigrazione.

Nato nel 2007 dalle radici dell’Ulivo, nei suoi dieci anni di vita il Pd ha già conosciuto tre significativi mutamenti di indirizzo politico, coincidenti con le tre leaderhip che si sono succedute: lasciando da parte le reggenze precongressuali di Franceschini (dopo Veltroni) ed Epifani (dopo Bersani), abbiamo avuto «il partito amalgama» di Veltroni (2007-09), il «partito vecchio stile» di Bersani (2009-13) e «il partito pragmatico» di Renzi (2013-17), come li definiscono Fasano e Natale. E faticosamente ci si sta avviando verso un quarto mutamento, sempre con Renzi al comando. Le cause e conseguenze di questi mutamenti sono descritte con grande dettaglio dai due autori e le lascio all’interesse e all’attenzione  di chi leggerà il libro. Qui vorrei accennare all’ultimo mutamento, e in particolare al passaggio tra Renzi 1 e Renzi 2.

Trattandosi di un libro di politologi seri, basato su accurate ricostruzioni fattuali, quest’ultimo passaggio – relativo a eventi futuri e imprevedibili – è solo descritto per quanto è già avvenuto, per i risultati del congresso che si è appena svolto, quello che ha portato appunto al Renzi 2. Non essendo un politologo ma solo un appassionato di politica (sì, ci si può ancora appassionare di politica!), poche considerazioni le ho avanzate nella prefazione al libro che gli autori mi hanno chiesto, e le riassumo telegraficamente. La prima è che l’indirizzo politico che Renzi 1 ha tentato di imprimere al partito è un indirizzo di sinistra liberale, aperto e competitivo verso il centro dello schieramento politico, in questo non dissimile da quello di Veltroni. La seconda considerazione è che, per imporre questo indirizzo, come presidente del Consiglio Renzi 1 ha cercato di attuare condizioni istituzionali di democrazia decidente, mediante una legge elettorale fortemente maggioritaria (tramite il ballottaggio, essa comunque avrebbe ricondotto il sistema a un confronto bipolare) e mediante una riforma costituzionale che escludeva il Senato dalla fiducia al governo. La terza considerazione è che questo secondo obiettivo è fallito, e ci ritroviamo oggi in un sistema elettorale proporzionale. È fallito perché Renzi 1 si è trovato solo, osteggiato nel suo stesso partito e isolato al di fuori: se con diverse scelte tattiche e con diversi atteggiamenti personali sarebbe riuscito a raggiungere entrambi i suoi obiettivi è problema al quale dedico qualche accenno nella prefazione al libro. La quarta considerazione è più positiva: Renzi 1 (confermato da Renzi 2) è comunque riuscito, a livello nazionale, a portare un partito in cui un indirizzo di sinistra liberale era del tutto minoritario a una situazione in cui è di gran lunga prevalente.

Prevalente nei numeri della direzione e della segreteria nazionali, ma non radicato nella cultura del partito, non compreso nelle sue implicazioni e, soprattutto, non accettato a livello locale: qui spesso prevalgono – e prevalevano da lungo tempo, assai prima dell’ascesa di Renzi alla segreteria – orientamenti eterogenei e spesso assai difformi da quelli nazionali. Come segretario del Pd, Renzi 2 ha di fronte un compito di grande difficoltà cui dedicare le proprie energie, se vuole perseguire nel lungo periodo i due obiettivi (sinistra liberale e democrazia decidente) che ha cercato di attuare dall’alto, come presidente del Consiglio. Occorre pazienza, dote che il segretario non ha sinora mostrato, insieme all’abilità politica e all’opportunismo di cui è ampiamente provvisto. Occorre comprensione delle logiche di un sistema proporzionale: in questo il segretario di partito, anche del partito di maggioranza relativa, non è necessariamente il candidato alla presidenza del Consiglio, come lo è invece in un sistema maggioritario.

Se però Renzi non si candidasse per il Pd come presidente del Consiglio nelle prossime elezioni politiche – a cominciare da Gentiloni ci sono altri che potrebbero svolgere bene questo compito – ciò verrebbe inteso come rinuncia a perseguire gli obiettivi sui quali ha vinto il congresso e come una vittoria di coloro – e sono molti, nel partito e fuori – che tali obiettivi avversano e che considerano l’attuale segretario del Pd come estraneo alla storia della sinistra. Questo sarà probabilmente un argomento decisivo nelle future scelte di Renzi 2.

 

[Questo articolo è stato pubblicato sul «Corriere della Sera» dell'8 luglio scorso]