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Teheran, 5/6/2017
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  • lettere internazionali

L’Iran dopo il voto. Il suo slogan in campagna elettorale è stato «Dobare Iran», «un’altra volta Iran». Il 19 maggio il presidente moderato uscente, Hassan Rouhani, si è assicurato un secondo mandato alla guida del governo della Repubblica islamica con il 57% dei voti. La maggioranza degli iraniani ha deciso di rinnovare la propria fiducia nell’uomo che ha traghettato il Paese nell’era del post-sanzioni, quella dell’implementazione dell’accordo sul programma nucleare di Teheran, firmato il 14 luglio del 2015 tra i Paesi 5+1 (Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e Regno Unito – più la Germania), l’Unione europea e l’Iran.

L’Iran Deal appare de facto blindato con una seconda presidenza targata Rouhani. Non è scontato, però, che il percorso avviato dal presidente iraniano negli ultimi quattro anni sia privo di ostacoli. Rispetto al 2013, ci sono nuove variabili da considerare: 1) in patria: la disoccupazione inchiodata al 12,8% e il fronte conservatore ricompattatosi, soprattutto in vista della successione della Guida Suprema, in un clima politico sempre più polarizzato; 2) all’estero: il presidente Usa Donald Trump che ha sigillato la sua alleanza con l’Arabia Saudita, nemico strategico di Teheran.

Tra speranza, capitale e innovazione a metà. «Un’altra volta, Iran», aveva chiesto Rouhani in campagna elettorale. E così è stato. Il presidente uscente ha battuto il suo principale sfidante, Ebrahim Raeisi, ultraconservatore e capo della fondazione Astan Quds Razavi che gestisce il santuario dell’ottavo imam sciita a Mashhad.

«Mi avete affidato le vostre speranze, sento il peso di questa responsabilità», ha detto Rouhani dopo la rielezione. «Prego Dio di essere degno portatore dei vostri sogni». Speranza è stato un concetto chiave anche della campagna elettorale 2013. Allora, la stampa iraniana lo aveva ribattezzato «lo sheikh diplomatico», «lo sheikh della speranza». Quattro anni fa, Rouhani correva contro il presidente uscente conservatore, Mahmoud Ahmadinejad. Puntava sull’esasperazione del Paese rispetto alla malagestio economica del suo predecessore, che aveva fatto schizzare l’inflazione al 40 per cento (poi ridotta al 9,5% da Rouhani) e duramente represso nel 2009 le proteste dell’Onda Verde.

Questa volta la battaglia era più difficile. Da un lato c’era il fronte conservatore rafforzatosi intorno alla figura di Raeisi, pronto a cavalcare il registro populista, al grido «dignità e lavoro agli iraniani». Dall’altro, invece, un fronte moderato orfano del suo leader storico ed ex presidente, il pragmatico Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, per anni «stabilizzatore» dei rapporti tra conservatori e riformisti. In questo fragile contesto si scontravano, e si oppongono ancora oggi, due prospettive politiche divergenti: quella della Guida Suprema, Ali Khamenei, e quella di Rouhani. Mentre il primo spinge per la perpetrazione di un assetto da soft war Iran vs Occidente, il secondo massimizza il soft power ai tavoli diplomatici globali e regionali.

Sarà, dunque, impervia la strada che Rouhani ha di fronte. Con la sua agenda neoliberale e aperta ai capitali esteri, dovrà affrontare diverse sfide.

Il primo scoglio interno è la disoccupazione. Il 12,8% degli iraniani, infatti, non ha un lavoro. Questo dato sfiora il 30% quando si tratta di giovani e il 44% se si stringe la lente sulla popolazione femminile. Rouhani ha proposto un piano di sviluppo che prevede 900 mila nuovi posti di lavoro l’anno, ma non è ancora chiaro come. Nel suo libro Sicurezza nazionale e sistema economico in Iran, già nel 2010, l’attuale presidente prospettava i contorni di una «strategia di produzione competitiva», volta a trasformare l’Iran in un Paese «avanzato e sicuro». Scagliandosi contro una legge del lavoro troppo ostica per chi vuole fare business, descriveva i sindacati come un intralcio. Di contro, su povertà e disuguaglianze sociali in aumento hanno trovato terreno fertile le istanze populiste dei conservatori.

La seconda sfida che attende Rouhani è rappresentata dalla diversificazione del sistema economico e il taglio – come egli stesso aveva promesso nel 2016 – del «cordone ombelicale» iraniano dagli introiti petroliferi. Il settore dell’hi-tech e la galassia variegata delle startup locali potrebbero rispondere a questa esigenza di indipendenza rispetto al petrolio, assorbendo inoltre una corposa fetta di giovani disoccupati altamente specializzati.

La terza – naturale conseguenza delle prime due – riguarda le libertà e i diritti civili, a partire dalla rete. In Iran, circa il 60% della popolazione usa internet (nelle città i numeri sono raddoppiati rispetto alle campagne). Ufficialmente, però, l’uso della rete è filtrato dal regime. Fronteggiare la disoccupazione giovanile e aprire all’innovazione richiederebbero un’implicita accettazione da parte delle autorità dei processi di trasformazione in atto nel Paese e quindi l’eliminazione del controllo capillare sui mezzi di comunicazione. E su questo piano, lo scontro ideologico potrebbe essere durissimo.

La dimensione internazionale. Infine, la lotta del presidente iraniano per far rientrare completamente il Paese nell’arena globale passa soprattutto dalla geopolitica.
Mentre gli iraniani votavano per le presidenziali, Donald Trump, volava in Arabia Saudita. «Unitevi a me, combattiamo insieme. […] L’Iran sostiene il terrorismo», diceva il presidente Usa ai regnanti sauditi e agli altri leader riuniti a Riyad. Con una retorica povera nel linguaggio e nei contenuti, esacerbava così divisioni settarie sfruttate da decenni dalla politica, allo scopo di giustificare le mire egemoniche regionali dell’Arabia Sunnita da un lato e dall’Iran dall’altro, che sono costate anche devastazione e guerra in Siria e in Yemen.

Finora, al di là della narrazione fortemente anti-iraniana di Trump, gli Stati Uniti hanno deciso di non sabotare l’accordo nucleare. Hanno mantenuto, infatti, la revoca delle sanzioni contro la Repubblica islamica, decisa dall’amministrazione Obama, che aveva fatto sperare in una distensione dei rapporti sull’asse Washington-Teheran.

La vera sfida di Rouhani sarà, dunque, restare in equilibrio. Ma a che prezzo?

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