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Presidenziali Usa 2016
Un finale incerto
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Gli esiti del cosiddetto big tuesday del 15 marzo sembravano aver chiuso o quasi la partita delle primarie soprattutto tra i democratici. Le pesanti vittorie di Hillary Clinton in Florida, Illinois, Missouri, North Carolina, Ohio suonavano come un’ipoteca sulla nomination. Così come quelle di Donald Trump ottenute negli stessi Stati, ad eccezione dell'Ohio dove, come da previsione, ha prevalso l'attuale governatore dello Stato John Kasich, hanno ulteriormente diviso e disorientato partito e sostenitori, costringendo l'astro nascente dell'establishment repubblicano, Marco Rubio, al ritiro dalla corsa. Tuttavia, malgrado il rassicurante distacco dell'ex segretario di Stato sullo sfidante Sanders e il consistente vantaggio del magnate newyorchese sul rivale Ted Cruz, tra i due schieramenti il quadro non è stabile e definito come a metà marzo.

Con le ultime due tornate di primarie che hanno chiuso il mese di marzo il baricentro della contesa si è spostato verso Ovest e verso gli ultimi due Stati ammessi in ordine di tempo nell'Unione, dal peso specifico per lo più simbolico, in termini di delegati in palio, Hawaii e Alaska. Tra il 22 e il 26 marzo Hillary Clinton è riuscita a prevalere nella sola Arizona, lasciando, come in parte preannunciato dai sondaggi, Washington, Utah, Idaho, Alaska, Hawaii al senatore del Vermont. L'Arizona da sola conta un numero di delegati appena inferiore a quello degli ultimi tre Stati citati messi insieme, ma in molti non hanno esitato a parlare di nuovo momentum per Sanders. Le ultime tre vittorie nel West sono state effettivamente un successo per Bernie, che dopo aver prevalso con percentuali del 70% alle Hawaii, del 73% nel Washington e addirittura dell’82% in Alaska, ha entusiasticamente annunciato di aver aperto la strada verso la conquista della nomination di luglio.

È evidente che le quotazioni di Sanders non sono mai state così alte dalla sua convincente partenza con la sconfitta di misura in Iowa e la vittoria in New Hampshire, ma, a oggi, l'unica vera sorpresa resta quella (8 marzo) del Michigan, dove tutti i sondaggi davano per scontata la vittoria di Clinton con picchi di quasi il 20% di distacco. Eppure le primarie aperte previste dal partito nello Stato del Midwest hanno ribaltato ogni previsione con la vittoria, per due punti percentuali, di Sanders. Un risultato così sorprendente rispetto alla media dei principali sondaggi nazionali e locali non si verificava dal 1984 in New Hampshire, quando Gary Hart ebbe la meglio su Walter Mondale, poi sconfitto da Reagan alle presidenziali con un distacco di nove punti percentuali, con tutti i sondaggi che lo davano perdente per almeno quindici punti.

Dopo lo shock del Michigan, che ha messo in crisi diversi analisti e sondaggisti, le primarie aperte non hanno concesso altre insperate vittorie a Sanders, nemmeno in altri Stati del Midwest con una base democratica simile a quella del Michigan, come Ohio e Illinois, dove Hillary ha consolidato il suo vantaggio nel Big Tuesday del 15 marzo.

Per lo sfidante di Clinton, i trionfi nel West sarebbero la dimostrazione che la sua coalizione si sta ampliando, riuscendo a coinvolgere anche la minoranza ispanica che negli Stati dell'Ovest è un blocco fondamentale della coalizione democratica. Piuttosto, una delle tendenze più consolidate, per Sanders, sembra quella di superare le aspettative negli Stati dove sono i caucus a decidere la partita, come confermato dalle sue performance in Washington, dove è andato oltre al 15% della media dei sondaggi, e poi ancora in Utah, Idaho e Alaska. Negli undici Stati dove, tra vittorie e sconfitte, ha superato il suo obiettivo minimo, solo tre scelgono il candidato con le primarie classiche. I caucus sono spesso dominati nei dibattiti che portano al voto dai sostenitori più radicali dei democratici, accendono la passione dei giovani liberal e si svolgono tutti negli Stati dove la minoranza afro-americana, il più forte blocco elettorale filo-Clinton, ha una rappresentanza sotto il 10% della popolazione.

Restano solo due caucus nella corsa alla nomination: il Wyoming (dove si voterà il 9 aprile) e il North Dakota (7 giugno), mentre in tutti gli Stati con percentuali di afro-americani superiori al 10% - su tutti New York e Pennsylvania – sono previste le primarie. Al momento a Sanders servono 988 delegati per raggiungere la soglia della nomination (circa il 57% dei totali ancora in palio) e negli Stati più popolosi come California, New York, New Jersey e Pennsylvania, al momento, Hillary Clinton conserva dei vantaggi previsti molto considerevoli.

Le primarie del 19 aprile dello Stato di New York, su cui si sta spostando già da ora l'attenzione di media e finanziatori, chiariranno certamente il quadro per cogliere la credibilità del nuovo momentum di Sanders. Lo Stato di New York ha un valore simbolico molto significativo: è lo Stato in cui Sanders è nato, nel 1941, a Brooklyn, dove Hillary si è imposta come senatrice per due mandati dal 2001 al 2008 e dov'è nato lo stesso Donald Trump, favoritissimo nei sondaggi sulle primarie repubblicane dello Stato.

Tra i repubblicani, in mancanza di appuntamenti altrettanto significativi, gli ultimi giorni del mese più importante delle primarie americane si sono chiusi con la vittoria in Arizona di Trump, il quale conserva un vantaggio di circa 270 delegati sull'unico rivale tecnicamente ancora in corsa, il quarantacinquenne senatore texano Ted Cruz. La campagna si è accesa su grandi temi che hanno infiammato l'opinione pubblica con una escalation di uscite molto dure di Trump in termini di aborto, convenzione di Ginevra e violenza sulle donne che sembrano aver ridato uno spirito di unità al fronte moderato, sempre più preoccupato dalle performance del candidato anti-establishment. Se Trump minaccia di correre da solo in caso di sconfitta, altri veterani del partito come Steve Munisteri, ex leader dei repubblicani in Texas, Diana Waterman, leader del partito in Maryland e lo stesso candidato moderato John Kasich non escludono l'idea di unire le forze attorno a un nome moderato da lanciare per le presidenziali, qualora Trump dovesse raggiungere la soglia dei 1237 delegati. La sfida tra i repubblicani è ancora lunga e piena di insidie per lo stesso Trump, che pur riuscendo a intercettare dei blocchi elettorali molto diversificati ed eterogenei nelle diverse aree del Paese, ha davanti ben dieci appuntamenti dove il sistema di allocazione dei delegati è il winner-takes-all (maggioritario secco) o winner-takes-most (maggioritario secco solo con più del 50% delle preferenze), a partire dal Wisconsin (5 aprile) fino alla California (19 aprile), dove Trump, al momento, prevale in tutti i sondaggi.

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