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Il pasticcio delle elezioni per la Consulta
rubrica
  • Identità italiana

L’evolversi della vicenda delle elezioni di tre giudici della Corte costituzionale in corso al Parlamento è di quelle che meriterebbero più attenzione e dibattito di quanto ce ne sia. Al momento ci sono severi moniti da parte del presidente Mattarella, dei presidenti Grasso e Boldrini, nonché una iniziativa di protesta dei radicali. Purtroppo tutto finisce sostanzialmente qui e non è un bel segnale.

Non c’è infatti solo il problema, che già non sarebbe piccolo, di un organo costituzionale, il Parlamento, incapace di adempiere al dovere costituzionale di rispettare il funzionamento di un altro organo costituzionale, cioè la Corte. Già sarebbe un bel pasticcio, ma non ci si ferma qui. Infatti per come si sta sviluppando la vicenda si colgono due debolezze strutturali che in una democrazia dovrebbero preoccupare e non poco: una è la sostanziale ignoranza da parte di una componente non certo piccola dei parlamentari di cosa sia una Corte costituzionale; l’altra è il rifiuto da parte dei partiti di considerare cosa significhi la ricerca di maggioranze qualificate nel nostro sistema parlamentare.

Per quel che riguarda il primo punto si deve esaminare l’obiezione avanzata da più parti (i 5 Stelle sono i più aperti nel farlo, ma molti si accodano) secondo cui non sarebbe accettabile che si eleggano dei giudici che hanno una valutazione positiva della attuale legge elettorale che è stata denunciata alla Corte per violazione di principi costituzionali. Ci si aggiunge che non è accettabile che vengano indicati candidati che hanno alle spalle chiare militanze politiche.

Innanzitutto andrebbe fatto rilevare a questi improvvisati costituzionalisti che la Corte è formata da 15 membri, 5 dei quali di nomina delle alte magistrature e 5 del capo dello Stato. Tre nuovi membri, ammesso e non concesso che fossero davvero pasdaran dell’Italicum, non si vede come potrebbero da soli sconfiggere i restanti 12 membri. Naturalmente si pensa che invece fra quei 12 ci sia già un numero sufficiente per fare una maggioranza di giudici che condividono quel giudizio positivo. Ebbene, se così fosse, si dovrebbe cominciare a riflettere se forse l’Italicum non meriti le preclusioni che animano coloro che non vogliono alla Consulta dei suoi presunti sostenitori.

Qui però c’è una questione ancora più grave. La Corte non è chiamata a decidere se l’Italicum sia buono o cattivo, opportuno oppure no. Sono chiamati semplicemente a decidere se leda o meno principi fondamentali della Costituzione. Tutte le leggi elettorali, anche se non presentano problemi di costituzionalità, possono essere giudicate buone o cattive, opportune o inopportune. Solo che questo giudizio spetta alle maggioranze parlamentari non alla Corte: sono quelle che devono cambiare una legge se non la giudicano opportuna, nonostante essa non presenti profili di incostituzionalità.

Ma la questione davanti al Parlamento è tutta politica e non tiene in alcun conto i profili dei candidati e la loro adeguatezza o meno a fare il mestiere, cioè a pronunciarsi con competenza su questioni di costituzionalità. Se non fosse così, non ci sarebbe spazio per bocciature o promozioni in blocco, poiché il carattere sbagliato di questa procedura è proprio avere impostato una volta di più la scelta dei nuovi giudici nel contesto di un «pacchetto». Infatti è per questo che la battaglia è aspra e insolubile. Infatti il pacchetto è, inutile negarlo, una mediazione a tre, ma con tre soggetti asimmetrici. Infatti da un lato c’è il partito di maggioranza relativa (il Pd), dall’altro l’ex partito che rappresentava l’alternativa bipolare (FI), che però oggi non è più in grado di esercitare quel ruolo (e infatti i suoi alleati, a cominciare dalla Lega, si sfilano), e sul terzo versante i partiti presunti centristi che non rappresentano alcuna componente determinante del paese (né Alfano, né quelli che si inventano di difendere il principio, inesistente, della necessaria presenza di esponenti del cattolicesimo democratico). L’aver lasciato fuori la vera terza gamba del sistema partitico attuale, cioè i 5 Stelle, è un errore politico.

Certo quelli hanno sbagliato tutte le mosse pretendendo non di essere presi in considerazione, ma di dettare le regole a tutti per mostrare il loro potere di veto, il che lede il principio per cui una richiesta di maggioranza qualificata impegna tutti a trovare punti di mediazione, non a cercar di imporre diktat (fra il resto poco ragionevoli, perché non distinguono fra i candidati).

Come se ne esce? Le proposte integraliste non servono a nulla. Per esempio azzerare tutte le proposte del “pacchetto” è un regalo a chi gioca a ribaltare il tavolo e un pregiudizio inaccettabile verso un candidato, lo diciamo senza alcun imbarazzo, assolutamente adeguato come è Augusto Barbera (e su questo punto il comportamento di pezzi delle minoranza dem e dell’estrema sinistra è davvero poco commendevole). Occorre invece che da un lato il centro-destra si ricomponga attorno ad una candidatura altrettanto autorevole e meno di bandiera interna e dall’altro che i 5 Stelle accettino non di voler giudicare solo i candidati degli altri, ma anche di far giudicare il proprio che parimenti deve avere le caratteristiche giuste (peraltro la candidatura che hanno presentato non ha incontrato critiche a questo proposito). I piccoli partiti devono accettare che la loro posizione non li fa titolari di un diritto ad intorbidire le acque.

Senza questa ragionevolezza il Parlamento continuerà a produrre non la crisi di questa o quella maggioranza, ma la delegittimazione della sua funzione.

 

 

[Questo articolo è stato pubblicato anche su Mente Politica]

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