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Barcelona, 28/9/2015
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  • lettere internazionali

Una Catalogna spaccata a metà. Artur Mas e gli indipendentisti catalani cantano vittoria, ma una cosa è la propaganda altra la realtà del voto e le sue implicazioni politiche.

La mobilitazione indipendentista rilanciata con vigore dal 2011 ha segnato con le elezioni di domenica un punto indubbiamente a favore della secessione. Si è trattato di un voto espresso democraticamente da oltre il 77% degli elettori, percentuale che non si era mai vista, nè sfiorata, nelle consultazioni precedenti. Mas aveva chiesto un voto che sostenesse il progetto secessionista, e lo ha ottenuto. Dal voto è scaturito, infatti, un Parlamento catalano in cui le formazioni indipendentiste hanno la maggioranza assoluta (72 seggi). Madrid (nel senso del governo di Mariano Rajoy e del Pp nel suo complesso) non potrà continuare a far finta di nulla e a ignorare la domanda di indipendenza che proviene dalla Catalogna. La questione catalana si è imposta all’attenzione dell’opinione internazionale e delle istituzioni europee, che se non fossero latitanti come sono da tempo non sarebbero ricorse alla scorciatoia di considerarla una questione esclusivamente spagnola. Perchè è anche il vuoto dell’Europa e il deficit di integrazione che alimenta le derive centrifughe: ieri in Scozia, oggi in Catalogna, domani nei Paesi Baschi e in molti altrove.

Le notizie buone per Mas e gli indipendentisti, però, finiscono qui. Lo dice anzitutto l’analisi del voto (al 99,88% dello scrutinio). Junts pel Si, la coalizione vincitrice, ha ottenuto 62 seggi. I due partiti che la compongono, Cdc e Erc ne avevano attenuti assieme 71 nel 2012, anche se allora Cdc era in coalizione con Udc (come Ciu). Hanno perso quindi 9 seggi e non hanno la maggioranza in Parlamento. Per ottenerla devono contare sul sostegno della formazione della sinistra radicale, antagonista e decisamente secessionista, Cup, passata dai 3 seggi del 2012 ai 10 attuali.  Sommando i seggi di Junts pel Si a quelli della Cup si hanno 72 seggi, contro i 74 che Ciu, Erc e Cup avevano ottenuto nel 2012. Hanno perso quindi due seggi. Che corrispondono a quelli guadagnati dalle forze politiche non indipendentiste (Ciudadanos, socialisti, popolari e la coalizione tra Podemos e Icv). Se ne deduce che il forte incremento della partecipazione al voto ha premiato, sia pure di misura, le forze politiche contrarie all’indipendenza.

Un secondo dato riguarda il voto espresso in termini assoluti. Mas e gli indipendentisti hanno voluto attribuire alla consultazione il significato di un plebiscito. Dal voto esce una Catalogna spaccata a metà, con gli indipendentisti al 47,76% e i non indipendentisti al 48,09%. Quindi con entrambi gli schieramenti al di sotto del 50%. Sostenere che il popolo catalano si sia plebiscitariamente espresso a favore dell’indipendenza, dunque, più che una forzatura è una falsità.

C’è poi il voto di Barcellona (città e provincia), dove le forze indipendentiste hanno ottenuto meno della metà dei deputati eleggibili (39 su 85) e dove in termini percentuali non vanno oltre il 44,3% dei voti.

Anche sul fronte squisitamente politico, poi, il futuro di Mas e degli indipendentisti è tutt’altro che roseo. Junts pel Si  ha accorpato tradizioni e culture politiche diverse, che si sono aspramente confrontate in passato e la cui recente intesa sotto l’ombrello del nuovo Stato da costruire non potrà che essere precaria. Ma ancor più eterogeneo e instabile risulta lo schieramento indipendentista se si considera il peso numericamente determinante e il ruolo della Cup. Intanto perché la Cup ha fatto sapere da tempo che mai voterà  la conferma di Mas alla presidenza del governo catalano. Poi perché si tratta di una forza favorevole all’uscita dall’Ue e dall’euro. Potrà il partito di Mas, che rappresenta gli interessi del nazionalismo socialmente moderato ed europeista, convivere con l’antagonismo sociale della Cup, una formazione peraltro ferocemente critica dei tagli alla spesa pubblica e delle politiche economiche del governo in carica? Se ha senso richiamare gli insegnamenti della storia (e non è detto che lo abbia, ma chi fa lo storico di mestiere non può esimersi dal richiamarli), può non essere inutile ricordare che tutte le volte che la borghesia catalana di orientamento nazionalista ha sentito vacillare i propri privilegi a favore di una più equa distribuzione della ricchezza non ha esitato a schierarsi con la borghesia spagnola e a riporre negli armadi la bandiera dell’indipendentismo.

Evitando di avviare un negoziato con l’indipendentismo catalano, Rajoy e il suo partito lo hanno notevolmente rafforzato. Se, per esempio, avessero concordato un referendum consultivo, con un quorum e la soglia necessaria ad avviare una secessione nella legalità, il nazionalismo catalano avrebbe avuto oggi di che leccarsi le ferite. Non c'è chi non veda, infatti, l’assurdità di un processo di indipendenza che non gode di una vera maggioranza nel Paese e di una maggioranza qualificata in Parlamento. A maggior ragione se si pensa che in tutti i Paesi democratici le riforme costituzionali hanno bisogno di maggioranze qualificate  e che anche in quello catalano per una riforma dello Statuto è prevista la maggioranza qualificata dei due terzi (art. 222, 1b). Come convincere l’opinione internazionale e le istituzioni europee che una secessione ha rango inferiore a una riforma dello Statuto?

Si aspetta ora qualche segno di vita da parte di Rajoy, che, sia detto per inciso, sembra aver guardato più alle prossime elezioni legislative spagnole che alla Catalogna. Governare a Madrid contro la Catalogna paga. Ma non è detto che funzioni sempre.

 

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