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Città del Messico, 24/11/2011
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La festa dei morti. Nuevo Laredo, nel Nord del Messico, è situata appena a ridosso del confine con gli Stati Uniti. Qui ,il 14 settembre scorso, alle prime luci dell’alba, sulla strada che dal centro conduce verso l’aeroporto, gli automobilisti, ancora assonnati, intravedono due corpi straziati appesi sotto un ponte pedonale. È impossibile non vederli. I corpi presentano evidenti segni di tortura. Accanto a essi un cartello di minacce. I cadaveri sono dei redattori di due blog locali molto seguiti negli ultimi mesi: Frontiera al Rojo Vivo e El blog del narco. Il primo è un blog legato al quotidiano "El Norte", del gruppo Reforma. Il secondo un blog spontaneo, nato dall’iniziativa di due giovani nel marzo del 2010 per “informare su ciò che accade in Messico”. Dalle prime ricostruzioni pare che i due blogger siano stati uccisi perché responsabili, direttamente o indirettamente, di aver divulgato una notizia “sbagliata”, o semplicemente, nel linguaggio mafioso, per “dare un esempio”. Ma di cosa stiamo parlando? Quale esempio? Nel Messico di fine mandato Calderón, le mattanze si susseguono a un ritmo talmente sostenuto che si fa fatica a contarle. Un elenco senza fine, fatto di morti e di orrore, perché nel Messico di oggi la violenza viene mostrata spudoratamente senza senso, pudore e umana pietà. Si appendono cadaveri ai ponti, si espongono corpi senza testa per strada, dai lampioni ciondolano arti barbaramente mutilati. Un tempo il Messico era famoso per la Festa dei Morti, per il suo peculiare approccio al tema della morte, celebrata con musica, bevande, banchetti e immagini caricaturali. Oggi sembra che la morte, abbinata al terrore, abbia perso definitivamente anche i suoi antichi significati antropologici. Non mancano coperte e lenzuola stese con minacce o con la “firma”. Il 20 settembre scorso sono stati letteralmente scaricati da due camionette, in un trafficato incrocio di Boca del Rio, alle porte di Vera Cruz, quaranta corpi, cinque dei quali decapitati. Sul ponte che sovrasta l’incrocio faceva bella vista il lenzuolo con relativi avviso e firma. Le chiamano narco-mantas. In realtà, nel Messico dei nostri giorni, il prefisso narco viene anteposto praticamente a tutto. È iniziato l’ultimo anno della presidenza Calderón. Il prossimo 2 luglio i messicani saranno chiamati alle urne per le presidenziali. Probabilmente c’è da aspettarsi un ulteriore inasprimento del conflitto in corso.

La guerra al narcotraffico, ma sarebbe più corretto dire la guerra del narcotraffico, corre anche sulla Rete. I narcos si servono di internet per mandare i loro avvisi o semplicemente per rendersi visibili. Può sembrare strano, ma, a differenza del passato, la criminalità di oggi in Messico si basa proprio sulla visibilità. Per questo il controllo della Rete risulta fondamentale. In una guerra che ormai nessuno più sa nemmeno come definire, palesare le proprie mattanze,non serve solo a incutere terrore, ma diventa uno strumento “di consenso”. Già in precedenza i due blog erano stati accusati di amarillismo, la versione messicana di un giornalismo fatto di cadaveri, sangue e corpi sbattuti in prima pagina, con grandi foto a colori. Come se l’intensità di una guerra dipendesse, in qualche modo, dalle immagini pubblicate. I redattori si erano difesi, e continuano a farlo, sostenendo che l’assurdità non sta nelle notizie, ma in ciò che succede nel Paese. “Il criminale tipico della grande città […] realizza su scala ridotta quello che il caudillo moderno fa su grande scala. A modo suo sperimenta: avvelenamenti, disgrega cadaveri nell’acido, brucia corpi, in sostanza, converte in oggetto la sua vittima. L’antica relazione tra carnefice e vittima, che è l’unica cosa che rende umano il crimine, è scomparsa”. Parole che non vengono fuori da un blogger, ma da un libro scritto in un’epoca lontana, in un Messico che sembra non esistere più. Il libro è El labirinto de la soledad, l’autore Octavio Paz. Correva l’anno 1950.

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