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Praga, 18/12/2017
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Populismo o plutocrazia? Ano 2011 – il cui slogan è Bude líp, «Andrà meglio» – è il partito del magnate Andrej Babiš che lo scorso ottobre si è aggiudicato la vittoria alle elezioni legislative in Repubblica Ceca. Ano significa «sí» in ceco, ma è anche l’acronimo di «Azione dei cittadini insoddisfatti», mentre 2011 si riferisce all’anno di fondazione del movimento civico anticorruzione che fece da precursore al partito. Con circa il 30% dei suffragi e 78 seggi su 200 nella Camera Bassa di Praga, Ano è diventato di gran lunga il primo partito ceco; mentre il socialdemocratico Čssd, partito del primo ministro uscente Bohuslav Sobotka, con cui Ano governa dal 2013, si è fermato al 7,5%, in sesta posizione, perdendo i due terzi del proprio elettorato. Alle elezioni si è giunti a seguito della destituzione, a maggio, di Babiš da ministro delle Finanze da parte di Sobotka, a causa di una serie di scandali, fra cui una causa penale per evasione fiscale. Il risultato è quindi una sconfessione dell’operato dell’ex premier da parte dell’elettorato, e una vittoria personale per Babiš.

Ma chi è Andrej Babiš? Viene spesso descritto (con un filo di malizia) come la seconda persona più ricca del Paese. La sua fortuna (stimata in 4 miliardi di dollari da "Forbes") deriva dal colosso agro-chimico Agrofert, anche se recentemente Babiš ha diversificato le sue attività acquisendo Mafra, un gruppo editoriale che controlla alcuni dei principali media cechi, tanto cartacei quanto online. La provenienza dei capitali con i quali Babiš ha dato il via alla sua carriera imprenditoriale nei primi anni Novanta rimane avvolta dal segreto, invitando paragoni con altre biografie di oligarchi Est-europei nella caotica fase di transizione all’economia di mercato. Il suo stile organizzativo e di comunicazione politica, tuttavia, tende ad accomunarlo a esempi che ci sono più familiari, come attestano i ripetuti accostamenti tanto con Berlusconi quanto con Trump. Ano funziona come un partito aziendalista, con vari apporti di esponenti della società civile tenuti assieme da un nucleo forte di ex manager di Agrofert. Quanto alla retorica di Babiš, il messaggio principale che viene veicolato è un’opposizione antipolitica all’establishment istituzionale ceco, in nome di un efficientismo liberista ricalcato sull’organizzazione d’impresa.

La vittoria di Ano è stata accolta all’estero come l’ennesimo caso di trionfo populista e anti-europeista, in linea con la sequenza che conduce da Brexit alle elezioni tedesche. Babiš stesso è stato dipinto come uno dei responsabili della crisi della democrazia rappresentativa in Europa centrale. Tali giudizi sono in certo modo ingenerosi. Nel contesto politico regionale, Ano non rappresenta la sfida ideologica al liberalismo e alla separazione dei poteri che incarnano, per esempio, Fidesz in Ungheria o Diritto e Giustizia (PiS) in Polonia. Inoltre, l’eurofobia di Ano è notevolmente ridimensionata se considerata nell’ambito della tradizione politica ceca, spesso allineata alle posizioni dei Tories britannici su Bruxelles fin dai tempi di Václav Klaus. L’opposizione alle quote europee di rifugiati e le critiche alle politiche di asilo di Angela Merkel, per esempio, intercettano una posizione largamente maggioritaria nell’opinione pubblica nazionale, tanto che a proposito dell’ultima campagna elettorale di Ano si è potuto parlare di euroscetticismo opportunista. Dopotutto, gli eurodeputati di Ano siedono con i liberali di Alde a Strasburgo, mentre è il partito tradizionale di centrodestra Ods che, con il PiS, fa parte dell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei. Lo stesso Ods, contro le malversazioni del cui esecutivo (poi travolto dagli scandali nel 2013) era originariamente stato fondato Ano, accusa regolarmente Babiš di perseguire politiche di sinistra sotto mentite spoglie.

In questo senso, la vittoria elettorale non sembra prefigurare scelte di rottura, sulla falsariga di formazioni populiste di destra come il Front National o la Lega Nord. Il movente politico di Babiš pare al contrario più strumentale, legato a una serie di interessi imprenditoriali inevitabilmente dipendenti dalla potestà regolamentare dello Stato. Ne deriva un equilibrio abbastanza familiare fra popolarità diffusa e guai giudiziari.

Comunque si voglia valutare la proposta politica di Ano, è indiscutibile che abbia saputo dare forma a un umore nel Paese, la persuasione che la corruzione nella classe politica ceca fosse onnipresente. Il messaggio di rivolta anti-sistemica è risultato credibile: Babiš si è potuto presentare come estraneo ai compromessi ineludibili dai politici di professione. Quel che offre un partito aziendalista come Ano e un leader con risorse finanziarie enormi, in altre parole, è la promessa di svolgere la funzione di intermediazione politica in maniera gratuita. In analogia formale con i settori d’avanguardia dell’economia contemporanea, Ano ha invitato gli elettori cechi a pensare alla propria rappresentanza politica come se fosse una casella di posta elettronica, qualcosa il cui prezzo al consumo è pari a zero. Che ciò rappresenti un trade-off implicito da parte dell’elettorato fra micro-corruzione del personale politico di base e conflitti d’interesse macro al vertice è però un dubbio che può avere qualche fondamento.

 

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