Il disastro che ha coinvolto il volo Barcellona-Düsseldorf ha reso evidente, ancora una volta di più, di che pasta è fatta l’immensa superficie visibile della nostra società mediatica: quella di una trasformazione della tragedia in spettacolo fruibile e ossessivo. Perché è questo ciò di cui siamo indotti a nutrirci ogni giorno; esca verso la quale siamo calamitati quasi al di là di ogni possibile resistenza. Le grandi parole, di cui ci riempiamo la bocca per questioni ben più marginali di questa, come rispetto e dignità, sono fagocitate e triturate dal sistema comunicativo come fossero noccioline comprate in un distributore automatico. Fin dai primi momenti è stato chiaro che non sappiamo più sopportare l’incerto, neanche per una manciata di secondi. La favola della scienza, che usa i mezzi di comunicazione di massa per diffondere la sua novella, ci ha assuefatti alla necessità che per tutto ci debba essere una spiegazione chiara, indubitabile, assolutamente certa perché provata su basi inconfutabili.

Di questo si è riempito il nostro immaginario, ma anche le nostre discussioni, nel tempo in cui sarebbe stato opportuno un silenzio di attesa e un pensiero umano per tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia. Ma appunto, tutto questo è divenuto letteralmente insopportabile per noi, devoti della presa diretta ovunque e con chiunque. Vissuti trasformati in reportage, dolore piegato alla notizia a ogni costo, e una valanga di parole basate sul niente di cui disponevamo nelle ore immediatamente successive al drammatico incidente. Segni evidenti che non siamo più capaci di un verace lutto collettivo, quello che toglie a ogni parola non solo senso ma anche legittimità.

E ora, che sembra farsi luce qualche dato che permetta qualcosa di più di una congettura usa e getta (perché bisogna pur riempire ore di trasmissione, pagine di giornale, per non parlare della rete che deve produrre qualcosa di nuovo ogni dieci minuti per essere accattivante), ripiombiamo nella medesima ossessione di una parola inconfutabilmente certa che ammansisca i fantasmi delle nostre paure: tutto deve essere sotto controllo, tutto deve essere rinvenibile, tutto deve essere analiticamente certo.

Così è partito il nuovo circo, quello che ci vuole ammaestrare sul fatto che sia possibile individuare l’imponderabile nei tessuti profondi dell’umano (chiamateli psiche o spirito, a seconda del gusto di ognuno). Insomma che ci siano tecniche dell’anima in grado di riscontrare qualcosa che neanche i legami più stretti fra le persone (siano essi lavorativi o affettivi) sono in grado di percepire – e chiunque abbia vissuto questi legami sa bene che qualcosa dell’altro pur sempre ci sfugge, senza che ci sia possibile dire una parola ultima sulla qualità di questa ignoto umano che attraversa la vita reale e quotidiana.

Sarebbe uno slancio di civiltà e di umanesimo accompagnare il lutto dei parenti, degli amici, delle persone impegnate in loco per riconsegnare i morti agli affetti dei loro cari, imparando a sopportare per qualche tempo che la vita non è un’equazione matematica ma è fatta anche dell’imponderabile – in tutta la sua ambiguità.