Alain Touraine, classe 1925, è senz’altro uno dei sociologi contemporanei più conosciuti e tradotti. Autore prolifico e costantemente presente nel dibattito politico internazionale sui temi della democrazia, del multiculturalismo o della critica al liberalismo economico, ha dedicato la sua opera principalmente all’analisi del mondo del lavoro e dei movimenti sociali, in particolare in Europa e in America Latina, anche se a partire dalla fine degli anni Ottanta il baricentro della sua riflessione si è spostato sull’analisi del soggetto individuale nelle società post-industriali.

Complessivamente la sociologia di Alain Touraine si caratterizza per la centralità assegnata alla nozione di azione e di attore sociale e per la sua ostilità nei confronti delle concezioni funzionaliste o strutturaliste della società – a suo parere troppo centrate sul tema dell’ordine e della dominazione – nonché per l’attenzione nei confronti dei cambiamenti storici, in particolare del passaggio da una società industriale a una società post-industriale. Nel corso delle sue ricerche Alain Touraine ha sempre sottolineato il tema classicamente illuminista dell’emancipazione dell’attore: sebbene questi prenda forma in un tipo di società da cui non può essere del tutto indipendente, conserva pur sempre quel margine di libertà e di autonomia che gli permette di influire sul cambiamento sociale oltre che sul suo stesso percorso personale.

All’interno delle diverse correnti della sociologia la posizione di Touraine si caratterizza quindi per la sua vocazione umanistica, influenzata dalla tradizione esistenzialista e fenomenologica dominata, in Francia, da Sartre – da cui Touraine si è però distanziato criticamente – oltre che per la sua duplice lontananza tanto dalle teorie dell’attore razionale, quanto dalle teorie post-moderne del «soggetto debole». Dopo aver a lungo lavorato – dalla fine degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Ottanta – intorno al tema della «produzione della società», attraverso la sociologia del lavoro e dei movimenti sociali, Touraine si è interessato alle trasformazioni più strutturali della tarda modernità e in particolare ai suoi processi di de-istituzionalizzazione, all’interno dei quali emerge con sempre maggiore chiarezza la centralità dell’attore individuale. Questo cambiamento strutturale si caratterizza inoltre per quella che Touraine definisce come la separazione crescente tra oggettività (delle leggi e degli interessi) e soggettività individuale per la quale nessuna legge è più naturale o automaticamente interiorizzata con la socializzazione; ciò che si verifica con l’avvento della tarda modernità è dunque la separazione ancora più radicale tra l’esteriorità della vita e la sua interiorità soggettiva, tra pratica strumentale e sentimenti. Questo lascia il soggetto sempre più solo, disorientato e affidato a se stesso, come sottolineato anche da altri sociologi contemporanei come Ulrich Beck e Zygmunt Bauman; secondo Touraine tuttavia questo processo viene accentuato anche dal fatto che la tarda modernità ha prodotto un netto distacco e una polarizzazione radicale tra due correnti di pensiero: l’una centrata sul mercato, la razionalità, la tecnica, la globalizzazione, l’altra centrata sulla comunità, sui fondamentalismi, sul bisogno di identificazioni forti.

Secondo Touraine dalla crisi della modernità si apre anche un nuovo inedito spazio per l’affermarsi del soggetto individuale, ovvero proprio da queste polarizzazioni possono nascere occasioni di maggiore autonomia e realizzazione di sé

Tuttavia secondo Touraine dalla crisi della modernità si apre anche un nuovo inedito spazio per l’affermarsi del soggetto individuale, ovvero proprio da queste polarizzazioni possono nascere occasioni di maggiore autonomia e realizzazione di sé. Infatti quella che Touraine chiama la de-istituzionalizzazione della società e la dissociazione tra attore e sistema ha, da un lato, esposto gli individui a nuovi rischi di manipolazione ma, dall’altro lato, ha offerto a questi stessi individui nuove opportunità di libertà, in precedenza impossibili proprio a causa della pregnanza del controllo sociale sulle persone. In questo senso il soggetto, a cui Touraine si riferisce soprattutto nelle sue opere più recenti, si delinea come «lo spazio che si definisce nel rapporto dell’individuo a se stesso», libero da essenze e da appartenenze comunitarie, ma anche da logiche puramente strumentali. La necessità di prendere sul serio la duplice figura dell’attore sociale – colui che è in grado di agire in autonomia – e del soggetto – l’elemento morale ed esistenziale dell’individuo – caratterizza dunque il percorso più recente di Touraine e il suo modo di guardare al cambiamento sociale.

Per questa breve intervista abbiamo deciso di partire da due delle sue ultime opere, Un nouveau paradigme (Fayard, 2004; trad. it. 2007) e Penser autrement (Fayard, 2007); entrambi questi lavori infatti sono dedicati all’analisi del cambiamento strutturale nella cosiddetta tarda modernità che caratterizza le società post-industriali e dell’informazione, ma soprattutto si tratta di libri in cui si sostiene la necessità di cambiare la prospettiva e gli strumenti con cui si analizza questo stesso cambiamento sociale, invitando le scienze sociali a rivedere i loro strumenti analitici.

PR Ho cominciato quindi con il chiedere a Touraine quali osservazioni si potrebbero aggiungere oggi, in una fase di crisi da molti descritta come un’occasione per superare il neo-liberismo economico.

AT Direi che è effettivamente diventato sempre più difficile parlare di cambiamento sociale, soprattutto in questo periodo storico in cui non è azzardato immaginare che i Paesi europei vadano verso un periodo più o meno lungo di crisi economica, di disoccupazione stagnante e di diminuzione anche brutale e improvvisa del tenore di vita medio delle persone. Dunque da un punto di vista puramente descrittivo si può dire che stiamo già vivendo un momento di passaggio e di cambiamento del tutto rilevante, anche a causa della sua rapidità. Se invece guardiamo a quanto sta succedendo da un punto di vista analitico possiamo dire che diventa più che mai urgente rivedere gli strumenti concettuali con cui fino ad ora, come sociologi, abbiamo analizzato la società. Per esempio, per quanto mi riguarda, è da tempo che vado dicendo che la globalizzazione è stata il trionfo – almeno tecnicamente parlando – del capitalismo, ma soprattutto della separazione degli attori economici dagli altri attori sociali: è sotto gli occhi di tutti che l’economia è diventata un sistema sempre più indipendente e difficile da controllare, il che ha diminuito la capacità di bilanciamento che un tempo avevano le socialdemocrazie e gli stati-nazione. Oggi appunto tutti ne sono consapevoli ma il cambiamento era in corso da tempo; in queste settimane i governi sono riusciti a malapena a contenere possibili catastrofi ma non certo a interrompere la crisi. La separazione dell’economia finanziaria dalla società reale è ormai totale, tutto ciò che legava l’economia alla società – attraverso norme, valori, istituzioni, sistemi di controllo – è stato demolito, di fatto è diventato impossibile fare un programma di sviluppo urbano, di politica di monitoraggio e controllo delle condizioni sociali della popolazione di una città, è impossibile qualunque tipo di pianificazione. Ciò che è accaduto è che attraverso questa separazione dell’economico si è verificata una destrutturazione pressoché totale delle istituzioni di una società. Quello che è avvenuto dimostra insomma in modo plateale quello che dico da molto tempo: la nozione di società non ha più senso anche se per comodità continuiamo a parlare di società italiana o di società francese, ma questo non vuol dire praticamente più nulla.

PR Si tratta dunque di un cambiamento «reale», empirico che richiama la necessità di una revisione del concetto stesso di società…

AT Certo non si tratta solo di rivedere gli strumenti della sociologia classica, dove si pensa che norme e valori siano selezionati in funzione della loro utilità per il funzionamento di un sistema sociale, ma di prendere coscienza che questo modo di pensare il sociale è finito da tempo, anzi direi che è entrato in crisi già negli anni Sessanta con i movimenti per i diritti civili americani che hanno mostrato attraverso le loro rivendicazioni che è impossibile pensare alla società come a un sistema autoregolato.

Oggi l’individuo fa parte di mondi diversi: lavoro, consumo, comunicazione, ciascuno dei quali ha un suo sistema di pressioni e di dominazioni

PR Si potrebbe dire che i processi di individualizzazione innescati e rappresentati anche da questi movimenti, che avevano una natura prevalentemente culturale e di rivendicazione di libertà personali, sono poi stati potenziati dallo stesso sistema economico?

AT È quello che è accaduto e ora siamo davanti a due polarità: da un lato un sistema economico fuori controllo che si muove sopra le nostre teste staccato da tutto il resto e dall’altro lato un individuo sempre più isolato e abbandonato a se stesso, un’immagine che ritroviamo anche in molti scrittori contemporanei – penso per esempio al romanzo di Houellebecq Le particelle elementari – e in generale negli artisti contemporanei. Tuttavia è necessario chiarire anche di che individuo stiamo parlando, chiarire in che modo usiamo questo concetto. Non bisogna infatti confondere l’individuo con l’individualismo, è semplicistico dire che l’individualismo è l’espressione dell’economia liberale e del «ciascuno per sé», dove tutto diventa disordine, criminalità, legge della giungla. La realtà è molto più complessa: c’è per esempio la tendenza a sostituire i legami sociali propri della società come sistema, con legami più caratteristici della comunità, ovvero comunità di simili con le stesse identificazioni, dove tutti la pensano allo stesso modo, il che è a mio parere sempre un’espressione dell’individualismo. Bisogna però soprattutto cercare altri modi di analizzare questo emergere dell’individuo nel contesto storico attuale. In breve il mio ragionamento è il seguente: nella società industriale l’individuo, principalmente come lavoratore salariato, era inserito in un sistema di produzione e in un sistema di dominazione che alimentava conflitti all’interno di questo stesso sistema di produzione; al di fuori del mondo del lavoro lo spazio per l’individuo era assai ridotto. Oggi l’individuo fa parte di mondi diversi: lavoro, consumo, comunicazione, ciascuno dei quali ha un suo sistema di pressioni e di dominazioni, bisogna quindi difendersi in quanto cittadini, lavoratori, consumatori, pertanto ci si difende globalmente in quanto «persone». Questo avviene in un contesto in cui la legittimazione dei miei diritti e dei miei doveri non arriva più dall’esterno, dalla nazione, da Dio o dal partito, l’individuo può appoggiarsi solo a se stesso o eventualmente ad altri individui singoli. Questo secondo me si traduce in una forma che non possiamo definire individualismo, quanto piuttosto come una rivendicazione del soggetto ad essere se stesso, ovvero a essere padrone della propria esistenza, che concretamente si esprime nel lavoro, nei consumi, nell’esercizio della cittadinanza. Come dice Hannah Arendt ciò che definisce l’essere umano è «il diritto ad avere diritti» e quello che io definisco come soggetto è proprio l’individuo che diventa soggetto di diritti ovvero che può dire «sono il fondamento dei miei diritti». Questa è la nuova sfida; adesso che la società industriale con la sua capacità di fornire una cornice è finita non bastano più le convenzioni collettive e vediamo bene che c’è qualcosa di estremo, che sfugge al controllo di chiunque, nelle scene di dolore e morte che accadono nel mondo, nella precarizzazione del lavoro, nella marginalità di quote crescenti di popolazione. Non c’è più un nemico da combattere, è quasi un combattere individualmente contro la morte e la dissoluzione…

 

[Queste sono le prime quattro pagine dell'intervista, uscita sul numero 1/2009 della rivista, pp. 134-142. L'articolo completo si può acquistare qui]