Nella vita raccontiamo diverse storie. Le nostre giornate, gli amori e i disamori, le avventure cittadine e quelle che abbiamo vissuto da viaggiatori, da qualche parte del mondo. Ma raccontare la guerra... come si fa? Come si raccontano le vite a pezzi, le lacrime del prossimo e le tragedie umane? E come si ascoltano queste storie? Come si reagisce, sentendo tali racconti? Non so rispondere a nessuna di queste domande, ma provo a raccontarvi una storia. La storia di Anna Deul. Uno dei tanti racconti che si possono sentire ora a Varsavia, la mia città che attualmente ospita migliaia di rifugiati dall’Ucraina invasa dalla Russia.

Poche ore dopo l’attacco all’Ucraina in Polonia riceviamo le prime notizie sulla gente in arrivo. Sappiamo già che scappano da una guerra che non risparmia i civili, e che scappano in tanti. Su Facebook polacco si possono vedere centinaia di annunci “abbiamo una stanza a disposizione”, “possiamo affittare il primo piano di casa nostra”, “se serve un passaggio, scrivetemi”. Uno di questi annunci viene pubblicato da mia sorella e mio cognato il 26 febbraio. Mettono a disposizione un intero piano della loro casa situata in un paesino che dista 40 minuti dal centro di Varsavia. La risposta è immediata. Sappiamo che vengono da Kyiv. Aspettiamo, ma ci vogliono giorni. Devono passare per l’Ungheria. Non c’è altro modo. Le stazioni dei treni sono strapiene. Ovunque. Finalmente giungono a Częstochowa (circa 200 km da Varsavia) e mia sorella va a prenderli con la macchina. Arrivano in sei, due donne, tre bimbi piccoli e lei, Anna, una studentessa di 17 anni. Io e lei ci presentiamo tramite i social e circa una settimana dopo abbiamo la possibilità di incontrarci, abbracciarci e parlare. Anche se ho vent’anni in più, la sento molto vicina e si instaura subito un legame forte tra noi. Assomiglia tanto alle mie studentesse. Chiedo se posso raccontare la sua testimonianza. Lei dice di sì e aggiunge che la gente deve sapere.

Ho sentito questo nuovo e orribile suono: il fischio dei missili. È stato spaventoso. Anche ora che sono all’estero, continuo ad aver paura di ascoltare la musica

“Il giorno prima dell’inizio della guerra facevo delle prove di ballo: io e le altre ragazze stavamo preparando una coreografia da filmare e speravo che le voci sulla guerra rimanessero tali. Ci stavamo semplicemente divertendo, potevo stare seduta per ore a leggere un libro o ad ascoltare musica senza preoccuparmi di niente. Potevo uscire a fare una passeggiata coi miei amici o con mia sorella e godermi la vita. Questo era tutto quello che volevo in quei giorni. Il momento peggiore per me è stato la mattina [del 24 febbraio, N.d.A.]. Quando mi sono svegliata mia madre mi ha detto che la guerra era iniziata. È stato terribile. La Russia aveva lanciato dei missili contro una città vicino a Kyiv. Ho sentito questo nuovo e orribile suono: il fischio dei missili. È stato spaventoso. Anche ora che sono all’estero, continuo ad aver paura di ascoltare la musica. Abbiamo visto come già in precedenza tanta gente avesse tentato di lasciare Kyiv e per questo noi passavamo tutto il giorno ad ascoltare le notizie. La paura più grande per me arrivava di sera perché dicevano che proprio di notte potevano bombardare Kyiv. Questa notizia mi aveva colpito più delle altre, tanto che avevo paura persino di girare da sola per l’appartamento o di affacciarmi alla finestra. Di notte non dormivo e nella mia testa riuscivo solo a sognare i giorni che mi attendevano. Verso le 5.00 del mattino ho sentito qualcosa di molto rumoroso esplodere, mia madre si era svegliata per lo spavento e anche io ero terrorizzata. Abbiamo poi scoperto che a 2 Km da casa nostra le truppe ucraine avevano abbattuto un missile russo. L’esplosione era stata incredibilmente forte. Per sicurezza, quindi, abbiamo deciso di lasciare Kyiv. Così è iniziato il mio viaggio. All’inizio siamo andate da alcuni amici a Ovest, poi ci siamo spostate a Bukovel’ dove la Chiesa greco cattolica ci ha dato rifugio. Siamo rimaste lì solo un giorno. Mia madre aveva deciso che dovevamo andare all’estero, così, la mattina successiva, ci siamo dirette al confine ungherese. Da lì abbiamo raggiunto il campo profughi dove siamo state per molto tempo. Abbiamo poi raggiunto l’hotel più vicino. Il giorno successivo, grazie all’aiuto di un autista, abbiamo raggiunto la Polonia. Abbiamo attraversato buona parte dell’Ungheria, poi la Slovacchia e finalmente siamo arrivate in Polonia. Per prima cosa ci siamo dirette a Czestochowa. Abbiamo trascorso lì la notte e il giorno dopo mia madre ha detto che ci saremmo dirette a Varsavia. Ero molto felice. Quando la macchina è arrivata [la macchina della famiglia ospitante, N.d.A.], non capivo nemmeno cosa stesse succedendo. Ho dormito quasi per tutto il viaggio. Ed eccoci finalmente alla casa: sapevo chi ci avrebbe ospitato ma non li conoscevo. Ero molto felice quando siamo arrivate. Ero in viaggio con mia madre da circa sei giorni. Sono stati giorni difficili, ma adesso è tutto a posto. Siamo al sicuro. Sono molto grata a questa famiglia che ha deciso di condividere la sua casa con noi e che ci ha dimostrato tanta gentilezza e supporto. Crediamo nella vittoria dell’Ucraina e sappiamo che il nostro spirito è indistruttibile. Volevamo la pace, non la guerra. Che tutto questo rimanga nella storia per i posteri”.

Ora Anna e la sua famiglia provano a riconquistare la loro vita, sapendo che le cose non saranno mai più come prima, quando Anna ballava la musica coreana, quando sua madre partecipava come maratoneta ai giochi Olimpici di Londra o quando nasceva la sorella di Anna, Zlata, che ha solo 5 mesi e per fortuna è troppo piccola per capire dov’è suo padre, ma sicuramente abbastanza grande per sentirne la mancanza.

Da questa settimana Anna continua a studiare all’Università di Varsavia quello che sei mesi fa ha iniziato alla National Aviation University di Kyiv: relazioni internazionali. Studierà dunque anche la (sbagliata) politica internazionale i cui effetti hanno costretto milioni di ucraini a scappare dal loro Paese, a dormire in rifugi e in stazioni, a lasciare tutto quello che avevano per salvarsi la vita.

Penso comunque che per Anna (e per tanti altri come lei), le relazioni internazionali non saranno più solo quello. Sarà anche l’accoglienza a casa di mia sorella, le nuove amicizie che andrà a fare all’università e probabilmente sarò io che impacciata provo a salutarla in ucraino quando ci vediamo. Saranno queste le relazioni internazionali, perché le relazioni internazionali qui e ora le facciamo noi. Noi che arriviamo e noi che aspettiamo altri noi in stazione.

Dopo venti giorni dall’attacco all’Ucraina, Varsavia è diventata ormai una città quasi bilingue. Per le strade, soprattutto nel centro della città, si sentono entrambe le lingue: polacco e ucraino

Dopo venti giorni dall’attacco all’Ucraina, Varsavia è diventata ormai una città quasi bilingue. Per le strade, soprattutto nel centro della città, si sentono entrambe le lingue: polacco e ucraino. L’Università di Varsavia offre corsi gratuiti di lingua ucraina agli studenti e al personale, mentre i rifugiati interessati allo studio possono continuare gratuitamente la carriera universitaria prescelta. I polacchi comprano in massa vareniki (i ravioli tradizionali ucraini), i cinema organizzano proiezioni speciali per i bambini rifugiati, mentre sugli autobus di Varsavia sventolano le bandiere blu e gialle.

Al momento quasi ogni famiglia polacca ospita una famiglia di ucraini o aiuta specifici rifugiati. Superando le nostre divisioni interne cerchiamo loro una casa e un lavoro e spesso nelle conversazioni ci chiediamo vicendevolmente: “Come sta la vostra famiglia?”.

 

[L'autrice ringrazia Anna Deul per la sua testimonianza.]