Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Deumanizzare gli ultimi
, January 16, 2017

In questi giorni di freddo artico che ha avvolto l’Italia provocando vittime da gelo in varie parti della penisola, da Nord a Sud, ci si accorge, come ogni anno quando si verificano queste condizioni meteorologiche estreme, del problema dei senza fissa dimora che transitano, sopravvivono o muoiono nelle nostre città. Piani di emergenza vengono messi in atto per dare un tetto provvisorio a queste persone, volontari affiancano le istituzioni raccogliendo e distribuendo coperte, cibo caldo ecc. per gli emarginati. Poco però sappiamo di loro. Tendiamo a pensare che sia un problema di cui debbano occuparsi le istituzioni e non noi. A Milano non sono stati occupati tutti i posti predisposti per questa emergenza e un senzatetto ha perso la vita in un rifugio di fortuna. Il comune ha chiesto ai cittadini di segnalare persone che dormono all’addiaccio o in ricoveri di fortuna perché possano essere soccorsi e aiutati. Il problema è che noi cittadini preferiamo non vederli. Fanno parte di quel mondo invisibile che ci disturba e di cui non vogliamo occuparci.

Per questo mi sembra interessante l’esperienza di James Beavis, un giovane studente di medicina in Gran Bretagna, che ha trascorso il mese di dicembre come homeless a Londra ponendosi due differenti obiettivi

Domani il discorso di addio del presidente uscente in vista dell’insediamento del presidente eletto
L’addio di Obama
, January 9, 2017

I riti in democrazia sono importanti e hanno la capacità di cementare una comunità. Al di là dei conflitti che la lacerano, testimoniano la continuità nella diversità delle scelte politiche, certificano la saldezza delle istituzioni sulla volatilità dei comportamenti e degli umori popolari.

Se ne erano accorti anche i padri fondatori della nuova repubblica americana quando, all’interno di una lotta politica che vedeva all’opera tutta la gamma possibile della retorica populista, ritenevano il passaggio di potere da un presidente all’altro come il momento della sospensione del conflitto e della ricerca dell’unità del paese.

Certo alla fine del Settecento anche nei primi decenni dell’Ottocento, tutto era relativamente più semplice: in fondo i candidati appartenevano alla stessa élite economico-sociale, condividevano la stessa cultura politica di fondo pur facendo riferimento a un elettorato già composito dal punto di vista economico, religioso ed etnico. Non a caso, il primo vero e proprio terremoto politico si ebbe con l’elezione dell’«uomo del popolo», piuttosto rozzo e volgare (o quantomeno così dipinto all’epoca), per quanto eroe di guerra, Andrew Jackson, il quale aprì la Casa Bianca al popolino che si gettò sulle bevande e sul cibo, travolgendo tutto sotto lo sguardo attonito dei rappresentanti delle élite che osservavano la nuova calata dei barbari.

Dopo il referendum, per un ritorno alla ragione
, January 2, 2017

Superato lo shock referendario e calato il polverone delle polemiche più aspre che hanno diviso il Paese negli ultimi mesi dell’anno trascorso si sta ora imponendo la domanda sul «che fare»: domanda a cui, alla luce dell’esperienza compiuta, dovremmo oggi cercare di dare risposta non più in termini di fazione, ma di ragione.

Per chi voglia usare gli occhi della ragione l’esito referendario sembra innanzitutto aver dimostrato cosa, almeno per il momento, non si deve fare.

Partendo dall’esperienza di due referendum costituzionali che, prima nel 2006 e poi nel 2016, hanno dato risultati nettamente negativi ed in termini significativamente crescenti, è indubbio che la prima cosa da non fare è quella di tentare nuovamente la strada di una «grande riforma» della Costituzione vigente che il Paese – anche se indotto da motivazioni sicuramente diverse – ha chiaramente dimostrato di non volere.

In una visione razionale e realistica è, dunque, bene che la carta repubblicana che da settant’anni regge la vita della nostra comunità nazionale resti quella che è nelle sue linee portanti, che riguardano non solo il sistema delle libertà (descritte nella prima parte), ma anche la forma di governo e Stato (tracciata nella seconda parte). E questo per un motivo elementare che il Paese dimostra, con il referendum, di avere ben compreso dal momento che la «palude» che con l’ultima «grande riforma» si dichiarava di voler superare trova certamente la sua prima causa non tanto nel modello costituzionale di cui disponiamo (modello che, almeno nel suo complesso, ha sinora retto bene la prova del tempo) quanto nelle disfunzioni di un sistema politico che dopo anni di affanno si presenta oggi in condizioni di crescente dissesto.

Ma esiste anche un’altra strada che una lettura razionale dell’esito referendario e del contesto politico in cui è maturato si dimostra, per il momento, non percorribile: ed è la strada di una riforma elettorale diretta a forzare al di là della ragionevolezza la distribuzione delle forze in campo, così da garantire «la sera stessa delle elezioni» la «vittoria sicura» di una maggioranza (sia pure artificiale) e la nascita di un governo stabile. Su questo terreno se è vero che ai fini del rafforzamento della governabilità il principio maggioritario – così come accade in tutte le democrazie meglio funzionanti – può essere utilmente adottato nelle sue diverse varianti, è anche vero che nei sistemi politicamente disomogenei e conflittuali, come è il nostro,

Lavoratori e cittadini
, December 23, 2016

La vertenza Almaviva, pur così rilevante nella sua dimensione occupazionale, è solo la punta di un iceberg. È un esempio delle difficoltà della nostra società, e in genere di molte società europee e dei Paesi avanzati, a garantire un lavoro stabile, con una retribuzione decente, a tanti suoi cittadini.

Sul perché questo accada ci sono state molte riflessioni negli ultimi anni. È il frutto di strategie di decentramento verso Paesi a costo del lavoro molto più basso di tanti segmenti di attività produttive che possono essere realizzate a distanza; fenomeno che, ci dicono le ultime rilevazioni, sta crescendo meno che in passato ma che rimane molto ampio. È l’effetto sul mercato del lavoro di innovazioni tecnologiche che, in molte mansioni ripetitive, standardizzabili, consentono di sostituire le nuove, avanzate, macchine all’uomo; così che si può risparmiare, e molto, dall’applicazione di tecnologie a base digitale nella produzione di beni e nell’erogazione di servizi.

Ma è anche la ricaduta di grandi scelte politiche, in corso da un trentennio circa. La massima libertà del movimento dei capitali all’interno dell’Europa, e nel mondo, fa sì che essi riescano sempre più e meglio a sfuggire alla tassazione

Il post-referendum di un antipatizzante
, December 20, 2016

Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen è uno straordinario resoconto, sospeso fra Graham Greene e il new journalism, della caduta del regime di Saigon (Vietnam del Sud, 1975). Regime stritolato nella tenaglia fra l’offensiva vietcong (l’esercito del Vietnam del Nord) e l’opinione pubblica statunitense (vedi alla voce Bob Dylan).

Il protagonista è The Sympathizer, «l’uomo con due anime», figlio naturale di una vietnamita e di un prete cattolico. Per associazione d’idee, ricordo che anche Fidel Castro, figlio di un proprietario terriero e di una serva, aveva due anime: mentre la gran parte dei politici odierni non sa neppure cosa sia, avere un’anima.

L’uomo con due anime, ça va sans dire, fa il doppio gioco. È stato spedito negli Stati Uniti dal suo mentore, capo dei servizi segreti nordvietnamiti, un po’ per imparare l’inglese, che finisce per parlare meglio degli ufficiali americani, ma soprattutto per studiare la mentalità statunitense: vanesia, arrogante, incapace di rispetto per l’altro.

Occorre appena ricordare che Apocalypse Now (1979), il grande film di Francis Ford Coppola sulla guerra del Vietnam, era tratto da Heart of Darkness di Joseph Conrad: altro uomo con doppia anima, Conrad, non foss’altro perché polacco naturalizzato britannico. Il simpatizzante è dunque il primo libro sul tema scritto da un vietnamita: un vietnamita anomalo, peraltro, visto che insegna in un’università della California.

Dopo il soggiorno statunitense, in cui finisce per capire di più degli Stati Uniti di quanto ne capiscano gli insider, il Simpatizzante viene infiltrato dai nordvietnamiti nell’esercito del Vietnam del Sud. Qui, anche grazie all’empatia con gli occupanti americani, assume un ruolo così importante da organizzare lui stesso la fuga verso gli Stati Uniti dei dignitari del regime e delle loro famiglie.