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Note
Un leghismo del Sud?
La scorsa settimana è stata segnata da
un’esplosione di protesta che dalla Sicilia è risalita
verso il Nord. Protagonisti indiscussi gli autotrasportatori, ma
nell’Isola ad essi si sono affiancati altri lavoratori
autonomi: agricoltori e pescatori che animano il "movimento dei
forconi". Le principali rivendicazioni riguardano la riduzione del
prezzo della benzina e del gasolio, esenzioni fiscali e
rateizzazioni dei pagamenti richiesti dal fisco, protezione dei
prodotti agricoli con misure più severe sulla
tracciabilità e la contraffazione, modifica di regolamenti
Ue sulla pesca ritenuti troppo penalizzanti. Al di là delle
richieste specifiche, la cifra complessiva del movimento è
contraddistinta dalla forte polemica nei riguardi dello Stato
centrale, ritenuto il principale responsabile del disagio, e
dall’altrettanto netta condanna della classe politica in
tutte le sue articolazioni. Nelle manifestazioni si sono anche
viste bandiere della Trinacria, ma l’impressione è che
i riferimenti all’indipendentismo siano rimasti tutto sommato
molto marginali rispetto agli slogan antistatalisti e antipolitici.
Di fronte alla portata del fenomeno, che ha coinvolto per diversi
giorni molte decine di migliaia di manifestanti - con conseguenze
pesanti per l’economia e per la popolazione, specie in
Sicilia - è difficile non chiedersi se stiamo assistendo al
battesimo di un nuovo leghismo del Sud. Ma in questo caso di che
leghismo si tratterebbe? In che misura potrebbe essere simile a
quello sperimentato nel Nord?
[...]
Parlare chiaro
Il governo Monti ha trattato i cittadini italiani da persone
adulte capaci di affrontare la realtà, per quanto dura, e ha
imposto loro misure severe, che tuttavia non hanno portato (come il
premier stesso ha, con stupore, sottolineato) a un crollo verticale
di popolarità, giacché la gravità della crisi
è sotto gli occhi di tutti da quando si sono diradate le
nebbie mediatiche delle comunicazioni politiche faziose. Questa
semplice considerazione, banale in qualsiasi democrazia evoluta,
non lo è per gli italiani che, per consolidato stereotipo,
sembrano quasi sempre dover essere messi “sotto tutela”
di qualcuno che sta più in alto, trattati come soggetti
incapaci di pensare e di agire con la propria testa, incapaci di
assumersi responsabilità individuali e incapaci di compiere
scelte coraggiose quando la situazione lo impone. La conseguenza
è quella di subire provvedimenti che sono pannicelli caldi
che non incidono nella realtà, anzi, la lasciano marcire e
consolidare nel degrado, ma soddisfano, nell’immediato e
senza impegno, qualche lobby e categoria particolare, rimandando la
soluzione del problema che, puntuale, si ripresenterà. La
veduta corta del calcolo elettorale immediato viene preferita al
futuro bene comune.
Non è dunque un caso se gli italiani, diversamente da altre
popolazioni di Paesi europei comparabili, hanno espresso ed
esprimono, sino ad oggi, profondo distacco e sfiducia rispetto alle
principali istituzioni politiche. Dentro la sfiducia ci stanno
molte cose: c’è la disaffezione emotiva e
c’è il giudizio critico sulla loro inefficienza e
scarso rendimento.
[...]
Il disastro
Salvo ripeterci in maniera ossessiva che viviamo nel Paese
più bello del mondo, sembriamo per lo più
indifferenti al disastro che accompagna il nostro ambiente. Eppure
la durezza della natura e le sue periodiche manifestazioni sono
lì a monito delle nostre scelte sbagliate. Negli ultimi mesi
gli episodi drammatici che si sono susseguiti hanno riportato per
qualche giorno sulle prime pagine l'incuria, l'abbandono, la
mancata manutenzione del nostro territorio. Il prezzo pagato
è stato alto. In vite umane, innanzitutto, e non solo.
Ciò nonostante tarda a realizzarsi una vera e propria presa
di coscienza da parte dell'opinione pubblica di quanto la nostra
precaria postmodernità agisca pericolosamente sul mondo che
abbiamo ricevuto in dono e che, in un modo o nell'altro, lasceremo
alle generazioni future.
Ma per quanto fragile possa essere l'ecosistema, non
c'è dubbio alcuno che le nostre credenze lo sono ancora di
più. Poco alla volta, cullandoci in alibi assai incerti,
affidati alla potenza immaginifica della tecnologia, siamo stati in
grado di rendere normali e accettabili stili di vita che sino a
poche generazioni fa ci sarebbero apparsi insostenibili e
grotteschi, mentre l'illusione di un benessere facile e poco
costoso ci portava a un punto di non ritorno. Che senso possiamo
trovare, ad esempio, nel passaggio delle cosiddette
Grandi Navi dal bacino di San Marco? Quanto sono noti
all'opinione pubblica i danni che queste portaerei del turismo di
massa arrecano alle fondamenta di Venezia?
Dopo il disastro della "Concordia" è la volta
dell'Isola del Giglio. Dell'importanza di questo pezzo di mare
Mediterraneo si torna a parlare in queste ore a causa della
tragedia che ha visto un mostro come la “Concordia”
naufragare a poche centinaia di metri dalle coste dell'Isola. Chi
frequenta quei luoghi e legge della tragedia rimane senza parole.
Ma se non ci fosse stato questo ”incidente” nessuno
avrebbe fatto scandalo di un monumento con una stazza simile
(114.500 tonnellate) che sfiora Gorgona e il Giglio. Un mare
di una bellezza straordinaria, ma molto delicato e
adatto per lo più al diporto. Eppure, come hanno
ricordato gli amministratori locali, non era certo la prima volta
che navi da crociera di quelle dimensioni passavano dalla costa.
Del resto, chi ha fatto caso a quanto è successo poche
settimane fa, quando, proprio vicino all'isola di Gorgona, un cargo
dell'armatore Grimaldi
ha “perduto” più di 200 fusti di rifiuti
altamente tossici?
[...]
Un anno decisivo
È iniziato un anno decisivo per il futuro del nostro
Paese: alla fine del 2012, forse, capiremo se l’Italia ha
qualche possibilità di farcela, di rovesciare le tendenze
che sembrano condurla ad un declino irreversibile, o se queste
tendenze verranno confermate. Quattro i protagonisti del dramma,
tre interni e il contesto esterno. Cominciamo da
quest’ultimo.
Anche se i protagonisti interni si comporteranno al meglio delle
loro possibilità, è improbabile che la loro azione
possa aver successo se il contesto esterno non sarà
favorevole. Ed in particolare se l’Europa (leggi: la
Germania) non allenterà le condizioni recessive che ci
impone: se ciò non avverrà i mercati scommetteranno
sulla continuazione del ristagno, i rendimenti del debito pubblico
resteranno molto elevati e questo presto o tardi ci condurrebbe
all’insolvenza. Sta nella consapevolezza di questo possibile
esito la ragione dell’attivismo del governo sul fronte
europeo.
Veniamo allora al governo, il primo grande protagonista interno.
Due le direttive della sua azione: il fronte che abbiamo appena
ricordato – internazionale e soprattutto europeo –
per il quale mi limito a constatare che non potremmo avere un
negoziatore migliore di Mario Monti. E il fronte domestico. Su
questo va ribadito che la manovra di Natale era necessaria,
soprattutto per presentarsi in modo credibile al negoziato europeo:
si è trattato di una manovra inevitabilmente recessiva, ma,
dati i tempi e le circostanze, i suoi effetti di iniquità
sono stati contenuti. Resta aperto il problema di una maggiore
equità e soprattutto dello sviluppo, cui il governo si
accinge a marce forzate, scandite dai prossimi riscontri europei.
Sul primo problema, l’equità, ottima
l’insistenza sull’evasione fiscale: con Cortina, Befera
ha dato a Monti un assist magistrale. Le misure di
liberalizzazione e di efficienza previste vanno nella direzione
giusta, ma i loro effetti sulla crescita saranno lenti a maturare.
E se l’Europa non aiuta, se saremo costretti ad altre manovre
recessive, saranno difficilmente attuabili: liberalizzare e
promuovere efficienza riesce assai meglio in una fase di
crescita.
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Un discorso di inizio anno
Quando a scuola, da bambini, si cominciavano a
conoscere i primi principi dell’ordinamento costituzionale,
ci si convinceva presto che l’Italia era un Paese dove il
Presidente della Repubblica poteva fare e decidere poco. Si formava
così l’idea che da noi, a differenza di quanto
accadeva altrove, il Presidente ricoprisse una carica poco
più che simbolica. Un’idea ancora oggi presente in
molti italiani adulti.
In realtà le diverse presidenze nella storia
della nostra Repubblica hanno messo in luce come la prima carica
dello Stato sia determinante anche per gli equilibri politici, pur
se con molte varianti e diverse interpretazioni di ruolo di
settennato in settennato. I discorsi di fine anno con cui i diversi
Presidenti si sono rivolti ai cittadini sono assai significativi:
rileggerli, ascoltarli e, quando possibile, riguardarli nei filmati
Rai aiuta a comprendere l’evoluzione stessa del ruolo del
Capo dello Stato, che procede di pari passo con i cambiamenti che
si sono succeduti, a velocità anche molto diverse tra loro,
in più di sessant’anni di storia repubblicana. Si
chiamano “discorsi di fine anno”. Anche quello
pronunciato sabato sera da Giorgio Napolitano non fa eccezione e,
già disponibile sul sito della presidenza della
Repubblica, ha questo titolo. Eppure, per molti versi, va letto
più che altro sotto forma di discorso d'inizio anno, rivolto
com’è a quanto, e tanto, il Paese dovrà fare in
questo 2012 appena iniziato. Nelle parole di Napolitano la retorica
svolge la sua funzione solo per rendere più incisivi i
principi fondanti dell’azione istituzionale e politica di
questa presidenza. Le interpretazioni violente venute dal solito
schieramento, che del suo becero antinazionalismo continua a fare
bandiera, meriterebbero di essere ignorate. Se non fosse per la
palese piena appartenenza della Lega alla classe politica italiana,
e non certo padana, di governo nazionale sino all’altro ieri,
con ben scarsa identità peraltro; di opposizione giacobina
oggi, tanto da mettere i panni un tempo indossati dai partiti di
ispirazione comunista che si ergevano a difensori del lavoro e dei
lavoratori.
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