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TOSCANA
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Un caso di crisi del modello di governo delle regioni rosse
Carlo Trigilia, 28 January 2013

L’intricata vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha fatto pesantemente irruzione nella campagna elettorale ed è probabile che ne sentiremo ancora parlare. In attesa che si accertino le responsabilità, alcuni dati di fatto sono evidenti. Una banca importante – la terza a livello nazionale – ha fatto scelte sbagliate ed è stata mal gestita da chi ne detiene il controllo e designa gli amministratori, cioè la Fondazione Monte dei Paschi a sua volta controllata dagli enti locali (Comune e Provincia). Ciò solleva il tema rilevante del rapporto tra banche e fondazioni, ma qui vogliamo occuparci di un altro aspetto. Ci troviamo evidentemente in presenza di un caso emblematico di cattivo funzionamento delle istituzioni locali nel cuore delle zone rosse. Non si tratta peraltro di un caso isolato. Scandali e inefficienze hanno da tempo appannato il modello del buon governo delle regioni rosse affermatosi nei primi decenni dell’Italia repubblicana. Si è indebolita la sua capacità di offrire risposte innovative ai problemi economici e sociali, e anche di porsi come punto di riferimento a livello nazionale. È dentro questa più ampia vicenda che si colloca la questione del Monte dei Paschi. Ma come si è determinato questo cambiamento?

Nelle regioni rosse – come in altre aree del Centro Nord - vi erano delle tradizioni non erose di saper fare diffuso, ma anche di fiducia e di cultura civica (su cui aveva attirato l’attenzione proprio vent’anni fa Robert Putnam). Queste risorse hanno permesso di sperimentare il modello di produzione flessibile dei distretti industriali, nel momento in cui si sono manifestati i grandi cambiamenti dei mercati verso beni meno standardizzati e di qualità. La specificità delle zone rosse ha riguardato la governance dello sviluppo. Un solido compromesso sociale basato su sindacati forti ma cooperativi. Governi locali capaci di assecondare lo sviluppo di piccola impresa con servizi sociali diffusi ed efficaci – a lungo all’avanguardia nel Welfare italiano - e con servizi alle imprese rilevanti (non solo le aree industriali, ma i centri di servizio, le attività formative, il sostegno all’export ecc.).

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Valentina Lo Surdo, 14 August 2012

Una madre, quattro figli. Questi sono i numeri essenziali della Foce. Lei è Benedetta, loro si chiamano Antonio, Katia, Giovanna, Simonetta. Una storia nata come sogno culturale, e anche politico: dare lavoro, educazione, futuro ai contadini della Val d’Orcia.

Lei, Benedetta, è la figlia del marchese Antonio Origo e di Iris, la coraggiosa scrittrice che ha raccontato tanto della Terra di Siena nei suoi appassionati libri, di come si prodigò per assistere i bambini profughi e offrire rifugio agli alleatiprigionieri, in fuga dalla Seconda guerra mondiale.

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Valentina Lo Surdo, 17 February 2012

Marino danza. Ha l’oro nei capelli ricci e il sorriso bello dei vent’anni. Impugna il violino come per giocare, lancia sguardi verdi ai suoi compagni con cui suona sul serio, tutti in piedi, le Quattro Stagioni di Vivaldi. Così sono più liberi di esprimere, anche con il corpo, la gioia e la grinta della musica; così ha insegnato loro Judith Hamza, la violinista di origini rumene che in un giorno di giugno del 2007 ha creato gli Archi del Cherubino. È la prima sera del 2012 nella Collegiata di San Leonardo, a San Casciano dei Bagni. La chiesa è illuminata da centinaia di candele, una penombra occupata da un pubblico silenzioso e dai suoi pensieri, lasciati galleggiare nella festa della musica di questi ragazzi.

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Valentina Lo Surdo, 08 November 2011

Firenze è un inganno. Sicura nel mostrare la sua sfacciata bellezza, quando cominci a darle del tu, la scopri inibita dal suo stesso splendore. Il passato riempie l’occhio come la cupola del Brunelleschi e nella via di fuga del futuro è difficile immaginare altro. Ma a inizio ottobre, la città si è giocata una chance audace, per farsi guardare da una prospettiva inedita: un occhio contemporaneo che ha spiato attraverso gli scorci più tipici, per scattare fotografie capovolte. Uno ieri rovesciato nell’oggi come un bicchiere lasciato a maturare, capace di inattesi lampi organolettici in una bevuta goduta senza reverenza.

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