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TERREMOTO
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Alessandro Cavalli, 02 July 2012

I terremoti sono come le guerre. Lasciano dietro di sé cumuli di macerie. E, come le guerre, lanciano una sfida che si può perdere o vincere, la sfida della ricostruzione. Anche ora, nel caso del terremoto che ha colpito la pianura padana, si tratta di pensare a ricostruire. Dopo la prima fase, quella dell’emergenza, quando occorre dare un riparo a tutti coloro che vivevano in costruzioni rese inagibili, la seconda fase è forse la più delicata. Bisogna trasformare le tende in insediamenti temporanei in attesa della ricostruzione. È la cosiddetta “fase dei prefabbricati”, spesso graziose villette mono o bifamiliari, ammassate in uno spazio il più delle volte angusto, dotate comunque di qualche confort. Tutto bene se l’insediamento sarà effettivamente temporaneo, se il processo di ricostruzione, tra progettazione, finanziamento e realizzazione non durerà in eterno. Perché è in questa fase, quando molti abitanti vivono ancora negli insediamenti temporanei, che si decide il volto della comunità ricostruita.

In alcuni casi, è stata adottata una strategia della ri-localizzazione. Soprattutto nel Belice, dove sono state ricostruite “altrove” Salaparuta, Poggioreale e Gibellina, ma anche in Irpinia, dove la stessa sorte è toccata a Conza della Campagna. Anche in quest’ultimo caso non si può escludere che qualcuno suggerisca o elabori progetti di urbanizzazione e di edilizia residenziale in qualche area esterna dove trasferire la popolazione che ha perso la propria abitazione. In pochi mesi, come il caso dell’Aquila insegna, si possono costruire nuovi quartieri, fornire alloggi “chiavi in mano”, dotati di cucine moderne, bagni, docce, televisione (naturalmente) e accesso a internet e magari anche un parco giochi e una piscina. Eppure, a circa tre anni dalla consegna delle prime case ai terremotati d’Abruzzo, mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano gli abitanti.

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Bruno Simili, 04 April 2011

Sempre più la dimensione pubblica appare caratterizzata da una sorta di agitazione continua, cui non fa seguito, se non raramente, alcun segnale di cambiamento reale e di innovazione. «Faccio cose, vedo gente», sembra essere il motto dominante. Una sensazione sgradevole, opprimente, che caratterizza innanzitutto le istituzioni che dovrebbero garantire il buon funzionamento del sistema Paese. Se ne è avuta una dimostrazione anche nei giorni scorsi proprio all’interno del Parlamento, dove il gran movimento iconizzato meravigliosamente nel voto in corsa dell’onorevole Scilipoti si è tradotto in uno spettacolare e terribile vilipendio delle istituzioni. Di fatto, la conferma della paralisi. La conferma dell’impossibilità per le Camere di svolgere il ruolo legislativo loro assegnato dalla Carta costituzionale. Gli stessi moniti di Giorgio Napolitano hanno evidenziato questa sorta di immobilismo rissoso. E secondo molti gli incontri con i capigruppo altro non sono se non l’annuncio che il Parlamento può essere sciolto da un momento all’altro. Prerogativa del Capo dello Stato, non a caso.

Nel frattempo la cultura fasulla del «governo del fare» continua a mietere vittime. Mercoledì 6 aprile saranno trascorsi due anni dal terremoto abruzzese. Due anni durante i quali è iniziata a emergere una parte delle responsabilità. La Procura della Repubblica dell’Aquila ha aperto 215 fascicoli, di cui 15 sono procedimenti in corso che andranno a processo. Oltre alle inchieste che hanno coinvolto i vertici della Protezione Civile e dell’Istituto Nazionale di Vulcanologia e a quelle sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per la ricostruzione.

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Bruno Simili, 11 April 2009

C’è di che lagnarsi in quest’Italia d’inizio millennio, certo. Lo si fa ogni giorno, pur consapevoli che gli sforzi maggiori dovrebbero essere destinati alla ricerca di soluzioni più che a sottolineare le diagnosi. Dell’Italia nel mondo si parla ormai poco e male. Di noi stessi invece parliamo forse troppo, e spesso occupandoci di fatti assai poco rilevanti. Poi all’improvvisol'Italia è sulle prime pagine internazionali e resta a lungo sulle home page dei principali siti di informazione. Accade per una grande tragedia, una fra le tante registrate nel corso dei decenni. Le vittime sono moltissime, un numero che deve restare inaccettabile e non può nemmeno in parte essere considerato come il tragico esito di un fato implacabile. Ma a distanza di un secolo dal terribile terremoto che colpì Messina all’inizio del Novecento, resta purtroppo sottotraccia (a volte anzi in primissimo piano) proprio la lettura della tragica fatalità. L’evento naturale e imprevedibile di fronte al quale l’uomo non può fare nulla.

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