Rivista il mulino

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CRISI
Mauro Barberis, 25 July 2011

Hanno qualcosa in comune gli attacchi speculativi ai Paesi deboli dell’area euro e lo scandalo Murdoch? Forse sì; forse entrambi sono manifestazioni di un unico processo, che molti chiamano declino dell’Occidente. Il declino della cultura occidentale è iniziato negli anni Ottanta, quando l’economia ha cominciato a lasciare il posto alla finanza: alla produzione di soldi per mezzo di soldi. Gli imprenditori occidentali hanno cioè smesso di produrre beni durevoli e cominciato a speculare in borsa: investimento che, a breve termine, è sembrato molto più redditizio.

È apparso allora il Casinokapitalismus, che ha arricchito poche persone producendo invece, per tutti gli altri, fallimenti su fallimenti: l’ultimo dei quali con la grande crisi dei mercati immobiliari. In compenso, il capitalismo finanziario è riuscito a cambiare i nostri valori: non più progresso, lavoro, produzione, ma rapido arricchimento, consumo e, per dimenticarsi più facilmente del futuro, tanto intrattenimento. Gli imperi mediatici di tycoon della comunicazione come Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, così, hanno finito per soppiantare le grandi corporation industriali anche come punti di riferimento della politica.

In questo scorcio d’estate, alcuni di questi nodi stanno venendo al pettine. La speculazione, dopo i Paesi minori dell’area euro, ha cominciato ad attaccare i Paesi maggiori. Ora tocca all’Italia, percepita come politicamente allo sbando; e in effetti è vero che ormai si affida, come unica credenziale di serietà, a un tributarista lombardo, il prof. Giulio Tremonti. Ma soprattutto monta ogni giorno di più, nei Paesi anglosassoni, lo scandalo Murdoch: fra arresti e suicidi di collaboratori, dimissioni dei capi di Scotland Yard e gravi imbarazzi per il leader conservatore inglese David Cameron.

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Gianfranco Viesti, 19 July 2011

Per i Paesi europei tenere i conti pubblici in ordine è la priorità assoluta della politica economica. Mai come in questo periodo, alla luce della crisi, un simile monito suona saggio. Ma se solo vi riflettiamo un attimo, senza ulteriori qualificazioni, rischia di essere un’affermazione folle. Per due motivi.

Il primo: tenere i conti pubblici in ordine, si dice, serve a mettersi al riparo dalla speculazione internazionale. Purtroppo, questo rischia di essere una pia illusione. In Italia l’abbiamo imparato già con la crisi del 1992: la dimensione, la velocità e la volatilità dei flussi di capitale a breve termine sono tali che nessun Paese – anche di rilevanti dimensioni come l’Italia – è in grado di contrastarli. Una fuga di capitali è inarrestabile: e i tassi di interesse sui titoli pubblici possono essere costretti a raggiungere vette assurde, come stiamo vedendo in Grecia e in Irlanda. Le manovre sui conti pubblici servono a scoraggiare fughe di capitali? Certo aiutano, ma non mettono al riparo: se i grandi operatori finanziari scommettono contro un Paese, non c’è bilancio in ordine che possa fermarli.

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Marc Lazar, 20 December 2010

Le violenze che hanno infiammato il centro di Roma il 14 dicembre scorso, lo stesso giorno in cui Silvio Berlusconi è riuscito a salvare il proprio governo, hanno colpito l’opinione pubblica italiana, alimentato sospetti su eventuali provocazioni della polizia e fatto riapparire lo spettro degli anni di piombo. Eventi che devono essere inseriti in un contesto europeo. Ovunque i governi di destra (in Francia, in Gran Bretagna, in Italia o in Germania, nonostante, in quest’ultimo caso, le notevoli performance economiche) e di sinistra (in Grecia, in Spagna e in Portogallo) hanno adottato preoccupanti programmi di rigore e austerità. Per sanare i conti pubblici, si tagliano le spese dello Stato, comprese quelle legate all’educazione e, più in generale, al Welfare. Che si tratti di settori particolarmente cari agli europei, poiché costituiscono due dei pilastri della loro comune identità, è fuori di dubbio. Ma allo stesso tempo è irrilevante. Per gli europei, già fortemente destabilizzati dalla crisi finanziaria del 2008, tali misure restrittive hanno rappresentato un vero e proprio shock. Poiché stanno sobbarcandosi il costo della crisi, in molti è forte la percezione di un profondo sentimento di ingiustizia, soprattutto a fronte degli elevati salari e delle grandi indennità che banchieri e trader continuano a percepire.

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Francesco Vella, 15 November 2010

Tbtf o Sifi: due acronimi sui quali si gioca il futuro della finanza e che hanno affaticato, più della battaglia tra le valute, i leader nel summit di Seul appena concluso. Sono due acronimi sui quali si gioca non solo il futuro delle regole della finanza, ma, per certi versi, il futuro della finanza stessa, intesa nel senso più generale, e cioè anche quella che sta nei nostri portafogli. Significano, rispettivamente, Too big to fail e Systemically important financial institutions e rappresentano l’autentico rompicapo sul quale da tempo governi, regolatori, banche e supervisori sono impegnati. In sostanza, e riassumendo, ci sono banche troppo grosse il cui fallimento può avere effetti disastrosi a catena su tutti i mercati e le economie, e quindi gli Stati le devono necessariamente salvare.

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Piero Ignazi, 18 October 2010

La questione salariale è la grande assente del dibattito politico. Una quantità ormai debordante di analisi, provenienti dalle sedi più autorevoli, dall’Ocse alla Banca d’Italia, dimostra il calo costante del potere d’acquisto dei salariati. Negli ultimi anni in Italia si è verificato uno spostamento “rivoluzionario” di capacità di reddito dal settore del lavoro dipendente a quello del lavoro autonomo. Grazie alla gestione tremontiana del changeover tra lira ed euro, coloro che “potevano fare i prezzi” hanno accumulato uno straordinario vantaggio competitivo sui percettori di redditi fissi. E negli anni successivi nulla è stato fatto per riequilibrare il potere d’acquisto dei salariati. Con il risultato che già prima della crisi operai e impiegati hanno visto erodere significativamente il loro livello di vita. Poi, scoppiata la crisi, tutti sono stati coinvolti:

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