Rivista il mulino

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CRISI
Marc Lazar, 20 December 2010

Le violenze che hanno infiammato il centro di Roma il 14 dicembre scorso, lo stesso giorno in cui Silvio Berlusconi è riuscito a salvare il proprio governo, hanno colpito l’opinione pubblica italiana, alimentato sospetti su eventuali provocazioni della polizia e fatto riapparire lo spettro degli anni di piombo. Eventi che devono essere inseriti in un contesto europeo. Ovunque i governi di destra (in Francia, in Gran Bretagna, in Italia o in Germania, nonostante, in quest’ultimo caso, le notevoli performance economiche) e di sinistra (in Grecia, in Spagna e in Portogallo) hanno adottato preoccupanti programmi di rigore e austerità. Per sanare i conti pubblici, si tagliano le spese dello Stato, comprese quelle legate all’educazione e, più in generale, al Welfare. Che si tratti di settori particolarmente cari agli europei, poiché costituiscono due dei pilastri della loro comune identità, è fuori di dubbio. Ma allo stesso tempo è irrilevante. Per gli europei, già fortemente destabilizzati dalla crisi finanziaria del 2008, tali misure restrittive hanno rappresentato un vero e proprio shock. Poiché stanno sobbarcandosi il costo della crisi, in molti è forte la percezione di un profondo sentimento di ingiustizia, soprattutto a fronte degli elevati salari e delle grandi indennità che banchieri e trader continuano a percepire.

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Francesco Vella, 15 November 2010

Tbtf o Sifi: due acronimi sui quali si gioca il futuro della finanza e che hanno affaticato, più della battaglia tra le valute, i leader nel summit di Seul appena concluso. Sono due acronimi sui quali si gioca non solo il futuro delle regole della finanza, ma, per certi versi, il futuro della finanza stessa, intesa nel senso più generale, e cioè anche quella che sta nei nostri portafogli. Significano, rispettivamente, Too big to fail e Systemically important financial institutions e rappresentano l’autentico rompicapo sul quale da tempo governi, regolatori, banche e supervisori sono impegnati. In sostanza, e riassumendo, ci sono banche troppo grosse il cui fallimento può avere effetti disastrosi a catena su tutti i mercati e le economie, e quindi gli Stati le devono necessariamente salvare.

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Piero Ignazi, 18 October 2010

La questione salariale è la grande assente del dibattito politico. Una quantità ormai debordante di analisi, provenienti dalle sedi più autorevoli, dall’Ocse alla Banca d’Italia, dimostra il calo costante del potere d’acquisto dei salariati. Negli ultimi anni in Italia si è verificato uno spostamento “rivoluzionario” di capacità di reddito dal settore del lavoro dipendente a quello del lavoro autonomo. Grazie alla gestione tremontiana del changeover tra lira ed euro, coloro che “potevano fare i prezzi” hanno accumulato uno straordinario vantaggio competitivo sui percettori di redditi fissi. E negli anni successivi nulla è stato fatto per riequilibrare il potere d’acquisto dei salariati. Con il risultato che già prima della crisi operai e impiegati hanno visto erodere significativamente il loro livello di vita. Poi, scoppiata la crisi, tutti sono stati coinvolti:

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Francesco Vella, 20 September 2010

La settimana appena trascorsa verrà ricordata come il periodo nel quale le regole  della finanza  sono entrate d’imperio nella  vita di tutti i giorni, conquistando gli spazi dei media come mai era successo. E’ una delle tante conseguenze della crisi; fino a qualche tempo fa queste regole erano considerate dall’opinione pubblica astruse e incomprensibili, terreno riservato ai tecnici, ed anche i legislatori, consci dello scarso appeeling sugli elettori,  se ne occupavano con poco entusiasmo. Dopo il terremoto sui mercati e i conseguenti dolorosissimi salassi per le tasche di mezzo mondo, lo scenario è cambiato e la sera a cena seguiamo con attenzione i telegiornali che ci parlano dei banchieri centrali intenti a trovare accordi per cambiare i criteri di valutazione e di misurazione delle soglie di capitale delle banche.

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Bruno Simili, 28 June 2010

Poco alla volta, inesorabilmente, mentre la grande abbuffata dei mercati ha riavvicinato interi pezzi di società e di economia sull’orlo del precipizio, ci si è sentiti di nuovo tentati dall’imprevedibile. Da quel mondo magico e irrazionale cui ci si rivolge allorché i conti non tornano e tutto sembra remare contro. Ma quando fallisce anche la meno irrazionale e, sino a prova contraria, anche un po’ tecnica delle magie, il calcio, allora significa che forse si è tirata un po’ troppo la corda.

Il disastro dell’armata italica in terra africana ha messo a nudo, anche per i più distratti, la straordinaria potenza del pallone unita alla sua grande debolezza: crisi dei vivai, strapotere del denaro, onnipresenza dello straniero fuoriclasse. Al dunque, con la medaglia al petto di quattro anni prima, ecco la disfatta.

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