Rivista il mulino

POVERTÀ
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Enrica Morlicchio, 15 June 2015

La crisi economica e l’arrivo in Italia di donne, bambini e giovani uomini in fuga da guerre, conflitti e da condizioni di vita insostenibili nei campi profughi di Paesi di confine hanno modificato profondamente la composizione della povertà italiana. Quest’ultima era costituita in larga misura da famiglie povere con figli minori in cui sono presenti entrambi i genitori, caratterizzate da uno squilibrio tra entrate familiari – redditi da lavoro modesti e discontinui e trasferimenti monetari altrettanto modesti e discontinui – e residenti per due terzi nel Mezzogiorno. Non che questo tipo di povertà vada scomparendo, anzi, essa esce acuita dalla crisi economica e dai processi di arretramento dei sistemi di Welfare, che hanno sottoposto le famiglie italiane a un sovraccarico di aspettative di cura in presenza di una riduzione delle occasioni di lavoro finanche nella economia irregolare. Sono queste le famiglie che sono state in larga parte interessate dai fenomeni di “nuova migrazione”, i quali, come è messo in luce da Monica Santoro nel numero in uscita del “Mulino”, portano con sé il rischio di riprodurre nei Paesi di arrivo le stesse condizioni di povertà, precarietà occupazionale e scarsa protezione dalle quali si era cercato di fuggire. E sono queste stesse famiglie, e soprattutto le giovani coppie, ad aver adottato consumi sempre più parsimoniosi, come documentano due ricerche richiamate nello stesso numero.

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Cartolina da Napoli
Andrea Morniroli, 18 May 2015

Giovanni – nome di fantasia – ha 17 anni. Porta i caffè negli uffici per un bar del centro. Lavora dalle 7 e 30 alle 17 e 30, dal lunedì al sabato. Viene pagato 80 euro la settimana e in più si “porta a casa” una media di 10/15 euro al giorno di mance. Ieri si è messo quasi a piangere, raccontandomi del suo problema, perché il bar cambia gestione e i nuovi proprietari hanno due nipoti che prenderanno il suo posto.

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Enrica Morlicchio, 23 March 2015

Periferia, prossimità, poveri: queste sono le tre «p» al centro degli interventi più recenti di papa Bergoglio. La sua visita a Scampia di sabato le assomma tutte. Di nuovo si accendono i riflettori su Scampia: ai margini della città di Napoli, agli aspetti più truculenti della vita del quartiere si sono da sempre affiancate forme quotidiane di resistenza al degrado poste in atto dai residenti, a volte anche senza il supporto delle istituzioni e delle associazioni. Queste ultime sono state spesso oscurate dalla tendenza da parte dei media a rappresentare soltanto gli aspetti negativi o, all’opposto, a glorificare alcune isolate iniziative. Per anni Scampia è stato un quartiere dimenticato. Qualcuno più informato era a conoscenza di cosa fossero le Vele e forse delle condizioni di abbandono in cui queste si trovavano. Ogni tanto se ne parlava sui giornali locali. Quelli nazionali hanno cominciato ad interessarsi al quartiere nel 1990 in occasione della visita di Papa Wojtyla e nel 1997 quando fu abbattuta la prima Vela (senza entrare troppo nel merito dei problemi della zona), e poi di nuovo in concomitanza con la sequenza di omicidi efferati legati alle faide tra camorristi per il controllo del territorio e del traffico di droga a cavallo tra il 2004 e il 2005. Da quel momento Scampia diventa il simbolo per eccellenza del degrado e della criminalità e le Vele la rappresentazione del male. Il successo internazionale di Gomorra e della successiva serie televisiva tratta dal libro di Roberto Saviano, e la conseguente difficoltà di distinguere tra finzione letteraria e documentazione dei fatti hanno fatto il resto.

Alla rappresentazione di Scampia come situazione di degrado senza via di uscita, di un quartiere asservito alla camorra e di essa complice, negli anni se ne è affiancata a più riprese un’altra, di segno opposto – talvolta non meno stereotipata della prima – che vede in esso un perenne laboratorio di campioni sportivi e di creatività artistica. Indubbiamente tenere alta l’attenzione sul lavoro educativo delle associazioni, dei parroci e degli insegnanti che si muovono sul territorio è importante. E mostrare “l’altra faccia di Scampia”, quella della prossimità, serve a far cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica soprattutto nei confronti di chi ci vive. Ma ciò che sfugge ai due stereotipi contrapposti – il male dilagante e il bene che non si spegne – è l’area grigia ed estesa delle famiglie con serie difficoltà di vita: insomma la terza p, quella dei poveri. 

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Marica Tolomelli, 24 October 2014

Nella Francia di fine XX-inizio XXI secolo è andata emergendo una «questione sociale» incentrata sui problemi della disoccupazione e sulla crescente disuguaglianza che ne deriva. Dalla classe politica dirigente la questione è stata affrontata principalmente attraverso misure di politica securitaria,

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Bruno Simili, 03 February 2014

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, all’inizio del 2004, pubblicammo sul numero 412 del “Mulino” un blocco di articoli che, significativamente, intitolammo “ceti medi e crisi nera”. Colpisce rileggere i titoli dei pezzi che componevano quella sezione monografica: “Quasi poveri e vulnerabili”, “Prezzi, redditi e impoverimento delle famiglie”, “Le mani vuote. Una società con più costi e meno sussidi”, “Il lavoro nascosto e i conti che non tornano”. In quelle pagine si evidenziava come i contratti sociali delle democrazie del secondo dopoguerra, orientati a migliorare le condizioni di vita e le possibilità di consumo alla ricerca di una distribuzione più equa dello sviluppo economico, fossero entrati in crisi. E come a risentirne fossero, soprattutto, le fasce di cittadinanza né troppo povere, né troppo ricche; ma sempre più vulnerabili. Quell’insieme di popolazione che nella seconda metà del secolo scorso ha visto crescere i propri consumi e le proprie possibilità di accumulazione patrimoniale.

Del resto, ci si era accorti già da tempo che il modello di stratificazione sociale che tendeva a restringere le differenze sociali e ad ampliare sensibilmente le categorie situate nel mezzo della scala sociale non reggeva più. Da allora, fette sempre più consistenti della popolazione italiana si sono trovate a dovere affrontare la insanabile contraddizione tra i costi da sostenere in tempi di crisi economica e un livello di qualità della vita considerato, a torto, irrinunciabile.

Dal quel numero del “Mulino” di dieci anni fa si sono rincorse interpretazioni che hanno addossato l’intero fardello delle responsabilità di volta in volta a questa o quella parte politica, all’euro, all’Europa, alla crisi internazionale. E sono state via via riformulate vecchie ricette politiche, in larga parte di stampo populista, volte a catturare il consenso di chi, anno dopo anno, percepiva il progressivo peggioramento della propria condizione sociale. Poi è arrivata la Grande Crisi, quella che hanno visto tutti, e ha reso ancora più impervie le strade su cui corre la vita di chi appartiene, o è convinto di appartenere, al ceto medio. Anche in questo caso è importante ragionare della percezione che ciascuno ha delle proprie condizioni di vita. Ci vengono utili i risultati di uno studio condotto da Demos, cui rimandiamo per i dettagli. Qui ci preme richiamare quanto Ilvo Diamanti sottolinea proprio oggi: vale a dire il progressivo e rapido peggioramento percepito da chi otto anni fa si sentiva “classe media” e oggi è invece convinto di avere sceso un gradino nella scala sociale. Una percezione, tra l’altro, che non vede forti differenze tra Nord e Sud, a dispetto dei dati che in molti altri ambiti indicano un Paese profondamente diviso in due.

Mentre la crisi economica dava le prime avvisaglie e poi esplodeva, che cosa è stato fatto dalla nostra classe dirigente che oggi si trova intrappolata nel circolo vizioso di un modello fallimentare? Quali responsabilità rispetto alle ridottissime previsioni di crescita per il 2014 deve accollarsi in proprio la classe imprenditoriale che oggi strepita e si lamenta? A chi, sul fronte del pubblico, vanno ascritte le responsabilità della nomina di Mastrapasqua a capo dell’Inps, l’ente che da solo assorbe un terzo dell’intera spesa pubblica italiana? E, infine, quali proposte politiche di stampo realmente riformatore sono arrivate al corpo elettorale in questi ultimi dieci anni? 

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