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Il futuro pensato
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Anche dopo le notizie drammatiche che vengono dal Giappone, molte analisi sul futuro energetico del pianeta sembrano ancora dominate dai “ma” e dai “però”. Ancora una volta, il momento sembra perfetto per accendere nuove contrapposizioni e rinfocolare vecchi rancori. “Senza se e senza ma”, in questo caso, ci si scaglia contro chi la pensa in un altro modo. Nuclearisti e antinuclearisti. Molto spesso "a priori".

Eppure, in seguito alle giornate che hanno messo davanti a tutto il mondo il dramma giapponese, e che sono state l’occasione per rappresentare una cultura così diversa dalla nostra da apparirci quasi incredibile, dovrebbe essere questo il momento giusto per capire qualcosa di più del nostro futuro energetico. È stato detto che non bisogna fare valutazioni affrettate, che l’”onda emotiva” (che espressione sfortunata) impedisce di vedere le cose con chiarezza e lucidità, e anzi ne distorce il senso reale. E invece a volte proprio le emozioni, e le paure suscitate dal rischio, possono essere tutt’altro che fuorvianti. Oggi, in molti campi sembra impossibile procedere passo dopo passo, e soprattutto per tempo, nelle valutazioni razionali da cui dipenderà il nostro futuro. L’informazione, per prima, corre dietro alla quotidianità, anche a quella più spicciola, tralasciando, con alcune lodevoli eccezioni, i problemi di fondo e di lungo periodo. Ben venga dunque l’emotività, se ci obbliga, e obbliga chi ci governa ai vari livelli, a riconsiderare i problemi portanti. Il nostro futuro energetico è indubbiamente uno di questi problemi. Troppo a lungo ostaggio anch’esso delle ideologizzazioni profonde, in particolare in Italia.

A tutti, soprattutto ai cittadini-elettori non esperti che dovranno scegliere la classe politica da cui dipenderanno le prossime scelte energetiche, conviene dunque riprendere, almeno a grandi linee, tutte le informazioni principali di cui disponiamo.

Per capire quanta ideologia c’è dietro le paure per l’effetto serra e i rischi ambientali derivanti dall’abuso dei combustibili fossili (probabilmente assai poca, ma poniamoci pure la domanda e cerchiamo risposte convincenti e documentate). E quanta ideologia c’è invece dietro chi osteggia in ogni modo le rinnovabili, con scelte politiche assai poco lungimiranti (si pensi alle recenti posizioni del nostro governo in merito agli incentivi, solo per fare un esempio). O tra le fila di chi ritiene non ripensabile l’opzione nucleare.

Non si tratta di inutili esercizi retorici. Perché, se a queste domande si cercano risposte documentate, ci si accorge che al rischio nucleare (che, sia detto per inciso, era tale e quale anche prima dell’11 marzo) è accompagnata una produzione a livello mondiale da quel tipo di energia stimata attorno al 16-17%. O ancora, che in Paesi che cercano di progettare il futuro delle generazioni a venire, e non solo di quelle che hanno sin qui goduto dell’incremento pacioso dei consumi energetici, ci si dà come obiettivo (entro il 2050) la copertura del fabbisogno energetico nazionale da solare e eolico all’80 (ottanta) per cento. È il caso dei tedeschi, che subito hanno deciso di rivedere le proprie posizioni e di chiudere le più obsolete delle diciassette centrali nucleari presenti sul loro territorio. Riprendendo il progetto di chiusura di tutte le centrali entro il 2020. Ma si sa, quello tedesco è un popolo di emotivi. Una scelta fondata forse anche sul timore della Kanzlerin Angela Merkel di prendere una sonora sconfitta alle ormai imminenti elezioni del Baden-Württemberg [Land con oltre dieci milioni di abitanti e con una spiccata propensione a sostenere ricerca e sviluppo, N.d.R.], ma che deve comunque far riflettere.

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