Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Washington, 4/11/2010
rubrica
  • lettere internazionali

Cronaca di una sconfitta annunciata. Il prezzo pagato dal Partito democratico il 2 novembre è stato altissimo: una mappa del New York Times mostra l’onda “rossa” - quella cioè dei voti repubblicani - che investe come uno tsunami tutti gli Stati Uniti, dall'Atlantico al Pacifico (benché in California i democratici abbiano riconquistato la poltrona di governatore dopo l’era Schwarzenegger e la senatrice Barbara Boxer abbia riconfermato il seggio sconfiggendo la miliardaria Carly Fiorina). Il partito di Barack Obama, che dal 2008 controllava la presidenza, la Camera e il Senato, ha subito una secca sconfitta, perdendo oltre 60 seggi alla Camera - che sarà quindi a maggioranza repubblicana - e 6 seggi al Senato - che rimane controllato dai democratici, ma con una maggioranza precaria, dal momento che due senatori, Ben Nelson e Joseph Lieberman, potrebbero passare ai repubblicani[1].  Inoltre, nove cariche da governatore sono passate ai repubblicani.

I democratici hanno perso quasi tutti i seggi della Camera conquistati un po’ fortunosamente nel 2006 e nel 2008, le 83 circoscrizioni nelle quali Bush o McCain erano risultati in maggioranza nelle presidenziali.  Inoltre, hanno subito sconfitte brucianti al Senato, come quella del seggio dell’Illinois, dove era stato eletto Obama, o quella del Wisconsin, dove è stato battuto il senatore Russ Feingold. Una piccola consolazione viene dall’Ovest: in Nevada il capogruppo al Senato Harry Reid ce l’ha fatta pur essendo un candidato poco amato e così pure la senatrice dello Stato di Washington, Pat Murray. In California, inoltre, è stato eletto come governatore Jerry Brown, che già aveva occupato la carica dal 1975 al 1983.

Si possono elencare moltissime buone ragioni per la sconfitta del Partito democratico, ma la spiegazione più semplice è probabilmente quella più convincente: al contrario di Franklin Roosevelt, Obama non ha saputo rispondere alle speranze, alle richieste, alle urgenze degli americani che lo avevano eletto. I disastrosi anni della presidenza Bush hanno lasciato in eredità non solo il peggior terremoto che abbia devastato l’economia americana dagli anni Trenta a oggi, ma anche due guerre senza prospettive di vittoria, che dissanguano il Paese e sono invise all’opinione pubblica. Il compito di affrontare queste tre emergenze avrebbe fatto imbiancare i capelli di chiunque, eppure Obama non è un leader politico qualsiasi: ha suscitato immense speranze, mostrato cultura e sensibilità fuori dal comune, ricevuto il premio Nobel per la Pace. Perché allora ha fallito?

La risposta risiede probabilmente nella scelta di Obama di essere un leader “normale”, un presidente che gioca con le carte che ha in mano, un outsider che deve farsi accettare dai power brokers di Washington. La situazione esigeva invece un leader “trasformatore”, capace di cambiare le regole del gioco, di fare appello al popolo, di mettere da parte i poteri forti della capitale o, quanto meno, costringerli ad accettare i mutamenti. Obama ha tamponato la situazione, impedito il collasso del sistema economico, cercato di avviare la exit strategy sia dall’Iraq sia dall’Afghanistan, ma ha accettato passivamente il ricatto dell’ostruzionismo dei repubblicani in Senato e le pressioni delle lobby bancarie.

Mostrando di non essere in grado di rompere la dipendenza della politica dalla finanza, Obama ha spinto molti elettori democratici ad astenersi o addirittura li ha gettati nelle braccia di movimenti populisti di destra, che si presentano come gli unici difensori dell’americano medio dagli squali di Wall Street. Purtroppo, quando i democratici dimenticano la loro vocazione di partito che difende gli interessi delle classi lavoratrici, le esigenze dei cittadini economicamente in difficoltà vengono sfruttate da demagoghi con piattaforme politiche fascistoidi come quelli che sono stati eletti in gran numero martedì 2 novembre. Gli Stati Uniti si trovano di fronte a due anni di paralisi politica.

 


[1] Mentre scriviamo, i risultati di 10 seggi alla Camera e 2 seggi al Senato, dove sono in corso nuovi conteggi, non sono ancora noti.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI