Rivista il mulino

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle

Il 2020 è stato un anno di svolta per l’immigrazione italiana?

rubrica
  • Identità italiana

Il 26 marzo di quest’anno l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, ha diffuso i dati relativi al bilancio demografico per l’anno 2020 (il comunicato stampa è reperibile a questo link). A colpire l’opinione pubblica sono state soprattutto la drammatica crescita della mortalità – oltre 100 mila morti in più della media degli anni precedenti – e il persistente calo delle nascite – circa 15 mila in meno rispetto all’anno precedente. Più in sordina è passato, invece, un altro dato. Nel 2020, infatti, il saldo migratorio italiano – cioè la differenza tra ingressi dall’estero e uscite per l’estero – ha registrato un brusco calo, tornando ai livelli precedenti il boom migratorio avviatosi a inizio secolo. Gli ingressi hanno superato le uscite solo di poco. Meno di 80 mila unità. In un Paese in cui, nel decennio 2010-2019, gli arrivi avevano superato le partenze al ritmo di 200 mila unità in media ogni anno, e in quello precedente 2000-2009 addirittura di 250 mila unità in media ogni anno, con punte poco sotto al mezzo milione, si tratta di un mutamento rilevante.

La drastica riduzione del saldo migratorio registrato nell’anno appena concluso è senz’altro un effetto delle conseguenze dirette e indirette della pandemia, prime tra tutte le ripercussioni sul mercato del lavoro, e delle restrizioni alla mobilità territoriale con cui si è cercato di combatterla. Eppure, nonostante questo minimo storico, il dato relativo al 2020 appare in continuità con una tendenza che era in atto già da qualche anno. La crescita del saldo migratorio, infatti, si era fermata nel 2008 per toccare il suo punto più basso nel 2011 e risalire, per l’ultima volta, nel 2012, anno dopo il quale il saldo migratorio aveva continuato a scendere.

La crisi del Covid-19 sembra quindi avere solo accelerato un processo innescato dalla crisi economica. Quest’ultima, nelle sue due ondate, infatti, ha colpito duramente l’Italia. Il Pil è calato pesantemente, con punte evidenti nel 2009 e nel 2012; gli occupati sono diminuiti, e il calo dell’occupazione si è avvertito particolarmente nei settori a più alta presenza di lavoro immigrato. Nel 2007, l’anno prima dello scoppio della crisi economica, il tasso di occupazione degli stranieri era superiore a quello degli italiani di quasi dieci punti percentuali; nel 2019 i due valori risultavano ormai allineati.

Ma quali condizioni hanno favorito il boom migratorio iniziato nel nuovo secolo e quali il calo innescato dalle ondate di crisi economica? A ben guardare si tratta degli stessi fattori. Nella crescita progressiva delle migrazioni dall’estero avviata nel 1972 e poi nel vero e proprio boom migratorio che ha caratterizzato il Paese tra il 2002 e il 2007, un ruolo determinante va assegnato ai fattori demografici e a quelli economici. La coerenza tra questi andamenti è ben illustrata da quanto avvenuto nel mercato del lavoro. È su questi aspetti che si concentra l’analisi condotta dall’Istituto Cattaneo presentata in un contributo dal titolo 2020: anno di svolte per l’immigrazione italiana? Dall’espansione alla contrazione: cause e prospettive, reperibile a questo link e al quale si rimanda per i dettagli.

L’analisi dei rapporti tra potenziali nuovi ingressi nel mercato del lavoro italiano e potenziali uscite verso la pensione suggerisce l’esistenza di relazioni piuttosto strette tra economia e demografia da un lato, fenomeni migratori dall’altro. La crescita del saldo migratorio, avviatasi agli inizi degli anni Settanta, esplosa all’inizio del secolo e durata fino alla crisi economica è coerente, infatti, con un processo di crescente aumento del fabbisogno di forza lavoro. L’analisi presentata nel rapporto dell’Istituto Cattaneo mostra, infatti, che nel 2004 il rapporto tra potenziali ingressi e prossime uscite dal mercato del lavoro era solo apparentemente equilibrato nel complesso, ma nei ranghi dei non diplomati lo squilibrio aveva assunto dimensioni largamente insormontabili. Per ogni 100 pensionamenti in arrivo, i potenziali nuovi ingressi sul mercato del lavoro erano pari a 35, che diventavano addirittura 26 nelle regioni del Centro Nord. L’analisi relativa al 2020 mostra che quei numeri si erano ulteriormente ridotti nel 2020.

Le dimensioni del boom migratorio di inizio secolo sono state quindi del tutto coerenti con una situazione di forte carenza di forza-lavoro, in particolare nella componente dequalificata e nelle aree del Centro Nord. Non è difficile vedere in questa carenza i settori maggiormente caratterizzati dalla presenza di forza-lavoro di origine immigrata: i settori dequalificati del terziario, l’economia dei distretti e della piccola e media impresa nelle regioni del Nord Est e del Centro, i servizi alla persona, in particolare quelli di cura degli spazi domestici e di accudimento, soprattutto quelli rivolti agli anziani, il lavoro nell’agricoltura job-intensive, in particolare nelle regioni meridionali del Paese. È proprio una presenza particolarmente elevata di immigrati anche istruiti in attività poco qualificate, se comparata a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, una delle caratteristiche che hanno a lungo definito un peculiare «modello mediterraneo» di immigrazione. Si tratta di un modello che l’Italia ha condiviso con la Spagna, il Portogallo e, in parte, la Grecia, ma che ha incarnato con caratteristiche estreme, specialmente a causa dell’accentuata vocazione manifatturiera di ampie zone del Paese. A caratterizzare questo modello è stato, negli anni alle nostre spalle, il ruolo cruciale della domanda di lavoro espressa dal Paese di arrivo, in particolare quando, come nel caso italiano, la crescita economica stava generando un aumento della domanda di lavoro poco prestigioso, poco pagato e spesso faticoso, non soddisfatta da un’offerta di forza lavoro nativa sempre più istruita, con crescenti aspirazioni occupazionali e un’ampia protezione economica offerta dalle famiglie.

È possibile sapere se queste condizioni persisteranno nel futuro, per comprendere se il forte calo migratorio del 2020 è contingente o strutturale? Il futuro non troppo lontano è in gran parte già scritto, fatti salvi traumi demografici che dovrebbero avere, però, portata superiore perfino a quello che stiamo attraversando. Per questa proiezione in avanti abbiamo scelto il 2036, un anno per il quale l’analisi del rapporto tra uscite dal mercato del lavoro e potenziali ingressi non richiede di fare congetture al buio, dato che tutti i protagonisti sono già nati e che è possibile fare previsioni sufficientemente affidabili sui livelli di mortalità e sulla dinamica migratoria che ci aspetta.

L’analisi del turn-over del mercato del lavoro nel 2036 rivela livelli di potenziale carenza di forza di lavoro perfino superiori a quelli odierni. Per limitarsi a un esempio, nelle regioni del Centro Nord la carenza di manodopera a bassa qualifica sarà tale che per ogni nuovo ingresso si registreranno oltre 6 uscite. Ma i dati mostrano che le carenze cominceranno a farsi sentire anche nelle regioni del Sud e delle Isole.

La discontinuità registrata dal crollo del saldo migratorio nel 2020, quindi, si inserisce all’interno di una continuità di lungo periodo. È fin troppo facile prevedere che in un prossimo futuro, se – come tutti speriamo – il sistema economico italiano si riprenderà dopo la crisi del 2008 e l’ulteriore «gelata» indotta dalla pandemia, la domanda di lavoro straniera riprenderà con forza, replicando quanto è accaduto nel primo decennio di questo secolo. Infatti, la domanda di forza lavoro non qualificata potrà essere soddisfatta solo da immigrati stranieri disponibili ad accettare condizioni di lavoro, compensi e aspirazioni che i giovani italiani possono permettersi di rifiutare, anche perché l’offerta di lavoro qualificato da parte delle imprese e dello Stato dovrebbe aumentare. Giovani, peraltro, che almeno per i prossimi vent’anni saranno in numero molto minore rispetto ai baby boomers nuovi pensionati. Questa non è una novità, bensì la replica di un modello migratorio che caratterizzò l’Italia nei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, quando a soddisfare quella carenza di forza lavoro (sia non qualificata sia qualificata) è stata l’immigrazione interna. Quindi, se il Paese si avvierà su un sentiero di ripresa economica, l’inversione del saldo migratorio del 2020 è destinato a essere qualcosa di congiunturale, piuttosto che strutturale, e le immigrazioni dall’estero resteranno essenziali – almeno per i prossimi vent’anni – per il rinnovo della forza di lavoro e della popolazione italiana.