Rivista il mulino

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La ricerca storica va difesa dagli attacchi. E con essa vanno difesi gli storici

Sull'uso politico della storia

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  • Memoria /memorie

Tra le sue caratteristiche disciplinari, la storia può accreditarsi come scienza del contesto. Uno storico attrezzato, che racconti anche un piccolo evento, dovrebbe essere in grado di inserirlo in un periodo e rapportare ciò che ha ricostruito a uno scenario più generale, fatto di scelte politiche, di correnti culturali, di dimensioni nazionali o internazionali. La ricerca storica, insomma, impone, sia nel metodo che nelle interpretazioni, una complessità di cui gli studiosi più accorti tengono conto. L’uso politico della storia, invece, smonta quella complessità, seleziona un fotogramma o una parte di un processo storico, brandisce la storia come arma di propaganda. Così una parte politica può utilizzare la storia per «bilanciare» i «torti» dei propri antenati politici con i torti o presunti torti storici della parte avversa, rinfacciandoli a chi ritiene ne siano gli eredi. Si può minimizzare la portata di una dittatura, coglierne i lati positivi, «scoprire» improvvise verità che gli storici di professione hanno già rivelato da tempo. Si può invitare a «mettersi alle spalle» il passato così come, improvvisamente, riesumarlo a piacere, in un gioco di opportunità politiche del momento. E si può giungere, in casi sempre più frequenti, a minare la libertà della ricerca storica pretendendo di dettare le condizioni interpretative.

Un caso datato ormai 1991, fu la difficile «digestione», a sinistra, del termine «guerra civile», utilizzato da Claudio Pavone a proposito della Resistenza (anche se, al di là del titolo del libro, l’autore parlava anche di guerra di classe e di guerra di liberazione). Non fu tanto una questione che generò una reazione politica quanto culturale, e cioè lo scioglimento di un tabù. L’espressione «guerra civile» era stato utilizzato fino ad allora dalla destra e nell’area culturale della sinistra venne alla fine accettato con qualche difficoltà. Ma, da oltre 20 anni il rapporto difficile con la ricerca storica è soprattutto determinato dal centrodestra, con un insieme di atteggiamenti, di dichiarazioni pubbliche, di decisioni istituzionali. «Libri troppo marxisti», sentenziò Storace nel lontano 2000, invocando una commissione che ne valutasse l’idoneità ad assumere la funzione di libri di testo. Tre anni dopo Berlusconi sosteneva che «Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino». Così, mettendo insieme le due dichiarazioni, se ne poteva ricavare che il guaio fosse quello di non aver raccontato la verità nei manuali di storia, e cioè che i Rosselli erano stati vittima di un'insolazione in un villaggio vacanze e che Gramsci era morto in seguito a un incidente di sci. Emergevano poi i complici di un complotto che partiva dagli autori di testi di storia: erano gli insegnanti. Secondo Berlusconi (febbraio 2011), in una prosa incerta ma al tempo stesso chiara nelle conseguenze, «vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori», a cui non poteva mancare il riscontro di una nota studiosa di storia, Gabriella Carlucci: «Testi politicamente orientati, finalizzati a plagiare le nuove generazioni», sostenuta da un laconico appoggio della ministra Mariastella Gelmini: «Il problema esiste». Così, concretamente, il capogruppo del Pdl nella Commissione cultura, Emerendo Barbieri, spalleggiato da 19 parlamentari, immaginava di poter verificare quali fossero i testi faziosi, e proponeva un percorso che portasse di fatto a un «ravvedimento» degli autori, senza il quale i libri incriminati dovevano essere ritirati dal mercato.

Rimaneva esclusa la gogna pubblica e il rogo. L’attacco censorio, che recava con sé il tentativo di sobillare anche le famiglie, nel corso degli anni può essere così riassunto nella narrazione complessiva del centrodestra: figli plagiati da marxisti imbevuti di odio, pagati tanto per fare poco e traditori della patria e degli ideali di un’intera generazione di genitori, incarnata, in monopolio, da una sola parte politica.  Si continuava poi con Tajani (marzo 2019) che rievocava un motto mai cessato del tutto, e cioè che il fascismo aveva fatto anche cose buone. Questo insieme di minimizzazioni, relativizzazioni, intimidazioni e minacce, e cito solo alcune tra le tante, e solo per segnare un percorso che non si limiti agli ultimi episodi, è diventato ancora più concretamente aggressivo negli anni più recenti, fatti di proposte e di delibere, presso Regioni e Comuni, che restringono la libertà di ricerca storica. Nel mese di marzo 2019 il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, con la mozione n. 50, impegnava la Giunta e l’assessore competente «a sospendere ogni contributo finanziario e di qualsiasi altra natura a beneficio di soggetti pubblici o privati, che… [diffondessero] azioni volte a non accettare l’esistenza delle vicende quali le Foibe e l’Esodo ovvero a sminuirne la portata e a negarne la valenza politica». Si faceva riferimento in particolare all’Anpi, accusato di «diffondere una versione riduzionista della storia della pulizia etnica perpetrata dai partigiani titini». Oltre a porre sullo stesso piano il negazionismo verso la Shoah, si invocava la sordina verso «l’incitamento all’odio» che poneva in pericolo la pacifica convivenza sociale. Ma tale intento sembra smarrirsi nell’alta tensione creata sull’argomento, giunta alle minacce fisiche rivolte a un autore come Eric Gobetti, e alla sua famiglia, che ha proposto una sua visione del tema. 

Il riduzionismo e il negazionismo attribuito agli storici sono termini che ricorrono anche nella mozione n. 29 presentata nel mese del febbraio 2021 dal consigliere Speranzon, della Regione Veneto, sempre a proposito di foibe. Un’altra critica ricorrente è che tale terribile pagina sia stata volontariamente dimenticata, censurata, trascurata dagli storici. Se si consulta il sito del Servizio Bibliotecario nazionale digitando semplicemente «Foibe», compaiono ben 336 titoli e si ricorda che il sito non riporta saggi su riviste e articoli. C’è, dunque, una volontà di trascurare quanto già compiuto dalla ricerca storica, o forse richiede troppo tempo una lettura di più testi, o forse è più semplice imporre che farsi un’idea più compiuta della storia.

Mi pare, inoltre, che dietro l’insistenza su un argomento che, ripeto, gli storici non trascurano affatto, ci sia la volontà di far emergere solamente il momento culminante, orribile, esecrabile, senza alcuna possibilità di condivisione umana, di un massacro. Ma lo studio della storia va oltre il pur comprensibile orrore che ogni persona prova di fronte a qualsiasi atto del genere. La storia va oltre l’esecrazione o la giustificazione, la condanna o l’assoluzione, cerca di comprendere determinati processi storici. E allora uno storico deve porsi anche altri problemi, e cioè rinunciare ai titoli di coda di un film, per analizzare un periodo più lungo, che va dal periodo tra le due guerre, attraversa il violento dominio fascista, esamina la questione geopolitica dell’area e giunge fino all’esodo forzato. Non mancano testi in tal senso (voglio citare un autore tra gli altri, Raoul Pupo), che non giustificano affatto l’orrore delle foibe ma danno spiegazioni più ampie e riavvolgono il nastro di una storia più complessa.

Non solamente il tema delle foibe genera la tentazione di imposizioni politiche alle interpretazioni storiche. Meno di un mese fa, il Comune di Genova ha varato una anagrafe virtuale antifascista, antinazista e anticomunista, tesa a impedire la diffusione della vendita di oggetti con simboli e di messaggi inneggianti a quelle ideologie, considerate antidemocratiche ed eversive. La misura è stata presa «a difesa dei valori della nostra Costituzione». Mi chiedo come si possano porre sullo stesso piano chi ha guidato una dittatura ventennale e si è alleato con chi ha compiuto stragi di civili italiani, e coloro i quali quella dittatura e il suo alleato nazista li hanno combattuti.

Pochi esponenti della nostra classe politica conoscono la storia, eppure alcuni di loro se ne fanno arbitri. Senza voler giungere alla conclusione che non possano esprimere opinioni anche su questioni che non conoscono, perché la libertà d’espressione è sacra ed è tale anche per dire sciocchezze, sarebbe un guadagno di immagine per la considerazione che i cittadini possano avere della politica, se i loro esponenti non ponessero ostacoli a chi la ricerca storica la fa per mestiere. Le tanto richiamate competenze non si improvvisano: non credo ci sia nessuno che si sottoporrebbe a una operazione con un chirurgo laureato in storia o in legge e non in medicina. Pur avendo scritto di ponti e di grattacieli dal punto di vista storico, non ho nessuna intenzione di mettermi a dare indicazioni su come un ponte o un grattacielo debbano essere costruiti.