Rivista il mulino

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L’Italia e il nuovo governo hanno opportunità importanti nell’arena internazionale. Il dibattito politico latita su questioni di politica estera

E se parlassimo di politica estera?

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  • Identità italiana

È indubbio che Mario Draghi – se riuscirà a ottenere la fiducia – avrà priorità di politica domestica. L’emergenza sanitaria e la campagna di vaccinazione sono questioni centrali. È necessario un grande piano d’investimenti per aiutare le parti della popolazione più colpite dalla pandemia e per far uscire il Paese da una recessione economica senza precedenti. L’elenco delle emergenze di politica domestica potrebbe continuare, in primis aiuti e azioni per la scuola e riforme necessarie per una burocrazia sclerotizzata.

Tuttavia, si dovrebbe alzare lo sguardo al di là dei confini nazionali. Su quali questioni il Paese dovrebbe farsi portatore d’iniziativa e cambiamento? Scelte, o mancate scelte, in politica estera potrebbero avere – nel breve e medio periodo – effetti profondi sulla politica interna. Quelle che troppo spesso si descrivono come emergenze, intese come eventi improvvisi e transitori, sono questioni strutturali che se non affrontate collettivamente e in arene sovranazionali si riproporranno sempre più acutamente.

Dopo la Guerra fredda e la caduta della Prima repubblica l’Italia ha faticato a formulare una strategia di politica estera. La politica estera durante la Guerra fredda era dettata dalla sfida bipolare e globale fra Stati Uniti e Unione sovietica. La politica estera italiana era in funzione della sfera d’influenza e d'interesse degli Stati Uniti e spesso l’Italia era ponte e interlocutore per gli americani verso il Medio Oriente o l’Est Europa. Con il crollo del sistema bipolare, ma anche per lo sfaldamento dei partiti della costituente, la politica estera italiana è stata dettata parzialmente da figure individuali con un’inconsistenza e un’incertezza dovute a un sistema internazionale instabile.

La politica estera si è mossa tra posizioni di un europeismo spinto dal cuore o dalla testa, o di un rinvigorimento dell’alleanza americana per segnalare il distacco dal passato di alcuni partiti che divenivano governativi o le posizioni di nuovi che segnalavano l’aderenza a pratiche tradizionali. Negli ultimi anni vi sono state tattiche – frettolose e di breve durata – di avvicinamento verso la Russia e la Cina e di distanziamento dall’Unione europea. La linea strategica di politica estera non è stata chiara, la Farnesina ha per fortuna mantenuto la qualità della diplomazia. Il crollo del bipolarismo internazionale, l’incertezza tra l’egemonia americana e le frammentazioni del potere tra diversi Stati, ha portato l’Italia a una politica estera a volte di tattica, ma quasi mai di strategia.

Bisogna però sottolineare che il nuovo governo, grazie a circostanze internazionali favorevoli e possibilità di iniziativa italiana, può elaborare una politica estera più incisiva e di strategia. È chiaro che un presidente del Consiglio come Mario Draghi avrà una gravitas unica con partner europei e mondiali. Ci sono inoltre diverse congiunture che lasciano spazi per «spingere e tirare» temi di politica estera dove l’Italia può avere ruoli di guida grazie a cambiamenti recenti di leadership in altri Paesi importanti o per delle scadenze istituzionali di notevole rilievo.

Gli Stati Uniti e il neoeletto presidente Joe Biden sembrano riaprirsi anche verso una logica di multilateralismo e questioni come il cambio climatico, una governance globale su salute e operazioni di pace sotto l’egida delle Nazioni unite, ritornano nell'agenda della Casa Bianca. Angela Merkel, forse il leader politico più importante in Europa e per l’Europa degli ultimi 15 anni, esce di scena con le elezioni di settembre 2021. La Germania avrà per inerzia istituzionale e per adattamento dei nuovi leader nazionali un ruolo non marginale, ma meno incisivo nei prossimi mesi. Il Regno Unito da gennaio 2021 – dopo un lungo anno di transizione – non fa più parte dell’Unione europea, provocando nuovi e diversi equilibri istituzionali nell’Ue. Brexit ha assorbito moltissime energie negli ultimi anni, ma ora è il momento giusto per riproporre riforme e nuove iniziative dell’Unione europea. Chiaramente la Francia di Emmanuel Macron ha in questo 2021 uno spazio amplissimo di azione e l’Italia può essere il Paese che gioca un ruolo di ribilanciamento all’interno dell’Unione. Forse l’Italia potrebbe anche beneficiare di una presidenza portoghese del consiglio dell’Ue fino a giugno 2021. Il 2021 vedrà anche l’inizio della partita sul segretario generale della Nato, il secondo mandato del norvegese Jens Stoltenberg scade infatti a settembre 2022.

Poi non bisogna scordare che da dicembre 2020 è iniziato ufficialmente l’anno di presidenza dell’Italia del G20. Il G20 è composto da 19 Paesi più l’Ue e questi Paesi producono all’incirca il 90% del prodotto lordo mondiale, l’80% del commercio mondiale e il 66% della popolazione mondiale. L’Italia avrà un ruolo centrale nella gestione dell’agenda dei lavori, uno dei poteri più importanti nelle organizzazioni complesse, in un anno fondamentale per tracciare politiche post-pandemia. A Roma a ottobre 2021 ci sarà l’incontro di tutti i leader del G20. Inoltre, forse non noto a molti, il senatore Mario Monti presiede la Pan-European Commission on Health and Sustainable Development, commissione organizzata dall’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità. La commissione presenterà i lavori finali a settembre del 2021, dopo aver valutato come i sistemi sanitari di diversi Paesi hanno risposto alla pandemia Covid-19. La commissione formulerà raccomandazioni su investimenti e riforme per migliorare capacità e reazioni dei sistemi sanitari e di assistenza sociale.

Tra le molte azioni che l’Italia dovrebbe intraprendere in politica estera, alcune potrebbero avviare e sostenere azioni di lungo periodo per le attività multilaterali nel seno di organizzazioni internazionali, assumendo anche un valore fondamentale e strategico per l’Italia stessa.

Primo, la riapertura di un dibattito e nuove politiche sui rifugiati e sulla gestione dei confini dell’Unione europea. Il trattato di Dublino del 1990, sebbene modificato nel 2003 e nel 2013, contiene ancora il principio che siano gli Stati membri che ricevono i rifugiati a farsi carico degli stessi. Questo principio spinge i Paesi a logiche nazionali, antitetiche a una comunità politica e spesso contrarie al diritto internazionale. L’Ue deve riscrivere i meccanismi di allocazione dei rifugiati e deve integrarli con piani di sviluppo verso i Paesi da dove fuggono i migranti. C’è anche la necessità di ripensare il ruolo di Frontex, l’agenzia che gestisce il coordinamento dei controlli dei confini europei. Negli ultimi anni la selezione, le preparazioni e l'utilizzo degli agenti Frontex hanno evidenziato criticità inammissibili rispetto agli standard di diritti umani e valori fondanti dell’Ue.

Secondo, le emergenze sanitarie non possono essere considerate solo come questioni nazionali. Le interdipendenze e le interazioni fra Stati e individui sono troppo elevate per credere che le chiusure dei confini e i lockdown possano essere le soluzioni. Bisogna portare l’esperienza drammatica italiana sia a livello europeo sia all’interno dell'agenzia delle Nazione unite preposta a un coordinamento globale su questioni sanitarie, la Oms. Il senatore Monti, come evidenziato sopra, ha un ruolo centrale nell’elaborazioni di proposte per l’Oms, il governo italiano deve assumere un ruolo centrale in questo dibattito di governance globale.

Terzo, l'assunzione di un ruolo di leadership nella formazione per le operazioni di pace. In Italia parliamo poco non solo di politica estera, ma anche di dati. Il numero di guerre civili oggi ha raggiunto quello più alto dal 1945. Ci sono più di 50 conflitti, tra i minori e i maggiori, che superano il picco che si ebbe dopo la Guerra fredda. Il conflitto in Libia, ma anche quello in Siria hanno effetti diretti sull’Italia. La letteratura scientifica è concorde nel dire che le operazioni di pace delle Nazioni unite sono fondamentali per far cessare i conflitti e salvare vite. Oggi, in 13 operazioni di pace delle Nazione unite vi sono più di 70.000 militari e 9.000 agenti di polizia. La gran parte proviene da Bangladesh, Etiopia, Nepal, Ruanda, India e Pakistan. I Paesi benestanti del «Nord globale» stanno delegando (o scaricando) ai Paesi del «Sud globale» un ruolo centrale per la stabilità internazionale. Tuttavia, l’Italia è riconosciuta come uno dei Paesi occidentali più attivi nelle operazioni di pace, unico Paese occidentale tra i Top-20 contribuenti di Caschi Blu. La leadership e la professionalità dei militari italiani è chiarissima e soprattutto il ruolo dei carabinieri come forza capace di addestrare e formare corpi di polizia in Paesi in post-conflitto. L’Italia dovrebbe puntare su questa eccellenza ed elaborare una politica estera anche attraverso un ruolo sempre più centrale di formazione delle missioni di pace delle Nazioni unite.

Infine, un ruolo di iniziativa e di riposizionamento più fermo su strategie per influenzare il cambiamento climatico. Alla luce della sua presidenza del G20 e del nuovo presidente americano, ma anche della necessità di ripensare un piano industriale nazionale grazie ai fondi Eu, l’Italia può e deve superare le incertezze dovute a pressioni di gruppi industriali e dell’opinione pubblica. Gli effetti del cambiamento climatico saranno devastanti per un Paese con una morfologia così unica come l’Italia. Inoltre, è previsto che conflitti e flussi migratori aumentino proprio per meccanismi diretti e indiretti dovuti al cambiamento climatico.

Dunque, e se parlassimo di politica estera? L’Italia può e deve farlo perché ha molto da guadagnarci. O da perderci.