Rivista il mulino

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Berlino, 18/1/2021

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  • lettere internazionali

Cdu: congresso del dopo Merkel. Armin Laschet si è imposto su Friedrich Merz e Norbert Röttgen. Al ballottaggio, al congresso della Cdu la distanza con Merz è di poco meno di settanta voti. Come nel 2018, è la vittoria del partito trasformato da Angela Merkel.

Chi scrive credeva che questa volta Merz avesse qualche possibilità, soprattutto grazie al congresso digitale che, in fondo, vero congresso non è: non si tratta di un luogo dove si forma una volontà collettiva, dove i delegati discutono e alla fine votano. Ma ancora una volta la cancelliera ha posto il partito di fronte a una scelta: gli ultimi quindici anni sono stati positivi, il futuro potrà sorriderci solo se lo affronteremo con la stessa impostazione. Insomma, ancora una volta keine Experimente.

Non è un caso che Merkel abbia ricordato l’aumento dei posti negli asili nido e il salario minimo. Obiettivi storicamente estranei alla cultura politica della «vecchia» Cdu. Per gli asili lottò già Ursula von der Leyen contro le resistenze della vecchia guardia, che vedeva (e vede) nella promozione di tutele per i bambini un modo per cancellare l’immagine della donna come «angelo del focolare». Il salario minimo era, invece, una proposta della Spd, che la cancelliera ha assimilato e poi fatto approvare, con il consenso pieno di sindacati e imprenditori. Un metodo di dialogo e di compromesso, privo di una bussola ideologica ma estremamente efficace, come ha dimostrato anche la conclusione, tutto sommato positiva, della Presidenza tedesca semestrale del Consiglio dell’Unione europea.

Merz era l’uomo della rottura, la nemesi di Angela Merkel. Ma se nel 2018 la sua elezione sarebbe stata uno schiaffo troppo grande per la Cancelliera, lo scenario, questa volta, era più aperto. Proprio perché questa Cdu non è più guidata da Merkel, ma è un partito spaccato dallo scorso gennaio sulla questione del rapporto con gli estremisti di Afd. Tuttavia, Merz non ha saputo trasformarsi, andare oltre se stesso e proporre un’immagine diversa, capace di parlare anche al centro del partito. Nonostante le sue idee sulle questioni internazionali e sull’economia non siano poi così distanti da quelle di Laschet. Alla fine, ha convinto gli stessi che aveva già dalla sua nel 2018, la parte più radicale e antiquata della Cdu: oggi come allora, non è bastato.

Due cose hanno influito su questo congresso. Da un lato, è evidente come la modernizzazione di Angela Merkel abbia dato frutti: la Cdu è ormai un partito nuovo, che non torna indietro. Dall’altro, le recentissime immagini da Washington hanno avuto un ruolo: hanno spaventato, o meglio terrorizzato, la società tedesca, non a caso, le reazioni di tutta la politica della Repubblica federale sono state straordinariamente eccessive.

Nel suo intervento, Armin Laschet ha usato quelle immagini con sapienza, ribadendo come la polarizzazione sia un pericolo troppo grande per la democrazia tedesca ed europea. In pratica, ha chiesto ai delegati se volessero rischiare. Al contrario, quello che servirebbe, per il presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia, è l’unità, Il compromesso. Con questo discorso, forse un po’ piatto, ha però messo nell’angolo Merz, che pure ha provato a parlare di Mitte, di consenso e di moderazione ma che è apparso sempre come inadeguato, anche solo per una spigolosità di carattere e una certa arroganza.

Nel momento più emozionante del suo intervento, Laschet ha poi ricordato il padre minatore e ha così posto due questioni: da un lato il tema della pluralità e della complessità della società tedesca («mio padre mi ha insegnato che non conta da dove viene una persona, la sua origine, quanto se puoi fidarti di lui») e per questo ha elogiato anche il presidente del distretto di Kassel, Walter Lübke, assassinato dagli estremisti di destra per il suo impegno a favore dei rifugiati. Dall’altro, la fiducia come presupposto per fare della Cdu il centro del sistema politico tedesco, indispensabile per costituire qualsiasi coalizione: con i liberali, con i Verdi, con la Spd.

Laschet ha redatto con Jens Spahn, ambizioso ministro della Salute, dieci punti per guidare il partito e il Paese. È un team anomalo: Laschet è certamente un moderato, mentre Spahn, di una generazione completamente diversa, è il tipico conservatore radicale europeo di questi anni. Omosessuale, vede nell’islam un pericolo per la società e una sfida per l’Occidente, del quale intende «difendere» le «conquiste». Ne viene fuori una moderata proposta di riforma dell’economia, attenta tanto alle liberalizzazioni quanto al mantenimento dell’occupazione: i lavoratori sono tornati spesso nell’intervento di Laschet, che da presidente di uno Stato ex roccaforte della socialdemocrazia sa quanto sia importante e decisivo la loro integrazione nella rappresentanza politica. Un profilo, dunque, che ripropone gli assunti fondamentali dell’economia sociale di mercato, rifugge da proposte di radicale neoliberismo, accetta e anzi sostiene la rappresentanza del lavoro come interlocutore indispensabile, inquadra, secondo una logica cristiana sebbene spesso confusa, il tema della diversità e dei «nuovi» tedeschi con quello della sicurezza.

La sconfitta di Merz rappresenta anche una nuova emarginazione della destra interna al partito e la possibilità di una stabilizzazione di Alternative für Deutschland (Afd), che è in crisi profonda ma potrebbe conservare il ruolo di partito di delusi e scontenti della Cdu. Pochi, certamente meno di quelli del 2017, ma sufficienti a entrare nel Parlamento federale e in quelli territoriali. Questo aprirà due ordini di problemi. Da un lato il rapporto con Afd: tutti i candidati hanno escluso qualsiasi possibilità di collaborazione. Tuttavia, come il caso della Turingia dimostra, questa è una pura dichiarazione di principio, spesso impropria, se si accompagna alla totale indisponibilità anche solo di accettare la democraticità di opzioni diverse, ad esempio la coalizione rosso-rosso-verde.

Come ha scritto sul «Mulino» Jürgen Habermas, quest'assurda equiparazione tra Linke e Afd ha segnato la fine di Kramp-Karrenbaeur e potrebbe essere un problema anche per il neopresidente: anche perché l’esito del congresso dimostra che la Cdu è spaccata, che guidarla non sarà facile e che l’opposizione interna attorno a Merz proverà a ostacolare Laschet (non è un caso che Merz abbia già sorprendentemente chiesto, subito dopo la sconfitta, il ministero dell’Economia).

Dall’altro, ancora più importante, Laschet dovrà tener conto che non c’è solo il populismo, ma a caratterizzare questa fase storica è il ritorno dei nazionalismi. A tal proposito il «metodo» Merkel del compromesso, ancora utile in politica interna, potrebbe essere ormai logoro nei rapporti internazionali. Soprattutto per i rischi di una nuova coalizione antitedesca che potrebbe dividere nuovamente l’Europa. Da questo punto di vista il fallimento di Merz non è una buona notizia: perché palesa anche una certa irriformabilità della Cdu. Che sceglie di affidarsi ancora a un modello merkeliano, incapace di pensare se stessa oltre questi ultimi quindici anni o senza cadere in ipotesi del tutto anacronistiche, come quelle di Merz. Che aveva le carte in regola per lanciare davvero un’ipotesi radicalmente alternativa a Merkel nella definizione degli interessi nazionali ma ha preferito vagheggiare il partito dei bei tempi andati.

Proprio dosare egemonia e disponibilità al compromesso sarà il difficilissimo compito del prossimo cancelliere federale. Su chi raccoglierà l’eredità di Merkel alla cancelleria la partita è ancora tutta da giocare: perché, e questo è un altro motivo della sua sconfitta, solo Merz aveva la necessità, anche per ragioni anagrafiche, di essere candidato adesso. Al contrario, l’elezione di Laschet lascia aperte più strade.