Rivista il mulino

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Berlino, 21/12/2020

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Covid-19: a che punto è la Germania?. Si è molto parlato del discorso di Angela Merkel al Bundestag per illustrare le misure assunte insieme ai presidenti degli Stati federali tedeschi. Misure che da mercoledì scorso segnano l’inizio di una nuova stretta: alcuni negozi chiusi, scuole che hanno anticipato la fine delle lezioni e che probabilmente riprenderanno in modalità a distanza, stretta sui festeggiamenti natalizi (massimo cinque persone da due nuclei familiari, esclusi i bambini fino a 14 anni), divieto di consumo di alcolici (tra cui l’adoratissimo Glühwein) in strada fino al 10 gennaio (per ora), divieto di fuochi d’artificio a Capodanno, interventi per la distribuzione di maschere Ffp2 a determinate categorie.

Il solito mix tedesco tra raccomandazioni (evitare ove possibile i viaggi) e norme, con alcuni Länder che hanno deciso di indurire le misure: la Sassonia, ad esempio, dove nelle ultime settimane si era registrato un picco di contagi, curiosamente proprio il Land dove si erano svolte le manifestazioni negazioniste più partecipate e roccaforte elettorale di AfD. Vanno anche rilevati differenti modi di gestire l’emergenza: se Amin Laschet in Renania Settentrionale-Vestfalia non vuole (ancora) pensare all’obbligo di restare a casa (da imporre solo nei comuni dove la situazione lo richiede), in Baviera Markus Söder ha già imposto un coprifuoco (Ausgangssperre) notturno (dalle 21 alle 5): i due sono in corsa per la successione a Angela Merkel e hanno in mente modelli di intervento completamente diversi (più liberale Laschet, classicamente paternalista Söder).

L’intervento della Merkel al Bundestag è stato particolarmente emotivo, soprattutto quando dai banchi di AfD si sono levati brusii, e la cosa è stata notata da tutta la stampa mondiale. Angela Merkel ha ricordato i suoi trascorsi da fisica nella Repubblica democratica (“Sapevo allora che si possono sospendere molte cose, non la forza di gravità”) e ha ribadito che la forza dell’Europa è nell’Illuminismo, che ci porterà fuori dalla pandemia. Un discorso notevole, non c’è dubbio, ma oltre a sottolineare le capacità della Merkel, c’è da chiedersi anche se la Cancelliera e il suo esecutivo non siano in ritardo, se sia stato fatto tutto per affrontare la pandemia secondo le indicazioni che proprio il governo aveva indicato e se questa ennesima stretta poteva essere evitata con altre misure da assumere nei mesi precedenti.

La pandemia entra ora in una fase molto delicata, nella quale anche la curva dell’influenza stagionale s’impenna, mentre nel caso della prima ondata, si usciva dall’inverno per entrare in una fase dell’anno con temperature più miti.

Tuttavia, gli eccessi retorici rischiano di spostare la discussione pubblica dal piano reale a quello emotivo, soprattutto perché, sebbene in misura inferiore rispetto al dibattitto italiano, anche in Germania si registra uno ‘scontro’ sotterraneo tra esperti e virologi che consigliano o suggeriscono strade diverse, con le quali la politica tenta poi di sviluppare opzioni alternative alla linea del governo. Sino ad oggi Angela Merkel ha provato a definire tre assi con i quali affrontare la pandemia: il sistema federale – vale a dire nessuna trasformazione istituzionale e l’accordo tra Bund e Länder sui singoli provvedimenti: a questo valeva il principio del ‘semaforo’, cioè parametri comuni per tutto il Paese per determinare il livello di incidenza della pandemia e le conseguenti misure da assumere – la necessità di assicurare l’apertura di scuole e asili – sia in quanto beni in sé sia perché sarebbe complicato ipotizzare una loro chiusura senza problemi per le famiglie e i genitori lavoratori – la tutela delle case di riposo e in generale dei soggetti maggiormente a rischio.

Sul primo punto il sistema ha tenuto, con grande sorpresa di molti osservatori internazionali: al di là di chi ha visto nelle riunioni Bund-Länder il classico “scontro” tra Merkel e Stati federali, sin dall’inizio della pandemia la collaborazione istituzionale si è rivelato lo strumento migliore per affrontare la crisi. Il che non significa intervenire ovunque allo stesso modo (che costituirebbe un centralismo vero e proprio) ma concordare su criteri comuni per valutare l’impatto della pandemia e risposte concordate ad ogni stadio della crisi.

Tuttavia, se il federalismo regge come pratica di governo, poco si è fatto per preparare alla seconda ondata scuole, asili e centri di formazione. Qui, ovviamente, il federalismo interviene come scusante del governo federale (perché l’istruzione è una questione di competenza dei Länder): Merkel, però, nel corso dell’anno aveva ribadito la volontà di non chiudere le scuole, di non lasciare nessuno indietro.

Da settimane c’erano indicazioni sulle difficoltà che il sistema scolastico stava incontrando: sia la Leopoldina, la fondazione scientifica che affianca il governo nella gestione della crisi, sia molti scienziati avvertivano, citando uno studio dell’Imperial College nel Regno Unito, che le scuole, in particolare quelle secondarie, si stavano caratterizzando come incubatori del virus (così il virologo Christian Drosten della Charité di Berlino). Invece, nonostante gli annunci, le scuole hanno dovuto anticipare le ferie natalizie e non riprenderanno normalmente: si preannuncia una fase di didattica a distanza che potrebbe protrarsi per l’intero inverno, sulla quale c’è ancora poca chiarezza e per la quale, soprattutto, mancano risorse. Vengono alla mente le immagini dei dirigenti scolastici intervistati in estate sull’ipotesi di installare sistemi di filtraggio dell’aria. Tutte e tutti ridevano per non piangere: nessuno si fidava di concreti interventi economici del Bund o dei Länder a sostegno delle istituzioni scolastiche in una fase così complicata.

Infine, si registrano focolai anche nelle case di riposo, che avevano costituito una delle ragioni del ‘successo’ tedesco. Qui sembra registrarsi una distinzione tra virologi: occorre tutelare i più deboli, cioè gli anziani, affermano alcuni. Per altri, viceversa, la cosa è impossibile se non si limitano al minimo i contatti: seppur poco o per nulla letale tra i giovani, il virus sfrutta quest’ultimi per infettare le categorie più a rischio. Sull’ipotesi di una tutela degli anziani, è intervenuto a più riprese un altro virologo, Hendrik Streeck, suggerendo maggiore attenzione alle case di riposo e interventi concreti (migliore equipaggiamento del personale, test rapidi per le visite ecc.).

Anche qui, senza voler entrare nel merito della disputa scientifica, una eccessiva drammatizzazione della situazione, spesso utilizzata anche dalla Cancelliera (“Non possiamo permettere che sia l’ultimo Natale con i nonni”), rischia di impedire un dibattito pubblico più libero e franco, alimentando così il negazionismo o comunque un crescente scetticismo in una popolazione che, sino ad oggi, ha approvato largamente le scelte dell’esecutivo.

Convincente, invece, sino a questo momento appare l’azione del governo sul vaccino: da novembre gli scienziati hanno pubblicato delle indicazioni per la somministrazione (quali categorie vanno vaccinate per prime, ad esempio) escludendo l’obbligo di vaccinarsi. Nei giorni scorsi sono uscite le raccomandazioni della Commissione permanente per i vaccini (StIKo) e il Regolamento firmato dal ministro della Salute. Bund e Länder hanno definito una strategia che prevede centri ad hoc per la somministrazione (quasi ovunque già organizzati) e l’avvio nei giorni concordati con l’Europa. Su due aspetti è bene essere però chiari: in assenza per il momento di una efficace campagna informativa sulle differenze tra i vari vaccini, c’è da confidare nel nuovo anno, nella consapevolezza che, anche con il vaccino, l’uscita dalla pandemia è ancora lontana. La vaccinazione richiede tempo, anche solo per produrre le dosi necessarie. La maratona contro il virus è ancora lunga e agli europei andrebbe detto chiaramente.