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Cinquant'anni di divorzi

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Il 18 dicembre 1970 entra in vigore, con ritardo rispetto a molti Paesi europei, la legge n. 898 Fortuna-Baslini su «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio», che permette finalmente alle coppie di porre giuridicamente termine a un’unione sancita dalle nozze. Lunga la gestazione della legge: approvata a maggioranza dalla Camera il martedì 1° dicembre, essa è il frutto di anni di accesi dibattiti che continuarono ben oltre il referendum abrogativo del 1974. La partecipazione al voto referendario, dell’87%, e la quota dei contrari all’abrogazione della nuova legge (circa il 60%) testimoniarono la presenza nel Paese di una maggioranza già secolarizzata e sensibile verso le conquiste civili.

Le associazioni laiche e i movimenti delle donne scesero in campo per la difesa della «libertà di scelta» anche nell’ambito della famiglia e furono le generazioni Istat «della ricostruzione» e «dell’impegno», entrate in età adulta dopo il conflitto bellico e fino all’inizio degli anni Settanta, a dare inizio al cambiamento, incrementando le conquiste significative in termini di parità di genere nella famiglia e nella società, dopo quelle già  acquisite con la legge del 1950 sul congedo di maternità e la promulgazione nel 1975 del nuovo diritto di famiglia con cui cadde il concetto di patria potestà, nonché, poi, la legge del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza seguita dal referendum del 1981. La legislazione sul divorzio ha però una particolarità tutta italiana e, unica in Europa, fa precedere lo scioglimento dell’unione da una fase relativamente lunga di separazione.

La durata di questa fase che potremmo chiamare «di decantazione» è stata drasticamente ridotta solo in tempi recenti dall’introduzione della legge n. 132/2014, che semplifica le procedure di separazione e divorzio consensuali tramite la stipula di accordi extragiudiziali (con negoziazione assistita da avvocati o direttamente presso gli uffici di stato civile), e quella del maggio 2015 (n. 55)  del «divorzio breve», che abbatte (da tre anni a sei mesi per le separazioni consensuali o a un anno per separazioni giudiziali) la lunghezza dell’intervallo obbligatorio tra il provvedimento di separazione e quello di divorzio. Per valutare quindi evoluzione e caratteristiche della dissoluzione delle unioni in Italia è necessario esaminare congiuntamente l’andamento dei divorzi e delle separazioni (legali e di fatto).

La platea è pronta. A partire dal 1970 separazioni e divorzi sono in continua crescita e fanno da contraltare a un trend dei matrimoni che dalla metà degli anni Novanta sarà in continuo calo numerico. I primi due anni di applicazione della legge contano picchi numerici di eventi ma per tutti gli anni Ottanta la media annua non supera i 15 mila eventi divorzio contro un numero di separazioni più che doppio, una parte delle quali non si trasformerà mai in scioglimento legale dell’unione. La crescita risulta molto forte dagli anni Novanta, da quando si contano sempre più divorzi (dal 1995 al 2014 raddoppiati: da 27 a 52 mila) e separazioni (da 52 a 86 mila) (fig. 1). Tuttavia, rispetto ad altri contesti europei e non, quello italiano si caratterizza per un’incidenza più contenuta di questi eventi e per una prevalenza delle seconde rispetto ai primi. Nel 2015 si assiste a una esplosione del numero dei divorzi dovuta principalmente agli effetti congiunturali delle due variazioni normative.

È quindi l’andamento crescente delle separazioni che testimonia l’incremento continuo dell’instabilità delle coppie (fig.1). Dal lato dei matrimoni ciò significa che su 1.000 coppie che convolarono a nozze nel 1975, furono 993 quelle che festeggiarono il 15mo anniversario, contro le 819 per 1.000 nuovi matrimoni nel 2000. In quest’ultimo gruppo 761 sono i matrimoni sopravviventi al Nord e 899 nel Mezzogiorno a testimonianza di una differenza di approccio che non è esclusivamente geografica ma anche culturale, sociale ed economica. Le coppie più recenti si sono anche formate a età più elevate e quindi l’età media alla separazione, di circa 45 anni per i mariti e 41 per le mogli (47 per lui e 43 per lei in caso di divorzio) tende anch’essa a innalzarsi, visto che anche la durata media del matrimonio è tutto sommato elevata, pari a 15 anni per le separazioni e a 18 anni per i divorzi e molto più alta che in altri Paesi europei.

Gli scioglimenti delle unioni coniugali sono indubbiamente tra i fenomeni caratterizzanti l’evoluzione sociale e demografica del nostro Paese, capaci di modificare profondamente i corsi di vita degli uomini e delle donne che li sperimentano, degli eventuali figli e delle reti di parentela. Le implicazioni a livello individuale e di genere, familiare e collettivo evidenziano anche gruppi caratterizzati da maggiore vulnerabilità come nel caso delle donne e dei figli. Se quindi la legge Fortuna-Baslini e le successive costituiscono sicuramente una conquista nel campo dei diritti civili e anche del miglioramento nella condizione femminile, le pari opportunità di genere di fronte all’evento separazione dell’unione non sono ancora state pienamente raggiunte.

Nonostante la netta prevalenza delle separazioni e dei divorzi in forma consensuale che fanno ridurre tempi e costi della rottura, quelle giudiziali sono molto più diffuse nel Mezzogiorno rispetto al Nord e nella maggior parte dei casi chieste dalle donne. Se si guarda alla lettura esistente sul tema scioglimento delle unioni, si evidenziano con chiarezza anche i contorni sociali e generazionali del fenomeno: le donne con un più alto rischio di scioglimento dell’unione sono quelle nate nei decenni più recenti, che vivono nel Centro o nel Nord Italia, che hanno una visione meno tradizionale del matrimonio, che hanno esperienze di divorzio in famiglia, che sono molto istruite e che lavorano.

Un altro aspetto caratterizzante riguarda la presenza di eventuali figli. L’Istat evidenzia come su 100 coppie che arrivano alla separazione, più del 60% ha figli, e, tra queste, circa il 50% ha figli minorenni, che devono quindi essere affidati. Fino alla promulgazione della legge 54/2006, l’affidamento dei figli era quasi esclusivamente dato alla madre. Ancora nel 2005 la quota dell’affido condiviso è di 39% nelle separazioni e 28% nei divorzi. Al 2009, si arriva rispettivamente all’86% e al 69%, quasi un’imposizione. Lo scioglimento di un legame di coppia ha, oltre a costi in termini psicologici, importanti implicazioni sul benessere economico e non solo.

Recenti e diversi studi comparativi a livello europeo evidenziano che una separazione implica una maggiore vulnerabilità economica e un maggiore rischio di povertà per le donne, almeno nel breve periodo, e soprattutto per quelle cui sono affidati i figli. Per non contare il fatto che il concetto di benessere economico non è solo una questione di reddito ma qualcosa che coinvolge molte altre dimensioni come, ad esempio, i risparmi accumulati, il patrimonio, l’abitazione.

Da ultimo ma non di importanza secondaria in questa carrellata, occorre segnalare l’aspetto della violenza di coppia in cui le donne che hanno sperimentato una rottura dell’unione costituiscono un segmento particolarmente a rischio di violenza da parte dell’ex partner. Nel 2017, tra le donne separate o divorziate il 37% è stata vittima di violenza fisica o sessuale da parte del coniuge o convivente da cui si sono separate, contro una media generale del 19% di tutte coloro che hanno subito violenza dal partner, e non raramente anche in presenza dei figli. Sul totale delle donne che negli ultimi 5 anni sono state vittime di questo genere di violenza quasi un quarto era costituito da separate o divorziate (Istat, audizione parlamentare della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere).

Sicuramente molto è stato fatto in termini di diritti civili, ma molto resta da fare in termini di pari opportunità di genere.

 

Fig.1 Matrimoni, separazioni e divorzi. Anni 1995-2207 (valori in migliaia)