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Il M5S è finito, ma il suo spettacolo continuerà

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  • Identità italiana

Esattamente un anno fa Francesco Cundari ha scritto su Linkiesta che il Movimento 5 Stelle non è finito, “si è biodegradato dopo aver fertilizzato con le sue idee l’intero campo politico”, proprio come nel progetto dei suoi fondatori. L’affermazione è forte ma si fatica ad archiviarla come provocazione, soprattutto all’indomani di una riforma costituzionale che incorpora e nobilita anche la spinta che il M5S ha saputo imprimere al sistema politico italiano. Superata la fase del consenso e giunto probabilmente all’apice della sua parabola istituzionale, quali prospettive ha il Movimento? Su queste pagine, Piergiorgio Corbetta ha ipotizzato due scenari parlamentari plausibili e dignitosi: ritirarsi nell’opposizione di testimonianza, in una “funzione di controllo” più vicina al mito delle origini; o confermare le ambizioni governative, normalizzandosi all’interno dell’area del centro-sinistra. Questa seconda ipotesi si avvicina molto al presente, a livello nazionale la vediamo incarnata nel Conte due, ma la struttura storica del M5S la rende molto meno praticabile di quanto non appaia nella contingenza politica cristallizzata dal Covid, ce ne accorgiamo ogni volta che si cerca un’alleanza politica sui territori.

Per ipotizzare che cosa sarà, è utile chiedersi che cosa sia stato il M5S e accettare che la risposta non è una sola.

Se guardiamo al nucleo decisionale, il M5S è stato un’azienda di comunicazione a conduzione familiare, tra le prime a occuparsi di propaganda online, che ha comprato lo spettacolo di un comico televisivo capendo che era quel prodotto e non l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro il cliente politico da tenere nel portafoglio (questo fu il colpo di genio di Casaleggio padre, non la distopia fantasy sintetizzata nel video Gaia).

Se guardiamo al contesto il M5S è stato un bisogno diffuso, una domanda di impegno e di democrazia che si può comprendere solo tornando con la mente al momento della fondazione. Nel 2007 una crisi economica senza precedenti è alle porte, la società italiana è culturalmente estenuata dal perpetuo referendum su Berlusconi, difetta di luoghi dove canalizzare sentimenti, idealità e partecipazione giovanile, sta per scoprire l’internet dei social network. Nei mesi in cui Crozza Italia si afferma con fragore su La 7 e il libro La Casta diventa un best seller, il secondo governo Prodi, nato grazie alle circoscrizioni estere del porcellum e retto da quattro senatori a vita, si muove tra i ricatti politici di Mastella e l’ingombranza del neonato Partito democratico, che esordisce dichiarando la sua “ambizione maggioritaria” (un’ammissione, quella di Veltroni al Lingotto, non proprio d’aiuto al fondatore dell’Ulivo, cui ogni leaderino dell’Unione chiede un prezzo). Fu questa la cassa di risonanza del primo “Vaffa day” di Bologna, che raccolse le firme su una fantomatica proposta di legge fatta di tre norme: no condannati in Parlamento, no più di due legislature, legge elettorale con preferenze. Giustizialismo a parte, concetti dismessi dal M5S delle istituzioni.

Se infine guardiamo alla ricezione il M5S è stato innanzitutto un gigantesco intrattenimento cucinato dal pigrissimo sistema mediatico italiano, che lo ha esaltato o dileggiato o utilizzato senza mai studiarlo e sfoderando tutti gli ingredienti tipici e peggiori del nostro infotainment: superficialità, retorica, giacobinismo, qualunquismo, complottismo, moralismo, giustizialismo, nuovismo, e soprattutto… vetusto giovanilismo. La scalata dei 5 Stelle ha goduto di quell’immancabile entusiasmo di matrice sessantottina che i “giovani per sempre” proiettano su qualsiasi novità non comprendano dei loro “figli adulti mai” – una patente di dignità ideale che nelle sue trasmissioni Michele Santoro conferiva tanto con paternalismo quanto a prescindere dalle qualità espresse dai giovani ospiti in studio (sia detto per inciso, oggi qualcosa di simile avviene con le Sardine). Fingendo di negarsi al mainstream e costruendo una struttura catalizzabile, fondata sull’iscrizione di liste civiche “certificate” a tornate elettorali mirate (inizialmente soltanto regionali e amministrative) Grillo e Casaleggio furono molto abili a convertire il divertimento creatosi attorno a uno “tsunami” annunciato in una realtà politica realizzata: quando, nel 2013, l’età media della Camera scende a 48 anni, è  grazie alle selezioni online dalla Casaleggio Associati, un ascensore generazionale tangibile e funzionante, in un Paese altrimenti immobile. “Non hanno ancora capito”, è il mantra, vero e dunque entusiasmante, della campagna 2013 (la stessa che Bersani chiude in un teatrino insieme a Nanni Moretti).

Riassumendo: il M5S è un soggetto politico che nasce come azienda, in un delicato momento di trapasso e difficoltà economica, con l’avallo del mainstream mediatico, per dare risposta a fisiologiche esigenze di ricambio e di svecchiamento che nessun altro soggetto è stato in grado di rappresentare. Non molto originale come storia italiana. A questo punto la domanda è: quali sono i punti di contatto tra questa esperienza e il centro-sinistra dentro al quale speriamo venga un giorno riassorbita? Se si guarda ai programmi e agli elettorati esistono senza dubbio dei punti di convergenza tra le varie istanze rappresentate dai 5 Stelle nel corso del tempo e la socialdemocrazia cui in senso ampio in Europa il Pd appartiene; ma tralasciando il fatto che la stessa affermazione può essere fatta guardando a destra, le motivazioni, le idee e i metodi divergono quasi sempre. Prendiamo il taglio dei parlamentari. Il riformista dice: è un primo passo, efficiente e rilegittima il Parlamento, non è un pericolo, ne dibattiamo dai tempi della commissione Bozzi, la menzionò Veltroni nel discorso di nascita del Pd. Il populista dice: ora basta sprechi, noi tagliamo le poltrone. Possiamo credere che uno slogan populista abbia fatto da taxi a un’istanza di lungo corso del riformismo: ma chi può garantire oggi, senza timor di smentita, che non stia avvenendo il contrario? È questo il dubbio di Cundari di cui sopra. Un dubbio molto sano, perché M5S e Pd non sono stati antagonisti solo perché coetanei, lo sono stati perché vivono e rappresentano due concezioni inconciliabili della democrazia costituzionale e dell’Europa politica.

In effetti il vero riassorbimento politico del M5S non si è consumato in Italia ma in Europa. Dopo cinque anni spesi nel gruppo di Nigel Farage (il leader di Brexit) – una collocazione votata dal 78% della “base” sulla piattaforma Rousseau – e dopo il rifiuto dei liberali a cui avevano chiesto accoglienza, i quattordici pentastellati rimasti a Bruxelles (senza gruppo e senza fondi) hanno votato la candidata di Angela Merkel: senza i loro voti Ursula von der Leyen non sarebbe divenuta presidente della Commissione. Nell’estate 2019 Salvini al Papeete ci mise del suo, ma il governo giallo-rosso è nato in Europa, dal muro alzato contro l’eventualità di un commissario leghista (opportunamente sostituito da Gentiloni) e dalla scomparsa di un partito, il M5S, che fuori dal brodo italiano non può nuotare, perché non ha orizzonti politici (lo testimoniano le ridicole «alleanze» finnico-polacche intessute da Di Maio a pochi mesi dalle europee e dalla sua sublimazione alla Farnesina). In Italia il processo di smaltimento è molto più indietro, e l’unica garanzia che abbiamo sulla durata del progetto giallo-rosso non è nella forza d’attrazione del Pd e della sua agenda, ma nelle debolezze del personale politico di cui dispone lo stesso M5S. Dal 2018 a oggi la quasi totalità delle energie politiche della legislatura è stata impiegata per metabolizzarne lo spropositato successo elettorale. Dinanzi all’onere di essere maggioranza, le bussole e le armi del M5S si sono rivelate dei giocattoli, e per rimanere al governo i suoi eletti si sono dovuti affidare a un volto neutro, esterno a tutta la storia summenzionata, e all’esperienza del ceto politico che ha resistito alla loro ascesa. Prima a destra, venendo cannibalizzati da una bestia molto più bestia della Casaleggio; poi a sinistra, dove il racconto del «ritorno a casa» rimane tutto da costruire.

In attesa di capire se, per difendere il governo Conte, il Pd non scenderà in campo contro i 5 Stelle nemmeno nel disastrato comune di Roma, il 1° ottobre Corrado Formigli ha costruito un’intera puntata di Piazzapulita su un’intervista «esclusiva» rubata ad Alessandro Di Battista. Il M5S può anche sciogliersi nelle istituzioni, ma il suo spettacolo gli sopravvivrà, con effetti difficili da prevedere.