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Se c’è una cosa di cui non abbiamo bisogno questa è la contrapposizione ideologica sulla scuola
Tra emergenza e problemi strutturali
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Forse non si è mai parlato e scritto così tanto di scuola come negli ultimi mesi: complice il Covid-19, ognuno si è sentito in diritto di prendere la parola. Non credo sia giusto assumere un atteggiamento moralistico nei confronti di tale valanga di opinioni, scaricata senza verifiche preliminari in particolare sui social. Tuttavia mi pare evidente che l’intervento speculativo della politica su questo materiale eterogeneo abbia favorito una prolificazione incontrollata di tesi spesso strumentali.

Ammettiamolo: molte delle polemiche legate alla cosiddetta ripartenza dopo il lungo confinamento primaverile hanno avuto una matrice ideologica: cavalli di battaglia per contrapposizioni di cui, in un momento così drammatico per l’intero pianeta, non sentivamo proprio il bisogno, anche perché nei dibattiti fra esponenti istituzionali e commentatori spesso improvvisati si sono intrecciati due piani che, per quanto interconnessi, a mio avviso andrebbero tenuti ben distinti: uno sulle azioni da svolgere nell'emergenza, l’altro sulle questioni strutturali.

Per quanto riguarda il primo aspetto dobbiamo sempre considerare il terreno scivoloso del contendere: tutti vorremmo tornare all’istruzione in presenza, pur nelle giuste e necessarie condizioni di sicurezza, in quanto sappiamo che la vera, unica, insostituibile scuola è solo questa, il maestro che fa brillare gli occhi dei suoi studenti, eppure è necessario restare vigili e attenti, perché sappiamo che la situazione sanitaria potrebbe cambiare da un momento all’altro, quindi dobbiamo tenerci pronti a modificare l’offerta formativa in base all’evoluzione del contagio, senza liquidare per partito preso un eventuale ricorso alla cosiddetta didattica mista, soluzione peraltro spesso imposta anche dall’altrettanto ineludibile obbligo di frazionamento dei gruppi classe, se non degli orari, sempre nel rispetto, sia chiaro, del tempo-scuola complessivo. In mancanza degli spazi o degli organici non esistono allo stato modi alternativi per arrivare senza altri scompensi all’auspicabile governo della pandemia attraverso il vaccino.

Il discorso assume invece un’altra piega se proviamo a pensare a più lungo raggio in vista del tanto auspicato rinnovamento dell’istruzione nazionale. I drammatici mesi appena trascorsi, scoprendo gli ingranaggi dell’insegnamento, sotto lo sguardo finalmente edotto di molti genitori, hanno evidenziato i settori bisognosi di maggiori interventi: ripensamento dell’edilizia, secondo principi architettonici tesi a scardinare il vecchio schema ermeneutico cripto-ottocentesco della lezione da consegnare come un pacco postale da una mente già formata alle altre ancora da costruire; revisione dei programmi ministeriali alla luce del nuovo pensiero digitale: senza perdere neppure una briciola della tradizione trascorsa, anzi potenziandola, occorre ristabilire, a partire dalle sapienze del passato, le gerarchie di valore all’interno della grande Rete, nella consapevolezza della fondamentale differenza tra semplice informazione e vera conoscenza; azioni più incisive ed efficaci contro la dispersione scolastica, figlia del sogno ancora irrealizzato dell’uguaglianza delle posizioni di partenza: in tale direzione anzi le prospettive appaiono abbastanza inquietanti, pensando al riemergere, nelle famiglie più abbienti, della figura del precettore, allo scopo di tappare i buchi formativi creati dal Covid.

Queste tre direttrici di marcia non potrebbero essere sostenute né praticate se gli alunni non venissero messi al centro della scena didattica, quali protagonisti attivi della formazione che li riguarda: in Italia esistono tante esperienze virtuose che andrebbero meglio conosciute e condivise. Nella rete delle scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati (cinquanta postazioni didattiche dalla Sicilia al Friuli Venezia-Giulia con una significativa presenza anche in Ticino), di cui insieme a mia moglie Anna Luce Lenzi sono il fondatore, abbiamo coinvolto negli anni centinaia di studenti italiani formandoli come docenti di lingua per i loro coetanei immigrati. C’è forse un modo più efficace per realizzare la tanto invocata integrazione, provando a contrastare il continuo riemergere del razzismo? Si tratta di adolescenti straordinari i quali, dopo aver spiegato i tempi verbali ad Alì e Mohamed, quando tornano in classe, se i loro professori ne sanno approfittare, possono diventare preziosi testimonial di una piccola rivoluzione umanistica tesa a modificare persino i meccanismi spesso obsoleti della valutazione standardizzata secondo gli insopportabili cliché europei delle domande a risposta multipla.

Ultima nota a margine nel quaderno delle buone intenzioni. Non sappiamo quali direzioni prenderanno i cospicui fondi annunciati a Bruxelles per salvare dalla bancarotta economica le nazioni del Vecchio Continente, parte dei quali si è detto che andranno a beneficio dell’istruzione italiana: ad oggi possiamo soltanto supporlo. Ma di una cosa siamo certi: se non serviranno anche ad innalzare gli stipendi dei nostri docenti, di ogni ordine e grado, molti degli auspici suddetti rischieranno di restare lettera morta. Per costruire una nuova casa bisogna partire dalle fondamenta.

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