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Sul fenomeno della "caduta a terra" dei monumenti
Indizi che fanno ben più di una prova
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  • Culture

È sconfortante il silenzio che in Italia avvolge un fenomeno che sta conoscendo punte di autentica isteria negli Stati Uniti e in Inghilterra. Un fenomeno complesso, cui si è arrivati per ragioni spesso contraddittorie, ma che denuncia la perdita di capacità di interrogare il presente di cui soffre troppa cosiddetta intellighenzia occidentale. Parlo della “caduta a terra” dei monumenti, che non risparmia nessuno, neppure Gandhi in Inghilterra. Ma dietro la mancata reazione di storici e intellettuali ci sono processi che vanno per lo meno accennati.

Proprio nei giorni scorsi Santa Sofia è stata ricondotta allo stato di moschea e la copertura, sia pure per oggi “a tempo”, dei mosaici e delle decorazioni sta iniziando. Da papa Francesco a molti intellettuali e cittadini si è alzata una protesta, che in realtà si presenta come un rifiuto dell’iconoclastia che sta dietro quella riappropriazione. Ma la difesa del monumento sta, anche in questo caso, nel mantenimento dello statuto metastorico di quell’architettura? Teoria ben singolare, in realtà. La storia dell’architettura ha visto chiese trasformate in moschee, poi in caserme, in depositi di armi, privatizzate da ordini cavallereschi non solo religiosi, divenire fortezze e tornare a liturgie che ne stravolgevano la distribuzione spaziale. Usare la storia per émouvoir le présent è pratica assai discutibile. Ma almeno su Santa Sofia c’è stata una reazione.

Non così su un uso politico della storia che, questa volta, muove da ragioni ideologicamente, almeno all’apparenza, virtuose: anti-colonialismo, anti-razzismo, storia di genere. In realtà quelle “cadute a terra” poco assomigliano a quelle delle statue di Ceaușescu in Romania, per non fare che un esempio. Testimoniano in realtà la subalternità ormai dilagante della cultura contemporanea di fronte a movimenti che si muovono nella logica schmittiana dell’amico-nemico e che fanno del presentismo la loro filosofia della storia. Il tout est présent, che ben altre radici aveva nella storiografia, soprattutto francese, diviene occasione non solo per negare la contestualizzazione delle vicende storiche, ma per ridurre la storia a una sorta di parodia dei film western di John Ford, con i protagonisti invertiti.

Un atteggiamento che nasce da lontano. Vorrei mettere in luce solo due aspetti, tra i molti che si dovrebbero indagare.

Il primo è l’uso da posizione di maggioranza del politically correct. La rivendicazione di regole che impedissero la discriminazione (per genere, razza, religione) e che garantissero il diritto d’espressione delle opinioni è diventata strumento per negare il dissenso, la forma materiale sociale per creare un mainstream conformista: uscire dal quale può costare la richiesta di espulsione, anche da luoghi e istituzioni in cui una volta era sacra la libertà di parola, come Harvard. E poi, con un’ipocrisia quasi paradossale, persino nella comunità europea , si discute di formazione alla critica!

Il ridicolo abbattimento di simboli che null’altro sono che testimonianze di una cultura indica che non si conosce più neanche il significato della parola testimonianza, ma che tutta la cultura iconologica, che ha sperimentato posizioni opposte (basti pensare a Warburg e ad Hans Sedlmayr e alla scuola viennese, o a Wittkower e Pevsner) viene rimossa in nome di valori che ai tempi in cui furono edificati quei monumenti neanche si potevano immaginare. Duchamp che inserisce un water in un suo quadro fa un gesto dissacratorio. Non distrugge il quadro, ne mette in discussione l’unicità della possibile espressione, usa l’ironia, se si vuole il sarcasmo. Vedendo il diffondersi del fenomeno della distruzione dei monumenti, il solo esempio che mi viene in mente è invece il Bücherverbrennungen del 10 maggio del 1933 – e quanto rapidamente si sia persa la lezione che l’uso politico della storia ci ha saputo dare nel riflettere non solo sulla Shoah.

Il secondo aspetto che vorrei portare all’attenzione è la subalternità, ormai anch’essa dilagante, al sincronismo, anche negli studi non tecnici o che comportano una digitalizzazione delle informazioni. Eppure, proprio gli avvenimenti di questi mesi lasciano, a chiunque voglia indagare proprio il presente, indizi che fanno ben più di una prova, scriverebbe Maigret. Non solo il tempo è tornato a essere una variabile centrale (si pensi alla corsa disperata verso i vaccini e alla quasi ridicola previsione, sempre diversa, sul tempo necessario per averli). Ricerca e tempo sono intrecciati in modo indissolubile. Vale per la ricerca di un vaccino come per le spedizioni di Cortès. Ma anche lo spazio e il suo correlato oggi più ricorrente, l’identità, stanno mutando sotto i nostri occhi. Da uno spazio che si voleva piatto, quasi quello medievale della carta mundi come la Tenochtitlan (circa 1524), oggi si sono alzati muri fisici o politici, sanitari o commerciali, che fanno tornare a pensare al mondo delle corvées o, senza usare il sarcasmo, alla crisi di forme di delocalizzazione che si illudevano in una nuova pax mongola, questa volta garantita dal capitalismo finanziario.

Non a caso oggi stano risorgendo ideologie localiste volte a esaltare modelli di vita da microcomunità, rivitalizzati dall’accesso all’informazione. Ma le merci non camminano sui bip e ancor meno la formazione alla progettazione di qualità di qualsiasi prodotto umano. E soprattutto questi rilanci non riflettono sulle ragioni che hanno portato su strade molto distanti da quelle ipotizzate, le esperienze comunitarie almeno dalla fine del Settecento in avanti. La storia è la misura più certa dell’innovazione o della ripetizione, non insegna ma offre la possibilità di uscire da melme ideologiche. Ed è così anche per l’ossessiva ricerca identitaria che sta dietro la caduta a terra dei monumenti.

La colpa che crea il nemico è sempre quella di non rispettare un’identità su cui si formano aggregazioni sociali e culturali. È certo che il problema della schiavitù fa oggi orrore (anche se viene lasciato vivere tranquillamente sotto altre forme), ma lo abbiamo davvero studiato a fondo? Chi vendeva gli schiavi, su quali mercati, da dove provenivano, da quali ceti sociali? Prima di mettere a terra l’espressione ideologica e finale dello schiavismo, forse bisognerebbe interrogarsi meglio sul funzionamento dei mercati in età moderna.

Storicizzare non significa eliminare le responsabilità individuali, ma offrire chiavi interpretative, strumenti di confronto anche tra posizioni opposte, non ridurre problemi tanto dolorosi e complessi a gesti, neanche dadaisti. E soprattutto significa mettere in discussione quel multiculturalismo di facciata, all’apparenza democratico e pacificante, in realtà violento e divisivo, dentro il quale viviamo. Dietro atti all’apparenza carichi di valori liberatori, si nasconde una cultura identitaria che sostiene l’appartenenza a un gruppo sociale, a una razza, a un genere: l’unico elemento che accomuna è l’assenza di ogni critica, che i cementi identitari recano sempre con sé. Cresciuti in un multiculturalismo di nuovo astorico e metatemporale, in cui gli scarti tra culture, che sono in realtà le vere ricchezze di ognuna di esse, vengono negati per affermare l’egual valore di ogni espressione umana (sia letteraria, sia oggettuale, religiosa o tecnica).

Un atteggiamento che finisce nuovamente col consegnare ai pochi che rimangono in grado di capire come funzionano le differenze nelle società contemporanee le chiavi della comprensione, ma di alimentare anche gesti privi se non un egalitarismo farlocco, perché fondato su un valore dato ai simboli che le metafore hanno solo se non si capisce che di metafore parliamo, quando parliamo di monumenti.

Le soirées dada, le prime espressione dell’open theatre a fine anni Sessanta, sapevano unire gesto e messa in discussione di gerarchie sociali e culturali. Pensare che Marco Polo, Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci e via enumerando ragionassero come il mercante di bond oggi è solo penoso e rischioso. Ma questa chiamata in correo è senza fine (perché no Dante e il canto V, per questioni di genere? O il canto VI, per motivi di appartenenza? O Shakespeare dell’Amleto o Diderot dei Bijoux indiscrets?) anche per l’abuso di parole chiave del nostro parlare comune? Rapidamente si tornerebbe a una nuova Bücherverbrennungen.

A questo punto si è arrivati anche per l’abuso di due parole (“universale” e “umanità”) che avrebbero sottratto al loro stato di testimonianza storica sempre maggiori prodotti dell’uomo (l’ultima proposta è il caffè alla napoletana). Togliere la matrice e le vicende storiche che segnano l’affermarsi di stili, maniere di danzare, oggetti e architetture significa indurre a credere che quelle universalità e quell’umanità possano essere sottratte a una storia che si vede comunque come distruttrice. Quello che sta accadendo a Santa Sofia accade proprio perché, o anche perché, l’appropriazione di un riconoscimento, come ricorda Paul Ricoeur, è elemento centrale del conflitto che alimenta la cultura degli uomini e le loro regressioni, non solo i loro progressi.

Basterebbe forse far rileggere ai patrocinatori della messa nella polvere delle statue oggi la disputa che si svolse a Valladolid nel 1552-1553 tra Bartolomeu de las Casas e Juan Ginès de Sepulveda e che si risolse senza un vinto, per aiutarli almeno a intraprendere la strada del dubbio e della necessità di conservare la testimonianza e non a forzare comunque il giudizio. In gioco a Valladolid c’era l’anima degli indios, non una politica mercantile o una guerra di genere. Eppure quella disputa finì senza vincitori e vinti, restituendo alla dialettica tra posizioni, opinioni, idee il significato che debbono avere. Oggi essere dalla parte di Sepulveda fa quasi orrore. Eppure, se non avessimo quella disputa, neanche sapremmo che quell’opinione era non solo condivisa almeno dalla metà della corte reale di Spagna, ma da che punto siamo partiti per riconoscere un diritto che le infinite forme di caporalato, di diseguaglianza di genere e di razza nel 2020 ancora sussistono.

La storia è conflitto, lotta, critica al Dictionnaire des idées reçus, scriveva Flaubert. E non è certo distruggendo quel che ci testimonia quanto il mito di Sisifo incomba sulla nostra strada che ne usciremo prima.

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