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Il lavoro ai tempi della pandemia
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L’emergenza sanitaria Covid-19 che affligge i nostri sistemi sociali ed economici ha raggiunto un livello di gravità inversamente proporzionale alla capacità degli Stati e delle stesse Organizzazioni internazionali di rispondere efficacemente alle sfide della pandemia. In Europa è mancata una regia comune sia dal punto di vista delle politiche sanitarie da porre in essere, sia da quello delle politiche economiche e sociali per far fronte ad una sfida senza precedenti, che sembra riportare indietro le lancette della storia: la parola quarantena nasce infatti a Venezia con le grandi pestilenze del Trecento e del Quattrocento, quando la Repubblica Serenissima attuava, per la prima volta nella storia, politiche sanitarie sistematiche per evitare la diffusione dei contagi via mare.

Questo flagello, che sta costando tante vite e porta con sé una crisi economica senza precedenti, ha forse qualche lato positivo se riguardato come campanello di allarme per le nostre coscienze: il lavoro è nuovamente al centro della scena, sia quello di chi in prima linea combatte la malattia per salvare vite umane (i medici e tutto il personale sanitario), sia il lavoro di chi garantisce la nostra sussistenza quotidiana nei trasporti e nella logistica, nella distribuzione, nei servizi essenziali. Si tratta del lavoro delle persone umili che sta garantendo la continuità delle nostre esistenze. Il lavoro dell’homo faber e dell’animal laborans va quindi tutelato e, soprattutto, valorizzato socialmente. A partire dall’emergenza (in Italia, come in altri paesi europei, sono stati sospesi i licenziamenti per motivi economici), ma guardando, in prospettiva, all’adozione di politiche che invertano la tendenza al ribasso, alla de-valorizzazione di attività sempre più mercificate innescata dalla globalizzazione e dalla conseguente concorrenza fra imprese e fra lavoratori. Valorizzare il lavoro come “bene comune”, come risorsa non solo produttiva ma anche “vitale” e solidaristica è quindi la prima azione da intraprendere per rimettere al centro delle nostre società una visione etica dell’attività umana, che risponda a quell’esigenza di “radicamento” attraverso il lavoro che, come ha scritto Simone Weil, è la più importante e più misconosciuta dell’animo umano.

In questa prospettiva di valorizzazione sociale e identitaria del lavoro è anche necessario pensare a nuovi meccanismi universalistici di protezione sociale. Il diritto del lavoro, in questa situazione di crisi pandemica, ha infatti dimostrato tutti i suoi limiti. Da una parte la frammentazione degli istituti di protezione sociale che creano una situazione di incertezza e di complessità difficilmente gestibile (in Italia ben 14 strumenti diversi di “ammortizzatori sociali”, con requisiti e campi di applicazione diversificati). Dall’altra parte un’irragionevole esclusione dalle tutele dell’intero mondo del lavoro autonomo, specie di quello più debole o “economicamente dipendente”, che ha sofferto ancor più di quello subordinato la sospensione delle attività industriali e commerciali. Il bonus di 600 euro per le partite Iva decretato dal governo italiano (pur commendevole) è quindi la “foglia di fico” che nasconde un buco nero di migliaia e migliaia di lavoratori autonomi stremati dalla mancanza di commesse, e senza alcun ammortizzatore sociale. È tempo per ripensare alla tutela del lavoro “personale”, al di là della frusta distinzione tra subordinati e autonomi.

L’organizzazione del lavoro è un altro tema che emerge con prepotenza in questa emergenza. Il lavoro agile, il lavoro a distanza, il lavoro tramite piattaforme digitali che consentono la connessione durante la quarantena si sono rivelate una risorse preziose non solo nelle imprese private ma anche nelle pubbliche amministrazioni (in Italia il lavoro agile è stato decretato come la forma “normale” di erogazione delle prestazioni nell’ambito pubblico): basti pensare al personale docente delle scuole e delle università che ha garantito la continuità della didattica e ha salvato il sistema educativo e culturale dal rischio di un drammatico blocco a danno dei nostri giovani e della loro formazione. Queste nuove modalità di organizzazione del lavoro. agili, personalizzate, de-gerarchizzate, vanno incentivate e diffuse in vista della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita che oggi l’emergenza ha resa necessaria, ma che domani potrà riflettere altre esigenze personalistiche e altre logiche di valorizzazione del lavoro personale.

La pandemia ha poi, ovviamente, rilanciato con forza il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro. Benché il rischio biologico di contagio del Covid-19 non sia un rischio “specifico” del luogo di lavoro, ma sia qualificabile come un rischio “generico”, è proprio negli ambienti di lavoro che deve essere garantita la massima sicurezza: i troppi morti registrati in Italia tra medici e infermieri, veri e propri lavoratori-eroi immolati per la salvezza degli altri, testimoniano gli inammissibili ritardi con cui le nostre aziende sanitarie hanno affrontato una pandemia “annunciata”, disvelando però anche un deficit culturale che affligge, in generale, il mondo della produzione. Richiamare le imprese alla responsabilità generale di assicurare l’integrità psico-fisica dei dipendenti è una parte essenziale di quella strategia di valorizzazione del lavoro, e che deve riguardare, ancora una volta, il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.

In cauda venenum. Rimane al fondo di questa emergenza sanitaria una questione che trascende la capacità degli Stati nazionali di ripensare i propri meccanismi di sorveglianza e di regolazione di un’economia globale sempre più “fuori controllo”. La crisi del Covid-19 è infatti l’ultima esternalità negativa dell’iper-globalizzazione, che ha consentito al virus di viaggiare muovendosi nell’ambito di quelle catene globali del valore che organizzano la produzione di beni e servizi a livello mondiale e segmentandola in diverse fasi, localizzate in aree distanti migliaia di chilometri l’una dall’altra. Come dire che tra le conseguenze delle catene globali del lavoro non vi è solo l’insicurezza e la diseguaglianza, ma anche la pandemia: evento prevedibile di un mondo globalizzato e iperconnesso. E allora, una volta che l’onda epidemica sarà scemata, perché non ripensare davvero la geografia economica su base macro-regionale, su catene corte del valore, in cui il lavoro, la produzione e commercio assumono nuovamente la logica (giuridica: Schmitt) della localizzazione, invece che continuare la folle corsa verso una delocalizzazione senza fine? Le filiere di produzione corte sono un modello d’impresa che rafforza gli elementi di localismo e collaborazione, e consente di avvicinare l’azione economica a valori che vanno al di là della semplice massimizzazione del profitto, e che rivelano quella dimensione etica della sfera economica che, come ricorda Honnet, si è andata perdendo in questa distorsione della logica del mercato. Un sistema dove l’azione economica è orientata verso la soddisfazione di valori come la sostenibilità sociale e ambientale, la conservazione di culture e abitudini locali, la condivisione e l’accesso: valori che proteggono direttamente le persone che lavorano, perché le collocano in una rete di convenzioni sociali ed economiche di prossimità, centrate sulla persona e sul suo sviluppo.

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