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Difesa e sanità, due modelli da rivedere
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  • Identità italiana

Che il nostro Paese non fosse preparato a fronteggiare questa emergenza sanitaria è ormai evidente. Come noto, per sopperire alle mancanze del sistema sanitario e della Protezione Civile è stato chiesto l’intervento delle Forze Armate. Sistema della difesa e sistema sanitario sono accomunati da due rilevanti caratteristiche: entrambi sono chiamati a tutelare dei diritti fondamentali dei cittadini italiani (sicurezza e salute) e, pertanto, devono essere in grado di rispondere alle emergenze che costituiscono una parte essenziale della loro attività. Un confronto tra questi due sistemi può essere fatto esaminando quattro ambiti (produzione, controllo, investimenti e pianificazione).

Una analisi dei dati tra la produzione militare e quella medico-sanitaria fa emergere innanzitutto un primo elemento: mentre l’Italia produce gran parte dei sistemi militari necessari alla Difesa tanto da poter essere sostanzialmente autosufficiente, è invece ampiamente dipendente dall’estero per quanto riguarda diverse tipologie di apparecchiature medico-sanitarie. I dati ufficiali degli ultimi tre anni mostrano infatti un saldo ampiamente positivo per le esportazioni di sistemi militari (2,5 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 500 milioni di importazioni) e positivo anche per gli apparecchi medico-sanitari (7,4 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 7 miliardi di importazioni), ma con un’evidente dipendenza dall’estero per le apparecchiature mediche.

In entrambi gli ambiti si registra un forte sbilanciamento sul versante dell’esportazione. Ma, anche a questo riguardo emerge una sostanziale differenza: mentre le esportazioni di sistemi militari comportano il grave rischio del sostegno militare a governi di Paesi illiberali, spesso coinvolti in conflitti armati in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali (più del 60% dell’esportazione militare italiana è diretta a Paesi extra Nato-Ue, in gran parte nell’aera mediorientale), le esportazioni di tipo medico-sanitario servono a curare la popolazione. Non tutelare adeguatamente la produzione medico-sanitaria e incentivare – come da alcuni anni stanno facendo i governi del nostro Paese – le esportazioni di armamenti non solo non favorisce lo sviluppo sostenibile, ma rischia di compromettere gravemente la sicurezza internazionale e il benessere delle popolazioni.

Questo è un primo e fondamentale elemento che richiede una profonda revisione nella direzione della riconversione a fini civili di quella parte dell’industria militare ormai obsoleta e di una razionalizzazione programmatica dei settori industriali militari nel contesto di un rinnovato e diverso Piano di difesa europeo. Si tratta di un indirizzo già presente nella normativa vigente, purtroppo ampiamente inattuata, che prevede che lo Stato predisponga «misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa» (L. 185/1990, art. 1, c. 3). Occorrerà inoltre rivedere e differenziare la produzione di tipo medico-sanitario per garantire la disponibilità di quelle apparecchiature mediche di cui oggi l’Italia è dipendente dall’estero.

Questi dati esplicitano un’evidenza poco nota. Lo Stato italiano è il principale azionista di tutte le maggiori aziende di produzione militare, come il gruppo Leonardo e Fincantieri. Non solo: attraverso il “golden power” lo Stato esercita un controllo fondamentale anche sulle imprese private «operanti in ambiti ritenuti strategici e di interesse nazionale». Tra queste aziende figurano tutte quelle nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni e anche tutte quelle del settore militare e degli armamenti, ma non quelle del settore medico-sanitario. Considerare strategica e di interesse nazionale l’industria militare e non quella medico-sanitaria manifesta un grave problema di comprensione e di definizione non solo della tutela del diritto alla salute, ma anche della sicurezza che lo Stato deve garantire ai cittadini.

L’impatto dell’epidemia ha inoltre evidenziato diverse carenze del nostro sistema sanitario. Ciò è dovuto al costante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi a favore delle spese militari.  Lo hanno segnalato la Rete italiana per il disarmo e la Rete per la pace in un comunicato congiunto. «Mentre la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al Pil passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un balzo in avanti negli ultimi 15 anni passando dall’1,25% rispetto al Pil del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni».

L’Italia, dunque, investe sempre più per la difesa armata e sempre meno in cure sanitarie. Non solo: mentre il personale militare è tuttora ampiamente sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del Paese, il Servizio Sanitario nazionale dal 2009 al 2017 ha perso 46 mila addetti. Mentre al per la sanità è stata applicata la “spending review” non altrettanto può dirsi per il settore militare e in particolare per il “procurement militare”, cioè per l’acquisto di armamenti, la cui spesa negli ultimi bilanci dello Stato si è sempre aggirata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali.

Non è, però, solo una questione di stanziamenti, di mezzi e personale. Il problema è soprattutto di modello e di pianificazione. Lo evidenzia l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe dal quale emerge la «mancanza di un disegno politico di lungo termine per preservare e potenziare la sanità pubblica» e la necessità di «aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel rispetto delle loro autonomie». Come noto, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, il “Piano sanitario nazionale” viene predisposto dal Governo, ma la sua adozione spetta, nel concreto, alle Regioni sulla base dei propri Piani sanitari regionali: una differenza fondamentale rispetto al “modello di difesa” che, invece, è definito a livello nazionale dal Ministero della Difesa. Così, mentre esiste un “Libro Bianco della Difesa” allo scopo di «affrontare con razionalità, metodo e lungimiranza il problema della sicurezza e della difesa del Paese, non limitandosi alla pur doverosa gestione degli eventi improvvisi», non esiste invece a livello nazionale un simile “Libro Bianco della Sanità” (l’ultima edizione è del 2008) e lo stesso “Piano sanitario nazionale” di fatto risale al 2006.

Di pari passo, la gestione delle emergenze nel settore della difesa, pianificata in ambito Nato, è ampiamente prevista nel “Libro Bianco della Difesa” che a tal fine prevede, tra l’altro, forme specifiche di addestramento ed esercitazioni. Non altrettanto può dirsi per quanto riguarda  il settore della sanità che da un lato rinvia al quadro delle decisioni assunte a livello europeo, dall’altro rimanda alle funzioni di competenza della Protezione Civile.

In particolare appare carente, per entrambi i settori, la predisposizione di specifici piani per affrontare emergenze che implicano un ampio e diretto coinvolgimento della popolazione come, ad esempio, i piani di evacuazione in caso di attacco terroristico o di terremoti, di incidenti a impianti petroliferi e a rigassificatori o ad unità a propulsione nucleare di cui dovrebbero essere dotate almeno tutte le città portuali o, come si sta verificando in questo giorni, per gestire una prolungata quarantena della popolazione. Anche la gestione e il contrasto alle minacce in campo chimico, batteriologico, radiologico e nucleare (Cbrn) non si possono affrontare solo con le conoscenze e l’approccio di esperti, delle aziende militari e di qualche istituzione sanitaria, come sta invece facendo il Cluster CBRN-P3. Il problema non consiste, infatti, solo nell’intensificare i livelli di sinergia e di cooperazione tra settore sanitario, Protezione Civile e Forze Armate: si tratta, invece, di pianificare, prepararsi e gestire le emergenze con la diretta partecipazione delle associazioni della società civile.

I capisaldi della convivenza tra i cittadini e gli ambiti dell’azione delle strutture pubbliche sono ben definiti dalla Costituzione, in particolare da due articoli. Innanzitutto l’articolo 32 stabilisce che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti» e – per quanto riguarda la difesa – l’articolo 52 esplicita che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». L’articolo in questione non si riferisce solo ed esclusivamente alla “difesa armata”, cioè alla difesa attraverso lo strumento militare: diverse deliberazioni della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Cassazione hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata a quella civile e nonviolenta.

È in questa direzione, di pieno coinvolgimento della società civile e delle sue associazioni che dovrebbe essere ripensato sia il “modello di difesa” che deve comprendere a pieno titolo e con eguale dignità e valore la difesa civile e nonviolenta (si veda la Proposta di Legge di iniziativa popolare per la difesa civile, non armata e nonviolenta), sia la ridefinizione del Piano Sanitario Nazionale e della gestione delle emergenze. L’attuale pandemia ha mostrato chiaramente che l’emergenza non è solo di tipo sanitario, economico o di ordine pubblico: è innanzitutto una crisi umana e sociale e come tale va affrontata. Proprio per questo le questioni attinenti alla sanità, alla sicurezza e alla difesa non dovrebbero essere il monopolio delle rappresentanze politiche e neppure dei soli specialisti del settore.

L’Italia ha un ampio bacino di associazioni e di competenze nella società civile (dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalle associazioni educative a quelle impegnate nel campo della tutela dell’ambiente, della solidarietà e del disarmo) che possono e devono rappresentare il vero valore aggiunto del nostro Paese anche nella fase di progettazione e non solo assistenziale.

Diverse misure che vengono adottate in questi giorni (dall’impiego delle Forze Armate alla quarantena obbligatoria, dal dispiegamento di militari nelle strade alle restrizioni per le aziende fino alle possibili modalità di tracciamento degli spostamenti individuali) possono collocarsi sul crinale tra uno Stato democratico e forme autoritarie di controllo sociale. La differenza non sta solo nell’approvazione parlamentare o nel consenso popolare più o meno generalizzato verso queste misure, ma anche nella partecipazione della società civile e delle sue associazioni. Torna utile ricordarlo sin da ora, per poter valutare e programmare meglio appena l’emergenza sanitaria sarà passata.

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