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Le scelte della proprietà del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari

"la Repubblica”: è la fine di una storia?

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Ha fatto rumore il repentino cambio di direzione alla “Repubblica”, con l’arrivo di Maurizio Molinari dalla “Stampa”, dove è stato sostituito da Massimo Giannini. Il passaggio dalla direzione del quotidiano torinese alla “Repubblica” sta diventando ormai un “classico”: dopo la guida ventennale del fondatore, direttore, editore Scalfari, sia Ezio Mauro sia Mario Calabresi si sono seduti su quella poltrona provenendo dal giornale della famiglia Agnelli. Tuttavia, diversamente da Mauro e Calabresi, che avevano avuto dei trascorsi a “Repubblica”, Molinari ha tutt’altra traiettoria di carriera. Inoltre, dopo aver avuto due direttori in quarant’anni, in meno di 4 anni e mezzo “la Repubblica” ne ha sostituiti ben 3. Ma la novità maggiore è il definitivo passaggio del giornale dalla famiglia De Benedetti a Exor, con la nomina a presidente di John Elkann.

Tre indizi fanno una prova: la definitiva de-scalfarizzazione del giornale. Del resto, il consueto editoriale domenicale del fondatore del 26 aprile affronta con grande nettezza il punto, difendendo la collocazione tradizionale nell’area liberal-socialista e avvertendo - molto preoccupato - il nuovo editore e il nuovo direttore di vigilare affinché non ci si allontani troppo da lì.

Parlare di de-scalfarizzazione non contiene alcun giudizio di valore ma è una semplice constatazione. Le linee editoriali mutano con il mutare del tempo, delle proprietà e delle direzioni. Del resto il quotidiano nei suoi 45 anni di vita ha cambiato pelle più volte. E non ci riferiamo soltanto ai giri di valzer di Scalfari con i vari personaggi della politica italiana, quanto al progressivo controllo di De Benedetti sul gruppo editoriale già Espresso-Repubblica, che poco alla volta ha attenuato lo spirito libertino con il quale il suo fondatore ha sempre civettato, come ha ammesso anche di recente nel libro Grand Hotel Scalfari. Ecco, diciamo pure che ormai da tempo il proprietario dell’hotel rispondeva – comprensibilmente – ad altre logiche, più specificamente economiche; in sintonia con quel market-driven journalism con cui sta facendo i conti da tempo tutto il mondo e che rende sempre meno romantiche le avventure giornalistiche, costrette a un’occhiuta vigilanza dei bilanci, in un contesto stravolto dalla vigorosa irruzione del digitale. Tuttavia, questi cambi di pelle si sono svolti sempre ponendo attenzione a non stravolgere l’allure che il giornale aveva saputo rapidamente conquistarsi, riuscendo in un’operazione senza eguali nella storia del giornalismo: diventare in pochissimi anni il quotidiano più venduto in Italia (“Gazzetta” a parte), salvo rientrare poi dietro il “Corriere”. Ma ora ci troviamo di fronte a un definitivo passaggio di mano. E non si tratta di mani qualsiasi, ma di quelle del più influente discendente della famiglia Agnelli.

Diventa allora utile cercare di capire se e come ci potrà essere sintonia nel matrimonio tra due famiglie che finora si erano incontrate, rispettate, annusate, e finanche vagamente imparentate, grazie al principe Caracciolo, ma mai veramente scelte. Da una parte, una famiglia vera – gli Agnelli – la famiglia del capitalismo italiano, che ha attraversato il ventesimo secolo ed è arrivata – dopo qualche travaglio – nel terzo millennio con una significativa presenza nelle complesse sfere del capitalismo globalizzato, attraverso Fca. Dall’altra parte una famiglia editoriale, quella messa su da Scalfari, prima con il già citato principe Caracciolo e con Mario Formenton, allora patron di Mondadori, poi con De Benedetti. Buonissima borghesia italiana, dunque, ma sempre guidata da Scalfari, che è riuscito a comprendere prima degli altri sia l’evoluzione della società italiana degli anni Settanta, sia quella della carta stampata che, con l’avvento della più immediata e pervasiva televisione, doveva completamente ripensarsi, puntando su approfondimenti che avessero una prospettiva ben dichiarata e allevassero una nuova classe dirigente, forse mai maggioritaria nel Paese, ma sempre influente. La famiglia di “Repubblica” di cui parliamo, infatti, è una famiglia allargata. O meglio a cerchi concentrici. Con un primo cerchio più ristretto formato dai giornalisti-fondatori; un secondo leggermente più ampio, composto dalle nuove generazioni giornalistiche, che il direttore-editore fece salire a bordo pescando fra le più vivaci espressioni del movimento studentesco e femminista; e, poi, ampliando la redazione con continui innesti, ma sempre attento a non disturbare la curata fisionomia iniziale. Ma c’è, soprattutto, un altro cerchio che – come detto – in pochi anni diventò ampissimo, rappresentato dai lettori, che giorno dopo giorno andavano a ingrossare le fila dei tanti acquirenti la nuova testata, definendo quello che è stato sicuramente il primo giornale-stile di vita (come ci è capitato di definirlo circa trent’anni fa). Definizione con cui intendiamo un giornale con una fortissima identità politico-culturale, visibile in ogni pagina del quotidiano: dalla politica agli spettacoli, dai fatti di costume alla cultura. Un giornale erroneamente definito partito, proprio perché era riuscito rapidamente ad acquisire una chiara e netta identità, proprio mentre i grandi partiti di massa italiani dell’epoca si accingevano a perderla. Più appropriata ci pare, dunque, la metafora della famiglia. Certamente, nel corso degli anni la tumultuosa crescita ha reso i caratteri di questa famiglia più variegati; ma l’imprinting ha comunque resistito negli anni (come ben descritto da Angelo Agostini in "la Repubblica". Un’idea dell’Italia (1976-2006), Il Mulino, 2006). Imprinting non a caso etichettato dalla caustica penna di Indro Montanelli con il termine radical chic. Un marchio durato nel tempo, anche mentre poco a poco il giornale attenuava tanto il tono radical quanto l’atteggiamento chic.

Proprio l’intreccio fra queste due famiglie, così distintamente fiere del loro passato, quanto gelose del loro presente, a rendere interessante l’evoluzione futura di questa storia. Per carità, si potrebbe anche fare spallucce, avendo perso il comparto della carta stampata italiana due terzi delle copie vendute nel giro di pochi anni, investita dalla già ricordata esplosione del digitale. Ma sarebbe una considerazione superficiale. Sia perché i quotidiani continuano ad avere un ruolo rilevante nella complessa definizione dei climi d’opinione di un Paese, sia perché è evidente come in futuro il giornalismo non possa pensarsi e svilupparsi se non in chiave crossmediale e transnazionale. E "la Repubblica" è l’ammiraglia di un gruppo editoriale molto articolato, al quale la nuova proprietà aggiunge la maggioranza del pacchetto azionario dell’”Economist”.

Insomma, un buon punto di partenza se si avesse voglia di pensare a un progetto in grande!

Un punto di partenza che può imboccare percorsi opposti. Il primo potremmo definirlo timore di una svolta conservatrice; il secondo speranza in un deciso balzo in avanti.

Per conservazione non s’intende soltanto un cambio di linea politica, che sembra già preoccupare, fra gli altri, l’ex editore De Benedetti, quanto la constatazione di come la famiglia Agnelli abbia attraversato tutta la sua storia imprenditoriale del secolo scorso affiancando sempre frequentazioni editoriali alla sua ben nota principale attività. Ci riferiamo non soltanto alla proprietà della “Stampa”, ma anche alla lunga presenza – e sempre in un ruolo centrale – nel pacchetto azionario del principale rivale di “Repubblica”, il “Corriere della Sera”. Conosce bene, quindi, le molteplici utilità del giornalismo, non necessariamente in termini di profitti.

Scalfari in queste ore starà ripensando a una storia che spesso racconta: quando – già con l’idea fissa di fondare un nuovo quotidiano – si rivolse a Enrico Mattei - a capo dell’Eni - ma poi si ritrasse, spaventato dall’avere un editore così forte e influente, che avrebbe senz’altro condizionato il percorso. Certo ora quell’”idea” di Scalfari non è più soltanto immaginata, ma una solida realtà.

E grazie a tale realtà si può pensare a percorrere la strada della speranza, del salto in avanti. Auspicata dai più pragmatici, che sanno bene come le tantissime rivoluzioni tecnologiche da cui è stato investito il settore editoriale non può che prevedere integrazioni crossmediali e, quindi, progetti d’ampio respiro, con forti investimenti. La perdurante presenza in un giornale finanziario come l’”Economist” testimonierebbe la consapevolezza di Elkann di quanto l’integrazione delle filiere editoriali sia uno dei principali settori su cui puntare per il futuro. Proprio perché si producono e vendono idee, rappresentazioni del mondo, influenze politiche, climi d’opinione. Risorse fondamentali per chiunque voglia stare in partita nel terzo millennio. Non è un caso se il proprietario di Amazon Jeff Bezos e il plurimilardario messicano Carlos Slim siano di recente diventati gli azionisti di maggioranza rispettivamente del “Washington Post” e del “New York Times”. Né sfuggirà che questi ingressi nel salotto buono della stampa americana sono stati realizzati proprio scalzando o alleandosi con storiche famiglie editoriali degli States: i Graham, romanticamente ricordati per il caso Watergate, e i Sulzberger, mantenuti da Slim al timone di una delle testate più note al mondo, che sta conoscendo una stagione di rinnovati successi grazie a una capillare presenza sulla rete. Insomma, la Exor di Agnelli-Elkann potrebbe avere anche la voglia, se non di competere con questi colossi, almeno di stare in partita.

Certo, colpisce che a questo gioco partecipi la solita e solida famiglia italiana. Ma se non si inventano altri modelli di business per il giornalismo, pur da tanti auspicati, la strada imboccata conduce a concentrazioni che faranno impallidire quelle pur tanto temute nei decenni scorsi.