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Retroscenisti allo sbaraglio
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  • Identità italiana

Da qualche tempo, anche per riempire il vuoto della politica antagonistica all’italiana, è in corso una battaglia epocale fra retroscenisti e quirinalisti nella quale si inseriscono non brillantemente alcuni “politologi” di strada”, cioè che passano di lì quasi per caso. L’argomento, sicuramente avvincente per tutti coloro che stanno reclusi in casa, è quanto durerà il governo Conte? Agguerritissimi, i retroscenisti, assecondati da alcuni politologi di riferimento, non si pongono neppure il problema del “se” (durerà), ma solo quello del “quanto” durerà. Peraltro, la stessa domanda già l’avevano posta il giorno dopo la fiducia. Avvistati nei pressi del Colle e riconosciuti nonostante la mascherina d’ordinanza, i molto più ponderati quirinalisti, che, per lo più, hanno come fonte le veline del Quirinale, sembrano alquanto più cauti.

Un governo c’è. Lo si sostituisce, a norma di Costituzione, solo se perde la maggioranza a suo sostegno (la verifica deve venire da un voto parlamentare) oppure se entra in una grave crisi di operatività. Dal Quirinale “filtra” per l’ennesima volta la solidissima posizione che i numeri sono la premessa per l’esistenza e la sopravvivenza di un governo, ma l’immobilismo decisionale di quel governo è una buona ragione per pensare alla sua sostituzione. Buona in tempi normali, ma non sufficiente in tempi emergenziali se all’orizzonte vicino non si vede già ready made un governo diverso e migliore.

I retroscenisti hanno quasi pronto un governo diverso, lo chiamano “unità nazionale”, ma soprattutto si stanno già esercitando a fare una serie di nomi che sono i soliti, Draghi in testa. I retroscenisti vorrebbero sostituire non soltanto il capo del governo, il Conte appannato, ma anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il quale, pure, è uno dei pochi ministri italiani noti e apprezzati nell’ambito dell’Unione europea. Sullo sfondo, poi, i più abili e fantasiosi fra loro, che sanno guardare non solo retro, ma anche avanti, mettono in circolazione nomi presidenziabili per il fatidico gennaio 2022. Ed è così che si comprendono le agitazioni dello ancien statista Pierferdy Casini, inopinatamente assurto a risorsa della Repubblica.

Quirinalisti e retroscenisti fanno il loro lavoro in maniera apprezzabile? Non mi pare. Per lo più, i secondi contribuiscono in misura molto maggiore dei primi al restringimento della già scarsissima fiducia degli italiani nella politica e nei partiti. Al toto nomi raramente si accompagna anche una riflessione e individuazione delle politiche diverse che sarebbero presumibilmente attuate dai nuovi arrivati. Le comparazioni, fra il prossimo presidente del Consiglio e i precedenti a lui in qualche modo assimilabili ­­- Ciampi, Dini, Monti - vengono fatte in maniera assolutamente disinvolta e superficialissima, senza tenere conto dei contesti, fra i quali anche le aspettative dei partner europei e dei protagonisti tutti: presidenti della Repubblica, partiti, coalizioni di governo.

Cambiare governo nelle democrazie parlamentari è sempre possibile. Questi cambiamenti, effettuati in Parlamento, cosiddetti ribaltoni più o meno totali (di un totale cambio di maggioranza l’Italia non ha nessun esempio), segnalano il pregio della flessibilità di contro alla rigidità delle repubbliche presidenziali che, eletto un Presidente, se lo debbono tenere a meno di un colpo di Stato. Anche se possibili i ribaltoni sono auspicabili? a quali condizioni e con quali conseguenze? La storia più che centennale delle democrazie parlamentari non offre neanche un caso di un cambio significativo di governo durante un’emergenza (ad esempio, nel periodo 2008-2009, peraltro un’emergenza di gran lunga meno grave della pandemia). Persino i governi di unità nazionale sono rarissimi. Attualmente nelle democrazie occidentali non esiste nessun governo di unità nazionale. In Germania, c’è, per decisione dei leader dei due maggiori partiti (confermata da consultazioni fra gli iscritti), un governo definito molto impropriamente Grande coalizione, mentre è un normale governo di coalizione fra Cdu/Csu e Spd che ha 398 seggi e deve fare i conti con opposizioni che ne hanno 310. Sia chiaro che la solidarietà nazionale italiana 1976-1978 non si tradusse in nessun governo di unità nazionale.

Di solito per giustificare l’esigenza di un governo di unità nazionale si fa riferimento a quello emblematico guidato da Winston Churchill in Gran Bretagna dal 1940 al 1945. Churchill era il capo del partito che aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Aprì a laburisti e liberali, nessuno dei quali chiese mai, neppure nelle ore più buie (darkest) di sostituirlo con un leader conservatore più gradito. Neanche dalla sempre irriverente stampa britannica furono avanzate richieste di sostituzione di Churchill, ricorrendo a più o meno fasulle argomentazioni (retroscena?) che il re Giorgio VI aveva altre preferenze: un noto banchiere, un professore di Oxbridge, un Lord suo compagno di caccia alle volpi. Vinta la guerra, Churchill subito perse le elezioni. I laburisti ottennero la maggioranza assoluta dei seggi e diedero vita ad un governo fortemente riformista.

Come potrebbero i governi stabili delle altre democrazie europee fidarsi degli impegni presi da un capo di governo che i retroscenisti italiani danno per moribondo, sostituibile (solo lui o anche la sua maggioranza? tutta o in parte?) e, comunque, considerato incapace di affrontare i problemi socioeconomici prodotti dalla pandemia e di approntarne soluzioni praticabili? Venerdì 17 aprile la votazione di un importante documento concernente gli aiuti economici ha visto gli europarlamentari italiani dividersi variamente, un caso di “distanziamento politico-elettorale” non certo, come si dice, una “prova tecnica” di governo di unità nazionale, ma con fratture più profonde nel centrodestra. Allo stato, i retroscenisti, nessuno dei quali può vantare successi previsionali significativi (per esempio, la nascita del Conte 2), non apportano nessun elemento utile a una migliore conoscenza della politica. Credo anche che i quirinalisti potrebbero svolgere un ruolo più efficace se smentissero le azzardate interpretazioni dei retroscenisti (anche di quelli che scrivono sullo stesso quotidiano) e se sottolineassero che, da tempo e finora, tutte le dichiarazioni e le mosse del presidente della Repubblica hanno un sicuro accertabile fondamento nella Costituzione. È e sarà lui, che rappresenta l’unità nazionale, a decidere se, quanto e fintantoché il governo è stabile e operativo.

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