Rivista il mulino

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Gerusalemme, 21/5/2010
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Il miracolo israeliano. Israele pare piuttosto in controtendenza rispetto allo scenario di crisi globale. Gli indicatori economici sono buoni. L’aspettativa di crescita del Pil per il 2010 si aggira intorno ad un più che lusinghiero 3,5%. A tirare la volata della crescita sono soprattutto quei settori ad alto investimento tecnologico che dopo la crisi economica del 1973 – che alla metà del decennio successivo aveva portato il paese a un’inflazione del 445% annuo, a un deficit di bilancio cronico e al prosciugamento delle riserve valutarie – hanno incentivato o orientato il processo di riorganizzazione dell’economia. Se già Shimon Peres, negli anni Ottanta, durante i governi di coalizione nazionale tra la destra e la sinistra, aveva dato corso a delle riforme di taglio liberistico, riducendo seccamente l’intervento dello Stato, tale processo ha avuto poi il suo sbocco ultimo vent’anni dopo quando, con Benjamin Netanyahu ministro delle Finanze, il paese si è assestato ad un tasso d’inflazione del 4%, con riserve valutarie intorno ai 25 miliardi di dollari e un volume di attività economiche il cui valore era stimato sui 125 miliardi. Di fatto, da quel momento in avanti, l’evoluzione del quadro economico è stata piuttosto rassicurante. A tutt’oggi le esportazioni costituiscono quasi la metà del Pil, avendo come punte di élite l’high-tech e la ricerca sanitaria, in particolare il settore della biomedicina e della farmacologia. I settori d’investimento per il futuro che potrebbero riservare sorprese positive riguardano i progetti per la desalinizzazione dell’acqua marina e la potabilizzazione delle acque reflue, la colonizzazione del deserto del Negev, lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale presenti in prossimità di Haifa. Altro settore di avanguardia è quello dell’ET, l’Energy Technology, dove Israele aspira a divenire un paese leader, promuovendo le nuove forme di cleantech, l’energia pulita. Una sostanziale stabilità è poi assicurata dalla politica di vigilanza attuata dalla banca centrale, che è più volte intervenuta sia per evitare l’eccessivo apprezzamento della moneta nazionale, lo shekel, fatto che avrebbe danneggiato le esportazioni, sia per monitorare il sistema creditizio, di per sé già molto regolamentato. In tale modo Israele ha evitato di acquistare in portafoglio titoli tossici, vivendo il 2009 come un anno di rallentamento economico non per ragioni finanziarie ma come effetto del calo della domanda internazionale.

Il recente ingresso, insieme a Estonia e Slovenia, nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, candida il paese a migliorare ancora di più le sue performance. Le agenzie di rating dovrebbero rivedere a breve il giudizio sulla sua solvibilità e la redditività degli investimenti, rendendo sempre più plausibile il suo accesso, in un futuro non troppo lontano, nel novero dei quindici paesi a maggiore sviluppo del mondo. A fronte di questi dati macroeconomici confortanti di segno diverso è invece il quadro sociale. La povertà è purtroppo un fenomeno diffuso, interessando un quinto della popolazione. La distribuzione del disagio ha una componente comunitaria, rivelandosi molto più accentuato in quelle fasce tradizionalmente più deboli della società: gli ebrei ultraortodossi, gli arabo-israeliani, gli ebrei yemeniti e alcuni settori di sefarditi. Già nel 2005 il 20% più ricco della società israeliana possedeva o controllava quasi il 50% della ricchezza prodotta, mentre il 20% più povero raggiungeva a stento il 6%. Non di meno, la forbice retributiva tra il minimo sindacale e la remunerazione di un manager aziendale era di 1 a 50. Dati, questi ultimi, che sono andati affermandosi in questi ultimi anni di governo, politicamente dominati da quelle destre la cui ortodossia liberista ha fatto sì che i bilanci rimanessero o tornassero in pareggio ma a costi sociali elevati. Il paradosso, che coinvolge anche la società palestinese, è che a fronte di una borghesia sempre più globalizzata, una parte non indifferente del paese rischi di rimanere consegnata ai margini di un futuro ricco ma poco inclusivo.

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