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Che fine hanno fatto i profughi siriani sbarcati in Italia?
Desperately seeking Syrians
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La guerra civile in Siria ha prodotto dal 2011 in poi milioni di sfollati interni (6,2 milioni al 2018) e milioni di profughi e richiedenti asilo, per lo più concentrati nei Paesi confinanti o vicini al territorio siriano. Secondo le statistiche dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), fino al 2018 circa 6,7 milioni di persone sono state costrette a lasciare il Paese per trovare rifugioprevalentemente in Turchia (oltre 3,6 milioni nel 2018) Libano (poco meno di 950 mila) e Giordania (quasi 680 mila), ma anche in Iraq (circa 250 mila) ed Egitto (oltre 130 mila). L’Unione europea ne ospiterebbe all’incirca 950 mila (appena il 13,9% dei rifugiati e richiedenti asilo) di cui la gran parte in Germania (oltre 580 mila, che rappresentano il 62% di quelli nell’Ue).

Molti siriani sono arrivati sul continente europeo attraverso la rotta orientale e quella centrale del Mediterraneo. La prima è stata quella nettamente più battuta per una molteplicità di ragioni tra le quali due sembrano senza dubbio più importanti: la vicinanza geografica e la minore rischiosità del percorso terrestre rispetto all’attraversamento via mare. La prima meta europea di approdo è stata pertanto la Grecia, dove tra il 2011 e il 2018 sono arrivati quasi un milione di siriani che hanno nella gran parte dei casi lasciato il Paese per dirigersi verso i Paesi dell’Europa centrale e occidentale attraverso la cosiddetta rotta balcanica.

Nel periodo in cui la rotta orientale risultava bloccata o meno accessibile, per le barriere poste dai Paesi di transito della regione balcanica, una parte dei siriani intenzionati a raggiungere l’Ue ha optato per la rotta del Mediterraneo centrale, più lunga, costosa e pericolosa. Tra il 2011 e il 2018 i siriani che sono approdati sulle coste italiane sono stati circa 65 mila, per lo più arrivati tra aprile 2014 e agosto 2016. La figura 1 mostra la dimensione mensile di tali afflussi segnalando i picchi di arrivi nei periodi di settembre 2013, giugno-settembre 2014, rimasti numerosi anche nei restanti mesi di quell’anno.

Si tratta di un collettivo abbastanza numeroso al quale lo Stato italiano avrebbe dovuto dare immediato soccorso e garantire la possibilità di accesso ad una qualche forma di protezione internazionale. In vero, i siriani che hanno fatto domanda di riconoscimento dello status di rifugiato o di un’altra forma di protezione sono stati in tutto il periodo considerato poche migliaia e molte delle richieste sono state avanzate solo negli ultimi tre anni. La grande maggioranza delle domande esaminate ha dato luogo alla concessione di una forma di protezione (in 3.862 casi su 4.636 esaminati nel periodo 2012-2017), quasi sempre quella più ampia corrispondente allo status di rifugiato secondo la Convenzione di Ginevra (3.366 casi). Ovviamente, rispetto ai richiedenti delle altre nazionalità, la situazione dei siriani appare come un unicum in questo periodo vista l’elevata percentuale di concessioni (oltre l’83% tra i siriani, contro il 47% tra gli altri stranieri) e il frequente riconoscimento di una condizione di protezione piena (87% degli esiti positivi tra i siriani contro il 13% tra gli altri richiedenti).

Va inoltre segnalato che una parte significativa dei siriani interessati da una qualche forma di protezione internazionale è arrivata in Italia a partire dal 2016 attraverso i corridoi umanitari realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas. Secondo i dati presentati al ministero dell’Interno e in parte riportati nel dossier della Comunità di Sant’Egidio, attraverso questa iniziativa sono giunti sul territorio italiano nel periodo 2016-2017 circa mille siriani selezionati tra quelli in situazione di grave deprivazione tra i presenti nei campi profughi in Libano e in Giordania. Tale popolazione ha caratteristiche demografiche piuttosto differenti rispetto alle persone giunte in Italia con gli sbarchi dal Mediterraneo. Si tratta quasi sempre di nuclei familiari (il 92% delle persone è arrivato con almeno un altro componente della sua famiglia), più o meno allargati, con una sostanziale parità di genere. I minori, tutti accompagnati da almeno un genitore, sono la categoria più numerosa di beneficiari (401 bambini e ragazzi, 39,7% del totale). L’accertamento all’origine delle condizioni di vulnerabilità ha permesso, inoltre, la concessione del permesso di soggiorno per protezione internazionale ad una elevata proporzione di siriani giunti con i corridoi umanitari, con tempi medi di attesa relativamente brevi (circa 6 mesi).

Ma che fine hanno fatto i 65 mila siriani approdati sulle coste dell’Italia meridionale e insulare tra il 2011 e il 2018? Nelle altre statistiche italiane la loro presenza non è di fatto rintracciabile. Prendiamo ad esempio le statistiche sulla popolazione residente di fonte anagrafica. I siriani residenti in Italia erano circa 4 mila nel 2011 e poco più di 6.500 all’inizio del 2019 (Fig. 2).

Una crescita estremamente contenuta e probabilmente legata non poco ai corridoi umanitari anzidetti. Sorge il dubbio che quegli arrivi attraverso il Mediterraneo registrati dalle nostre autorità non riguardassero solo cittadini siriani. In altri termini, che le persone registrate al loro arrivo come siriane in realtà avessero un’altra cittadinanza. Oppure che questi siriani arrivati attraverso il Mediterraneo siano andati ad alimentare il serbatoio delle presenze irregolari. La seconda ipotesi non sembra supportata dalle informazioni disponibili. Da valutazioni di massima basate sulla combinazione tra dati ufficiali e di indagini campionarie risulterebbe che la popolazione siriana totale (residente e non residente, comprensiva degli irregolari) non supererebbe le 8 mila presenze. Ma anche la prima ipotesi è in contrasto con quanto riscontrato empiricamente da operatori sociali e sanitari. E allora, cercasi disperatamente siriani: che fine hanno fatto? L’ipotesi più plausibile è che, per raggiungere i Paesi dell’Europa occidentale e settentrionale, abbiano lasciato la penisola prima di essere registrati da qualsiasi (altra) amministrazione italiana. Questa è, in vero, più di una ipotesi!

Le inchieste socio-etnografiche condotte dalla ricercatrice Chiara Denaro (di)mostrano come i siriani sbarcati in Sicilia abbiano attraversato lo stivale principalmente sulla linea ferroviaria Catania-Milano per poi, con l’aiuto delle organizzazioni presenti nel milanese, raggiungere le loro mete europee. Denaro sostiene che Milano sia stata la vera “porta” verso l’Europa, decine di migliaia di siriani sono stati ospitati nei principali centri di accoglienza del capoluogo lombardo, e fornisce inoltre un’immagine di questi profughi come veri e propri agenti di sé stessi, attraverso azioni volte ad evitare le procedure di identificazione, previste per i Paesi dell’area Schengen e in base al Regolamento di Dublino, proclamando il loro diritto di scegliere dove vivere.

D’altronde l’Italia non è mai stato un Paese per profughi. Non lo è stato durante i primi anni Novanta del secolo scorso con gli albanesi sbarcati in massa sulle coste pugliesi o con gli ex iugoslavi sfuggiti alla guerra civile nei Balcani. Non lo è stato nemmeno in seguito visto che delle 725 mila richieste di protezione internazionale esaminate tra il 1990 e il 2018 solo 281 mila sono state accolte e di queste una minima parte riconoscendo lo status di rifugiato in senso stretto secondo la Convenzione di Ginevra (meno di 60 mila casi). Più frequente è stata l’assegnazione della protezione sussidiaria (quasi 70 mila casi) e soprattutto di quella umanitaria (poco meno di 152 mila casi), non più prevista a seguito del secondo decreto sicurezza emanato dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Secondo i dati Unhcr, in Italia ci sarebbero alla fine del 2018 meno di 190 mila stranieri titolari di una qualche forma di protezione e oltre 105 mila richiedenti asilo. Qualcosa come meno del 5% degli stranieri che vivono in Italia e appena lo 0,5% dell’intera popolazione del Paese. Per la gran parte dei 65 mila siriani sbarcati sulle coste siciliane l’Italia è stata solo un Paese di transito, una tappa nella rotta verso i più accoglienti Paesi dell’Europa occidentale e settentrionale. E chi sa quanti degli altri stranieri arrivati via mare (poco più di 700 mila se si escludono i siriani) hanno lasciato il Paese seguendo l’esempio dei profughi siriani. Non è dato saperlo, ma su questa contabilità incompleta e tutto sommato numericamente minoritaria si sviluppa tutto il dibattito sul tema dell’immigrazione, rendendo difficile la definizione di adeguate misure di governo del fenomeno.

 

[Questo articolo è uscito su «Neodemos» il 18 febbraio]

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