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#IowaDisaster
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Tre lunghe giornate segnate da problemi informatici e ritardi nei conteggi, causati dal malfunzionamento di un'app, hanno suscitato inevitabili polemiche, trasformando il primo appuntamento della corsa democratica alla nomination in un #IowaDisaster, hashtag diventato subito trend sui social.Mentre il «New York Times» segnala tuttora probabili errori nei riconteggi manuali,con lo scrutinio al 97% della copertura,la sfida inaugurale si è risolta con un incerto testa a testa tra Pete Buttigieg e Bernie Sanders, appaiati al 26% e con un numero di delegati pressoché equivalente, inseguiti da Elizabeth Warren al 18%, e dal candidato sostenuto dall’establishment del partito, Joe Biden, fermo attorno al 16%.

È il primo atteso verdetto delle primarie democratiche per la nomination presidenziale che verrà ufficializzata nella convention del 14-16 luglio dai 3.979 delegati che si raduneranno a Milwaukee, nel Wisconsin, uno degli Stati decisivi per l’inattesa vittoria di Trump del 2016.

Ed è sempre importante, se non decisivo su un piano psicologico oltre che statistico, l’Iowa, il primo Stato nel calendario delle primarie dei due maggiori partiti americani, nonostante l’esiguo numero di delegati eletti – 41, a cui si aggiungono 5 rappresentanti della Democratic national convention e 3 rappresentanti in Congresso – pari a circa l’1% del totale. Storicamente chi prevale in Iowa guadagna subito un consenso medio di 7 punti percentuali su base nazionale che, salvo sorprese, possono essere più agevolmente difesi e consolidati nel corso delle successive consultazioni.

Dal 1972 a oggi, infatti, in sei casi su nove, chi ha vinto in Iowa si è poi assicurato la candidatura democratica. Se nel partito repubblicano solo George W. Bush, nel 2000, e Mitt Romney (praticamente a pari merito con Rick Santorum), nel 2012, hanno iniziato la loro corsa con una vittoria in Iowa, tra i democratici tutti i candidati del nuovo secolo (Al Gore, John Kerry, Barack Obama e Hillary Clinton) hanno vinto le primarie in questo Stato del Midwest di tre milioni di abitanti, dove i cittadini bianchi costituiscono ancora il 91% della popolazione. Qui, nel 2016, Trump ha prevalso su Clinton con un distacco di dieci punti e nel 2018 i democratici hanno vinto le elezioni di midterm conquistando tre deputati.

Un altro aspetto interessante è rappresentato dal fatto che negli ultimi quarant’anni, in Iowa, a prescindere dal partito di riferimento, alle presidenziali di novembre ha sempre vinto il candidato poi eletto alla Casa Bianca, fatta eccezione per Michael Dukakis e Al Gore, sconfitti rispettivamente da George H.W. Bush, nel 1988, e dal figlio George W., nel 2000.

A rendere spesso imprevedibile il risultato dell’Iowa, anche rispetto ai sondaggi più accurati e raffinati, è senz’altro la modalità di elezione dei delegati in sostegno al candidato presidenziale prescelto: non attraverso scrutini anonimi, ma attraverso 1678 caucus e 99 «satelliti» organizzati dal partito in scuole, palestre, oratori, sale comunali, abitazioni private e altri spazi pubblici. Nei caucus i sostenitori di un candidato esprimono in maniera palese la propria preferenza spostandosi attorno al gruppo che lo sostiene. Alla fine del primo conteggio i rapporti di forza possono essere facilmente ribaltati dai sostenitori dei candidati che non superano la prima soglia di sbarramento del 15%, i quali possono scegliere, dopo aver ascoltato appelli ed esortazioni da parte dei vari gruppi, se ritirarsi o convogliare le proprie preferenze a vantaggio di uno dei cosiddetti candidati viable, quelli ammessi cioè alla «seconda conta» che poi decreta il vincitore e il numero di delegati assegnati a ciascun candidato.

Alla vigilia del 3 febbraio sia FiveThirtyEight  con la sua media ponderata dei principali sondaggi corretta da quelli su base nazionale, sia Real Clear Politics, con la sua super media non ponderata, davano Bernie Sanders favorito con un distacco percentuale rispettivamente dell’1,2% e del 4%, in linea con un trend che aveva visto tale distacco aumentare nelle ultime due settimane, dopo il sorpasso del senatore del Vermont ai danni di Joe Biden.

La mappa elettorale dei caucus dell’Iowa mostra come il giovane sindaco di South Bend, seppur superato nel voto popolare da Bernie Sanders, sia stato in grado di prevalere nelle aree rurali e nei piccoli comuni e di riuscire ad arrivare almeno secondo nelle aree conquistate da Hillary Clinton nel 2016 che si presumeva potessero essere agevolmente vinte dall’ex vicepresidente delle due amministrazioni Obama.

Sempre a proposito di proiezioni e previsioni, solitamente chi conquista i caucus dell’Iowa guadagna in una settimana circa tre punti percentuali di popolarità in New Hampshire, secondo appuntamento in calendario, mentre il front-runner sconfitto subisce un crollo di 20 punti percentuali già a partire dal secondo turno. Nel piccolo Stato del New England, il 3 febbraio Bernie Sanders sarebbe avanti di circa 7 punti secondo FiveThirtyEight e addirittura di 9 punti secondo la media di Real Clear Politics.

Seguiranno ora tre dibattiti e tre primarie (l’11 febbraio in New Hampshire, il 27 febbraio in Nevada e due giorni dopo in South Carolina) prima dell’importante appuntamento del Super Tuesday del 3 marzo, quando sarà chiamata per la prima volta all’elezione dei suoi 438 delegati la California (fino al 2016 le primarie si convocavano a giugno), insieme ad Alabama, Arkansas, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Samoa, Tennessee e Texas, terzo Stato per numero di delegati da eleggere, dopo California e New York.

Rispetto ai diciotto Stati del 2016, nel 2020 resteranno fedeli al sistema dei caucus solo Nevada, North Dakota e Wyoming, dove Buttigieg e Sanders proveranno a replicare il risultato dell’Iowa e i democratici cercheranno di evitare i disastrosi problemi tecnici che rischiano di minare fin da ora la credibilità delle primarie.

Michael Bloomberg, che nella sua strategia ha deciso di puntare solo sugli Stati, come la California, che garantiscono un consistente numero di delegati in caso di vittoria, rinunciando alla corsa negli Stati minori, ha raddoppiato i fondi per i suoi spot dopo l’«Iowa caos».

Donald Trump, dal canto suo, si è presentato al discorso sullo Stato dell’Unione del 4 febbraio davanti a un Congresso mai così diviso con messaggi altrettanto divisivi, rifiutandosi di stringere la mano a Nancy Pelosi. La speaker democratica della Camera, volto e icona del processo di messa in stato d’accusa del presidente, ha reagito strappando simbolicamente i fogli con la trascrizione dello speech. Dopo aver formalmente scongiurato l’impeachment (mai menzionato nello speech), Trump si assesta come consensi su un tasso di popolarità del 49%, il massimo dall’inizio del mandato.

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