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Dal numero 6/19
Come restituire legittimità ai partiti
rubrica
  • Identità italiana

Nel tentativo di fornire una definizione ai partiti politici, la scienza politica ha insistito su un aspetto che sembrava coglierne l’essenza e soprattutto demarcarne i confini con ogni altro tipo di associazione o gruppo: la sua esclusività nell’arena elettorale. Il certificato di garanzia dell’essere un partito politico verrebbe quindi dal presidiare l’ambito elettorale.

Se accettiamo questa visione, il partito ha come fine ultimo quello di partecipare alle elezioni. Ogni altra attività gli va subordinata; ed ha senso solo in funzione del risultato elettorale. Del resto, su che cosa si valuta un partito se non sui voti/seggi che ottiene? Tutti, al di là di (trascurabili) eccezioni, puntano a massimizzare il risultato elettorale perché da quello consegue una serie di effetti a cascata: ingresso al governo, influenza sulle decisioni che vengono prese – che si operi sia all’interno sia all’esterno del governo –, estrazione di ulteriori risorse dalla società e dallo Stato da distribuire al proprio interno. Ogni partito è quindi per definizione vote-seeking, secondo la fortuna tripartizione delle strategie dei partiti di Kaare Strøm, mentre l’office-seeking – il tentativo di accedere al governo – e il policy-seeking – la promozione di politiche – sono connesse e subordinate alla prima. Certo, casi di scarso successo e di accesso comunque al governo come junior partner sono frequenti nelle democrazie multipartitiche e consensuali. Giovanni Sartori lo ha messo bene in luce facendo riferimento ai partiti laici minori nel sistema partitico italiano dei primi decenni del dopoguerra. Ma si tratta di dover fare di necessità virtù; ben più agevole sarebbe la vita delle piccole formazioni se crescessero…

L’obiettivo prioritario rimane quindi la massimizzazione del consenso elettorale. Ne consegue che tutto il resto passa nelle retrovie, cosicché i partiti possono essere tranquillamente considerati delle «agenzie elettorali», concepite per portare i propri esponenti nelle arene rappresentative; o, ancora, per portare il proprio leader nella posizione apicale di governo – presidenza o premiership che sia.

Ammesso che questo sia il quadro attuale, vero è che non è stato sempre così. C’è un passaggio da tener presente, che porta dai partiti ottocenteschi di notabili ai partiti di massa, secondo la celebre classificazione di Maurice Duverger. In questo passaggio il ruolo delle personalità, dei notabili, si stempera perché emerge un «io collettivo». I rappresentanti nelle istituzioni fungono da semplici ambasciatori delle volontà del partito (o del sindacato, come nei primi passi del Labour party britannico). Come lamentano tanti intellettuali e politici tra fine Ottocento e inizio Novecento, il Parlamento non è più quell’ambiente ovattato dove si prendevano decisioni dopo ponderate e attente discussioni tra persone assennate – decision by deliberation – bensì un campo di battaglia dove irrompono schiere compatte di soldati che ubbidiscono a ordini che vengono «da fuori», ossia dai dirigenti dei partiti (che, allora, spesso non coincidevano con i rappresentanti). Mosei Orstrogorski, uno studioso a cavallo tra Ottocento e Novecento che ebbe il vantaggio e il merito di guardare alle due sponde dell’Atlantico, inorridiva di fronte al fatto che i deputati fossero diventati delle «semplici marionette nelle mani dei partiti».

I grandi leader che identificavano agli occhi dell’elettorato il partito sono sempre esistiti. I conflitti interni, tipici dei partiti socialisti, infiammavano i dibattiti e facevano emergere le varie personalità. Ma la loro fortuna o disgrazia non marcava indelebilmente la storia del partito perché erano tutti transeunti, intercambiabili, pur con qualche costo quando si verificavano defezioni o scissioni. L’organizzazione partitica reggeva proprio perché si era oramai istituzionalizzata e procedeva con regole e ritualità proprie. La vita del partito proseguiva indipendentemente dal destino dei dirigenti, e men che meno dei suoi rappresentanti. Inoltre, le politiche erano il frutto di decisioni collettive. Potevano – e anzi dovevano – essere argomentate e propagandate dai tenori di un partito: tuttavia non appartenevano a loro.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 6/19, pp. 924-931, è acquistabile qui

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