Rivista il mulino

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Londra, 17/12/2019
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  • lettere internazionali

Ma c'è qualcosa da salvare, nella campagna perdente del Labour. Nel partito laburista è cominciata la notte dei lunghi coltelli, nella quale i nemici di Jeremy Corbyn e dei suoi cercheranno di fare tabula rasa di quello che è stato definito il “corbynismo”, come se quattro anni alla guida di un partito di opposizione facessero la storia.In realtà, per certi aspetti, l’elezione del deputato di Isington Nord a capo dei Labour ha avuto un carattere storico. Ma non a causa dell’impianto teorico o della capacità di innovazione della sua leadership. Corbyn ha rappresentato il rifiuto del blairismo da parte della base militante laburista, che pure per 15 anni aveva concesso al premier della Terza Via trionfi dentro e fuori al partito. Un punto, questo, che non andrebbe dimenticato e che ricorda in maniera lampante lo straordinario e inatteso successo di Bernie Sanders alle primarie democratiche del 2016. Da una parte, un campo navigato, ricco, organizzato e di governo, dall'altra un politico marginale, con un'agenda che il mondo mainstream reputa risibile e che tuttavia mobilita masse di giovani e genera entusiasmo in fasce non indifferenti della popolazione. Si tratta di un punto importante perché aiuta a mettere in ridicolo coloro che di fronte alla sconfitta di Corbyn hanno gioito, anche in Italia, da sinistra o dal centro – è difficile chiamare di sinistra un partito che minaccia di far cadere un governo moderato perché immagina di imporre piccole tasse ambientali, poche regole sulle bibite zuccherate e qualche limite alle auto di rappresentanza.

Il trionfo nel Labour di Corbyn è avvenuto 25 anni dopo quello di Blair. In mezzo ci sono stati l'ingresso della Cina nel Wto, la digitalizzazione dell'economia, l'11 settembre, alcune guerre disastrose a cui il Regno Unito ha partecipato, il trasferimento di manodopera industriale verso l'Asia, una crisi devastante – che ha colpito in modo particolarmente duro il Regno Unito perché quell'economia è più globalizzata e finanziarizzata di altre. Chi oggi ha 35 anni, insomma, non ricorda i Roaring Nineties, ma un Paese governato dai conservatori e un partito laburista moderato e sconfitto. Come pure fu il partito conservatore che Blair annientò alle urne dopo 15 anni di thatcherismo.

Ciò non significa che la colpa della sconfitta del Labour sia della Terza Via e di chi ha boicottato Corbyn – un gioco che pure c'è stato. Fa sorridere, però, chi ricorda che Blair vinceva, o chi getta la palla della sconfitta nel campo dei moderati. Così come fa sorridere la lettera di Jeremy Corbyn al «Daily Mirror», nella quale il leader uscente laburista spiega che la sconfitta è figlia del fatto che il voto è stato sulla Brexit. Io lo sapevo che sarebbe stato così, se non lo sapevano ai piani alti del Labour vuol dire che non hanno capito il Paese che aspiravano a governare.

C'è un altro aspetto delle responsabilità di Jeremy Corbiyn nella sconfitta del Labour che viene sottovalutato. Non riguarda la radicalità delle proposte né gli slalom imbarazzanti sulla Brexit, ma l'importanza assegnata dai corbynites al controllo e alla disciplina nel partito. Un vizio di molti leader contemporanei (come capita di osservare in Italia, nel Paese dei partiti personali), ma che nel caso del Labour prende la forma di una storia della sinistra del Novecento. Quella centralità della dottrina sulla capacità di essere egemonica e fare squadra è figlia dello scontro tra fautori della Terza Via, vincenti, e il gruppo socialista, che ha vissuto ai margini del partito per decenni. Anni di battaglie contro i propri governi e di scarsa influenza sulle decisioni prese a Downing Street non aiutano a diventare pragmatici, ma inducono a parlare solo a coloro che ti ascoltano, a fare squadretta. Negli anni, per via di un governo conservatore di destra e della crisi, certe idee "socialisteggianti” hanno trovato nuovo ascolto, ma non sono state in grado di radicarsi in segmenti sociali diversi da quelli nei quali Corbyn – e la sua idea di una svolta radicale a sinistra – aveva già raccolto consensi e coinvolto militanti entusiasti.

Ma su una cosa il leader laburista ha ragione: alcune delle grandi idee presentate dal Labour hanno fatto breccia. Se Johnson promette di spendere miliardi nel sistema sanitario nazionale e di far tornare il lavoro industriale nelle regioni del Nord, è anche perché quelli sono bisogni sentiti e sinora ignorati dai governi conservatori. Il Labour ha saputo imporre la propria agenda su diversi temi, ma non ha prestato l’attenzione che doveva alla working class che, divenuta marginale e sempre più rancorosa nei confronti dei migranti e della concorrenza europea – visti come le ragioni della propria decadenza –, vuole sì più Welfare, ma lo vuole per sé. Forse Corbyn questo lo ha intuito e perciò, pur sapendo che i giovani hanno un'idea diversa, è stato tanto ambiguo sulla Ue.

In un sistema maggioritario vanno costruite coalizioni sociali e geografiche, eppure il Labour non ha in alcun modo cercato la desistenza con i Lib-dem o con i Verdi, nemmeno dopo che i candidati del Brexit Party di Nigel Farage sono stati ritirati nei seggi in cui avrebbero potuto disturbare i conservatori. Quando si è così fermamente convinti di essere nel giusto si conduce una battaglia politica e ideologica certi che la giustezza delle proprie idee pagherà e convincerà. È spesso un errore. Nel caso di Corbyn lo è stato per certo. Non era aggiungendo una proposta socialista in più al giorno che si sarebbero spostati voti. Anche se le proposte piacevano, prese una per una, probabilmente questo afflato messianico rivoluzionario non ha convinto i britannici.

Allo stesso modo rischia la sinistra del partito democratico incarnata da Sanders e Warren. Non è agitando proposte ogni giorno più radicali e promettendo di realizzarle tutte in poco tempo che si convincono le maggioranze. Serve un messaggio capace di spostare elettori, serve una strategia elettorale adeguata al maggioritario – Clinton e Gore hanno preso più voti e nonostante ciò hanno perso –, serve immaginare una coalizione sociale, mobilitarla e convincerla. Naturalmente il discorso vale anche al contrario: Corbyn non è un pazzo estremista e gli operai del Nord votano quella caricatura di nazionalismo conservatore rappresentata da Johnson, eppure se un moderato si presenta e perde la colpa è dei giovani, cialtroni e idealisti, che non lo hanno votato. Una coalizione significa tenere assieme giovani e operai del Nord. O minoranze, laureati delle città e operai della Rust Belt, nel caso americano. Scannarsi sulle ragioni di una sconfitta tra sconfitti blairiani e corbyniani (e loro epigoni italiani) non aiuterà a fermare il nazionalismo populista. Ragionare seriamente su come si recupera il voto della ex classe operaia e delle aree periferiche senza inseguire la destra sull'immigrazionee l'Europa, invece, è importante. Anche se sembra che nessuno lo faccia.

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