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Intervista a Ernesto Samper
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La Colombia è un Paese poco conosciuto e poco studiato in Italia rispetto ad altre realtà dell’America Latina, nonostante abbia una storia molto densa, una ricca cultura e un paesaggio meraviglioso. Si sa poco anche del lungo conflitto armato che, per oltre cinquant’anni, ha segnato le sue dinamiche politiche, economiche e sociali, causando terribili violenze sulla popolazione civile, sulle donne e sui residenti nelle zone rurali. Ci può spiegare brevemente le origini del conflitto e la sua lunga durata?

Come molti altri conflitti latinoamericani, le radici storiche del conflitto colombiano vanno ricondotte alle eredità del colonialismo, alle lotte per l’indipendenza e alla tormentata costruzione delle prime Repubbliche. Tra i primi vi sono i sistemi impositivi coloniali, le politiche di concentrazione della terra nelle mani dei proprietari terrieri e della Chiesa, l’evangelizzazione forzata delle popolazioni autoctone e la loro sostituzione dolorosa in schiavi. Le lotte per l’indipendenza aiutarono a creare le prime organizzazioni partitiche, accentuarono la concentrazione della terra nelle mani dei vincitori della guerra e avviarono il processo di secolarizzazione delle nuove società che, secondo Hobsbawm, fu il grande cambiamento vissuto dalla regione all’inizio del Novecento. Il movimentismo sociale divenne così una dinamica specifica dello scenario politico regionale e le nuove Costituzioni dei diversi Paesi raccolsero le eredità di tutte queste lotte. La Colombia non è stata estranea a una simile nascita traumatica delle sue istituzioni. Alla radice del conflitto che abbiamo vissuto per più di mezzo secolo si trova, come è stato affermato nei recenti Accordi di pace firmati a L’Avana tra lo Stato e le Farc, l’alta concentrazione della proprietà della terra, la mancanza di spazi di partecipazione politica per le minoranze e l’anacronistico presidenzialismo come sistema politico di governo, che è una pessima combinazione dell’autoritarismo monarchico spagnolo e del presidenzialismo statunitense. Più recentemente, hanno influito anche gli effetti perversi del finanziamento delle varie forme di violenza da parte delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico.

 

Che cosa pensa delle dichiarazioni del nuovo direttore del Centro della memoria, Ruben Darío, che da storico mette in discussione il fatto che in Colombia ci sia stato un conflitto armato? Non le sembra una contraddizione, tenendo conto del ruolo che ricopre?

Più che una contraddizione, le sue parole sono un’eresia che offende sette milioni di vittime civili del conflitto (tra morti in combattimento, assassinati, rifugiati, desaparecidos, giustiziati in via extragiudiziale) e le loro famiglie. Per molti anni, il fenomeno della violenza armata – per quanto avesse chiare origini sociali e fosse una legittima espressione ideologica come nel caso delle Farc o dell’Eln – è stata considerata come una semplice minaccia terroristica: si è combattuta solo con operazioni militari al margine della legge e della giustizia. La giustificazione di questo barbaro trattamento era che “con i criminali non si negozia, li si distrugge”. Solamente quando nella recente Legge per le vittime, che ha anticipato gli Accordi di pace, si è affermato chiaramente che in Colombia esisteva un conflitto armato, si è data la possibilità di riconoscersi come parti in lotta sulle rive opposte dello stesso fiume e di iniziare un processo di negoziati politici, sotto l’ombrello del diritto internazionale umanitario. A distanza di cinquant’anni, solamente negoziando si è potuta mettere la parola fine al conflitto armato che ha causato oltre 280.000 vittime. Per la prima volta in molti anni, grazie a questo cambiamento, le vittime, e non gli assassini, sono state protagoniste del passaggio dal conflitto al post-conflitto. Che il direttore del Centro della memoria storica della Colombia, istituzione che è il cuore della riconciliazione, neghi l’esistenza del conflitto armato equivale a un direttore di un ospedale che affermi che non ci sono malattie nel campo in cui opera.

 

Tra gli anni Ottanta e Novanta si portarono avanti politiche per raggiungere la pace, ma tutte fallirono. Lei è stato presidente della Repubblica tra il 1994 e il 1998. Quali furono i motivi di questi fallimenti?

Tutti i presidenti della Repubblica prima di Juan Manuel Santos hanno tentato, in buona fede, di far avanzare i negoziati politici con la guerriglia. Perfino Álvaro Uribe. Diverse circostanze impedirono però di ottenere questo risultato: la mancanza di una chiara politica di presenza sociale dello Stato nelle zone del conflitto, il potere dei grandi proprietari terrieri (che sono solo l’1% e posseggono il 50% delle terre), lo schema bipartitista di ripartizione del potere tra i due partiti tradizionali – conosciuto come il Fronte Nazionale – per oltre trent’anni e il ruolo regressivo giocato dalla politica internazionale degli Stati Uniti che si interessò, esclusivamente, alla lotta contro i suoi nemici esterni (il comunismo, il narcotraffico e il terrorismo). Aggiungerei anche alcune carenze comuni in materia strategica, come la pre-negoziazione di un’agenda realistica, la mancanza di un impegno chiaro da parte delle élite economiche e gli ostacoli frapposti dai militari, anche quando si convinsero dell’inutilità di continuare una guerra dove non c’erano né vincitori né vinti.

 

Gli Accordi di pace firmati nel 2016, accolti con grande entusiasmo dalla comunità internazionale e frutto di lunghe e complicate trattative tra il governo colombiano del presidente Juan Manuel Santos e il gruppo guerrigliero delle Farc, sembrerebbero aver posto fine al conflitto e aver aperto una fase di pace, sicuramente difficile ma comunque molto attesa. Perché ora un sentimento di grande paura e preoccupazione si sta sostituendo alla speranza? Quali sono gli eventi che minacciano la pace?

Fin dall’inizio si sapeva che il processo non sarebbe stato né semplice né facile. Per alcuni la pace non è altro che il silenzio dei fucili: la pace negativa, l’assenza di scontri armati. Per altri, tra i quali mi includo, è il passaggio da una società divisa dalle armi a una società riconciliata, dopo aver attraversato il pericoloso ponte della giustizia di transizione. Si tratta di un ponte che permetterà ai guerriglieri di scambiare le armi con le urne, ai militari di ricevere condanne che non li privino della libertà se contribuiscono alla ricerca della verità che riguarda le vittime e l’intera società, e all’individuazione delle responsabilità storiche che assicurino il non ripetersi della violenza in futuro. Verità, riparazione e giustizia sono i tre elementi di transizione da una società minacciata a una società libera e basata sulla convivenza. A mio giudizio la situazione più pericolosa che abbiamo oggi è che, posto che gli Accordi di pace sono stati materia del confronto politico-elettorale e che la società civile non ha partecipato quanto si sarebbe desiderato al processo, essi stessi sono causa e conseguenza dell’attuale polarizzazione politica. Il Paese non è diviso, come pensano alcuni, tra la pace e la guerra, bensì tra i sostenitori degli Accordi e i loro nemici. I primi seguono il presidente Santos, gli altri stanno con il presidente Uribe. Il presidente Duque dovrebbe promuovere un grande accordo nazionale tra tutte le forze politiche e civili, per convertire gli Accordi di pace e la possibile riattivazione delle conversazioni con l’Eln – che è il capitolo che manca ancora a questa storia perché sia completa – in un progetto nazionale libero dalle strumentalizzazioni dei vari partiti. Se non lo farà, i margini di Duque per poter governare il processo dipenderanno, come è successo fino a oggi, dai diversi interessi congiunturali.

 

Secondo lei, che ruolo dovrebbero avere il mondo della cultura e gli intellettuali come “strumento” di pace, per facilitare il processo di pace?

Il ruolo degli intellettuali è quello di contestualizzare nel tempo e nello spazio gli eventi quotidiani, affinché siano comprensibili e possano convertirsi in una memoria credibile che alimenti la storia. La comunità internazionale è stata molto solidale con il processo di pace colombiano, considerato come l’avvenimento politico recente più importante dell’America Latina. In un mondo colpito da conflitti etnici e religiosi, la firma degli Accordi di pace, così come era stata alcuni anni prima la firma della pace in America centrale, è stato un evento di grande rilevanza. Oggi più che mai si ha bisogno del contributo meditato degli accademici del mondo affinché il processo possa continuare, perché il bicchiere della pace in Colombia sembra svuotarsi rapidamente per la mancanza di azioni e contenuti. Festeggio, per questo, la creazione della Rete accademica europea per la pace che sta nascendo a Roma: questa esperienza, così come altre proposte simili, può convertirsi nella coscienza del processo di pace e ne può assicurare la continuità e il successo.

 

(Traduzione di Steven Forti)

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