Rivista il mulino

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Juneau, 24/10/2019
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La politica, il riscaldamento globale, i diritti disuguali. Basta poco per incontrare in Alaska qualcuno che parli del meteo locale e delle sue condizioni sempre più bizzarre e allarmanti. Si comincia dalla temperatura del luglio scorso: 32 gradi, l’ennesimo record. Poi si arriva agli incendi, i cui fumi quest’estate coprivano gran parte del Centro e del Sud del Paese, inclusa la città principale: Anchorage (300 mila abitanti). Nessuna visita guidata è completa senza aver visto anche uno dei tanti ghiacciai, centinaia, che si stanno ritirando. Sui pochi media a disposizione, si può leggere delle decine di balene e dei milioni di salmoni morti, almeno in apparenza, per lo stress dell’acqua troppo calda, oltre che della riduzione drammatica di tante altre specie, in particolare di uccelli. È possibile passare in autobus o in treno per ore attraverso le sterminate, sterili distese di boschi, fiumi e montagne senza vedere un solo animale. (Particolarmente eloquente la testimonianza di uno dei capi dei popoli etnici rimasti nel Nord dello Stato.)

È in questo contesto che hanno inizio i fenomeni politici che, visti dall’esterno, possono sembrare incomprensibili. Da molti anni gli elettori dell’Alaska mandano al governo repubblicani tra i più conservatori. Chi può dimenticare la figura di Sarah Palin? Personaggi che, se non negano il fenomeno del cambiamento climatico, semplicemente lo ignorano, come fa l’attuale governatore dello Stato, Mike Dunleavy, trumpiano di ferro. Secondo i media, quando Trump è atterrato con l'Air Force One ad Anchorage per il rifornimento, prima di proseguire per l’incontro del G8 in Giappone, Dunleavy avrebbe approfittato dell’occasione per ottenere dal presidente il via libera ad aprire il Rifugio naturale nazionale del Nord – terreno di proprietà federale – alle esplorazioni delle grandi compagnie petrolifere, già presenti da decenni in altre zone del Nord dello Stato.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’Alaska è relativamente povera: non ha partecipato alla grande ripresa dell’economia nazionale degli ultimi anni. Il suo prodotto interno lordo è al 45⁰ posto tra i 50 Stati dell’Unione. Se il prodotto pro capite risulta essere al 15⁰ posto negli Stati Uniti è solo perché conta una popolazione di 700 mila abitanti, in un territorio che per estensione è il doppio del Texas. Le sue fonti di reddito più importanti rimangono la pesca e il legname, oltre naturalmente al turismo, con un numero in continua crescita anche grazie alle grandi navi da crociera. Tuttavia, la fonte di reddito più importante resta il petrolio, da cui l’amministrazione dello Stato ricava l’80% dei redditi. Ciò fa sì che quando il prezzo del petrolio scende a meno di 60 dollari a barile, com’è successo negli ultimi anni, lo Stato entra in crisi e chi lo governa comincia a tagliare i servizi pubblici. È a quel punto che entra in gioco il fattore economico-finanziario più peculiare dell’Alaska: il Permanent Fund Dividend.

Fondato nel 1976, il Fondo rappresenta una grandissima riserva finanziaria, che assorbe ogni anno i diritti derivanti dal passaggio degli oleodotti sul territorio dello Stato, li accantona e li investe; e, come da tradizione, garantisce a ogni residente stabile – uomo, donna, bambino – un assegno annuale incassabile subito. Si tratta di un vero e proprio reddito di cittadinanza, che nei momenti più prosperi dell’industria petrolifera ha regalato una cifra pro capite di 3.000 dollari. Oggi il capitale del Fondo ammonta a 66 miliardi, avendo registrato l’anno scorso un incremento del 6,32% (a fronte del 10,74% dell’anno precedente). 2,7 miliardi sono passati all’amministrazione dello Stato, nonostante lo Statuto escluda esplicitamente il suo utilizzo per la spesa corrente del governo locale.

Caso quasi unico negli Stati Uniti, l’Alaska non ha una sua tassa sul reddito, né una tassa sulle vendite al dettaglio. Alle municipalità è riservato il diritto di imporre qualche tassa per scopi indicati dai cittadini del posto. Così in tempi difficili come quelli attuali, il bilancio dello Stato è rimasto in deficit, e un governatore come Dunleavy ha avuto modo di mettere in mostra l’armamentario retorico, l’aggressività e l’astio, tipici di un autentico repubblicano. Ha potuto gridare ai quattro venti il suo obiettivo di eliminare il deficit entro due anni senza toccare il dividendo del Fondo, aumentare le tasse, o impiegare i fondi di riserva di cui come governatore dispone. Ha cominciato quindi a tagliare ovunque, eliminando 182 voci dal bilancio precedente, per 440 milioni di dollari di tagli su un totale di 6,4 miliardi. Alaska University ha rischiato di perdere il 41% del sostegno pubblico. Ogni forma di assistenza sanitaria, scolastica e sociale è stata presa d’assalto, e a risultarne colpiti sono stati soprattutto i senzatetto, i bambini in età prescolare e gli anziani in difficoltà, prima che Dunleavy facesse una parziale marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica (contro di lui è in corso una campagna di recall). Persino il fondo che controlla il rischio di inquinamento delle grandi navi da crociera è stato abolito, pur essendo finanziato interamente dalle compagnie di navigazione. Ma il vero livore ideologico si è rivelato nella riduzione dei mezzi di funzionamento della Corte suprema dello Stato, colpevole di avere approvato una nuova legge sull’aborto.

A questo punto – siamo nella primavera-estate 2019 – si apre quella divisione tra fazioni del partito al potere che tutt’ora domina il quadro politico alaskiano. La questione riguarda l’impiego annuale del dividendo del Fondo di investimento: si deve ridistribuire come in passato l’importo più alto possibile ai privati cittadini, come sostengono i più radicali e il governatore, oppure una parte del dividendo va utilizzata per tenere in piedi i servizi pubblici basilari in grande difficoltà? Quello che è sicuro è che chi dissente dalle decisioni del governatore si troverà in difficoltà, soprattutto se dipendente dell’amministrazione pubblica. Al suo insediamento, Dunleavy ha preteso un giuramento di fedeltà a lui e alla sua amministrazione, pena l’obbligo di rassegnare le dimissioni. Persino chi ha giurato ma ha fatto sapere che era in qualche modo critico del presidente Trump si è ritrovato “dimissionato”, come è successo alla viceprocuratrice generale, leale servitrice dello Stato da decenni.

Nel suo “State of the State Address” di gennaio, il governatore aveva indicato come le sue tre priorità fossero la lotta alla criminalità, l’eliminazione del deficit di bilancio, “la ricostruzione della fiducia della gente nella politica e nei politici”. Molti alaskiani – escludendo quindi i numerosi discendenti dei gruppi etnici indigeni, da decenni marginalizzati – sono convinti di essere gli ultimi pionieri degli Stati Uniti, ruvidi individualisti dell’Ultima Frontiera (sic!: è una citazione dall’“Alaska Daily News”), abituati alla totale auto-sufficienza, e che quindi non necessitano di chiedere niente allo Stato e non sono disposti a dargli alcunché. Nella sua breve storia – l’Alaska è stata comprata dalla Russia dal governo federale nel 1867 –, il territorio è stato saccheggiato prima dai cacciatori di pellicce (tutt’ora in vendita ad Anchorage), poi dai pescatori dei milioni di salmoni (anch’essi ancora molto attivi), e successivamente dai cercatori di oro nel 1898 (è il famoso “Klondike Gold Rush”). Dopo di loro è arrivato chi ha devastato le foreste, chi ha costruito enormi basi militari e infine le grandi compagnie petrolifere, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. A pagare il prezzo di tutto ciò sono stati in primis le popolazioni indigene – il museo ad Anchorage a loro dedicato riporta le innumerevoli atrocità subìte –, flora e fauna tutta, e in modo sempre più drammatico l’ambiente in generale. Ma da come discutono del loro futuro nelle istituzioni e nei media statali, si direbbe che, per la maggior parte dei cittadini di questo Stato americano all’estremo Nord, quella dell’ambiente sia l’ultima delle preoccupazioni.

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