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Chios, 11/10/2019
rubrica
  • lettere internazionali

Alì Babà e i "pirati" che salvano Vial. Circondata da un mare cristallino, davanti alle coste turche, l’isola di Chios ospita un luogo che sembra l’inferno. Un inferno dove migliaia di persone, un giorno dopo l’altro, rassettano il proprio angolo di vita, condividono con il prossimo quel niente che dà un senso alle giornate tutte uguali, lavano i propri figli con un bicchiere d’acqua e talvolta sorridono, sperando che a un certo punto possa andare meglio.

In quel centro rifugiati tra i peggiori della Grecia e dell’Europa, che ha issato sui container luridi la sua bandiera, sbeffeggiata poco più in là dai manifesti irriverenti di Alba Dorata, in quel posto terribile dove non è permesso entrare a occhi che possano raccontare che cos’è l’inferno, dove la polizia in tenuta antisommossa vigila 24 ore su 24, ai lati del filo spinato accade inspiegabilmente che la gente riesca ad avere una dignità immensa, da togliere il fiato, nonostante la disperazione.

Il bollettino di Aegean Boat Report – che ogni giorno tiene il conto dei barconi e delle persone in arrivo dalla Turchia – trasmette numeri impressionanti. Nel mese di settembre a Chios sono arrivati oltre mille profughi, quasi 4.000 nel corso dell’anno; i rifugiati presenti nell’isola oscillano intorno ai 3.500, ma i numeri sono in aumento. E c’è da immaginare che i bombardamenti in atto tra Turchia e Siria e sulle città curde peggioreranno la situazione: in tutte le isole greche a fine settembre i rifugiati presenti nei campi sfioravano i 30.000, contro i circa 19/20.000 dello scorso anno in questo stesso periodo. I numeri più preoccupanti sono tra Lesbos, Chios e Samos.

E a Vial ogni giorno oltre 3.000 persone sospese in un limbo aspettano “Alì Babà”: per i rifugiati è il pirata buono, perché ha un fazzoletto in testa e arriva con una riserva di sorrisi, la musica sparata da una cassa portatile e molti abbracci, mentre si appunta ciò di cui c’è bisogno, attenzioni e cose pratiche. “Alì Babà, mi fai fare la giravolta? Hai delle ciabatte? E quella medicina per mia moglie?”. Alì Babà ha due volti, quelli di Michalis e Antonis Vorrias, i due gemelli di Chios che, da quando è iniziata l’emergenza migrazioni, dedicano la loro vita a offrire umanità a chi ormai non la incontra da tempo, ma vive violenza, anche nel campo. I gemelli Vorrias hanno iniziato con i recuperi in mare e poi hanno messo su Feox rescue team, un progetto indipendente per il quale sono stati candidati al Nobel per la Pace, perché sono riusciti a creare, senza alcun sostegno governativo, una rete virtuosa di aiuti sull’isola e in Europa, fatta di volontari indipendenti, spesso slegati dalle Ong.

Vial è peggio di come ci si possa immaginare il più terribile dei canili-lager. È un luogo dove nessuno potrebbe pensare di passare neanche poche ore; dove sono a disposizione solo 12 bagni chimici; dove l’acqua non è buona; dove il cibo che arriva è scadentissimo: non c’è frutta, non c’è verdura, i denti dei bambini spesso diventano neri. È un posto dove si dorme per mesi e mesi per terra perché i container sono insufficienti, dentro tende issate sopra il fango e rigagnoli di liquami putridi, in cui si può stare solo distesi e dove la temperatura è soffocante d’estate e gelida d’inverno, perché a Chios può fare molto freddo quando spira il vento siberiano. Vial è un luogo in cui – quando lo percorri e il mondo ti sembra si sia fermato al dopoguerra e alle trincee – incontri persone che cercano di sorridere, pulite, e ti chiedi come sia possibile resistere, alzarsi ogni giorno e decidere che sì, ci si deve lavare, si deve pulire “casa” e fare il bucato. Poi le guardi meglio negli occhi, queste persone, e distingui subito chi è arrivato da poco tempo e chi no. Chi ha lo sguardo ancora traboccante di speranza come le due coppie curde di Kobane e i loro bimbi di 3 anni, 8 e 10 mesi, e chi, invece, è lì da quasi due anni, e ti dice: “It’s a big problem”.

Se si entra a Vial una volta per vedere che cos’è, poi non se ne uscirà davvero mai più, anche quando si tornerà nelle proprie case comode e sicure. Ma la vita è una; il mare è stato superato, nonostante tutto: “Quando li soccorriamo li troviamo con giubbotti di salvataggio imbottiti di carta… Se cadono in acqua possono solo affogare – raccontano i volontari –, ma poi bisogna subito iniziare a guardare avanti, buttarsi alle spalle un po’ di passato”.

“Siamo arrivati: venite con i bambini, fuori dal campo mettiamo la musica”, l’invito di Michalis alle famiglie che vivono a Vial, lontano dai centri abitati. E succede sempre, un giorno dopo l’altro: i volontari di Feox non possono entrare nel campo e intrattengono le persone fuori dal filo spinato: fanno giocare i bambini senza tregua, finché ci sono le forze, perché quella manciata di ore può aiutare molto ad aspettare il giorno seguente. I “pirati” arrivano al campo con un furgone, i volontari disponibili e tanti caffè in corpo necessari a restare in piedi, perché la giornata è lunga e si inizia presto al magazzino a fare l’inventario di che cosa c’è e che cosa manca. Si porta cibo ai rifugiati che si sono potuti spostare in case offerte dagli isolani: è il pasto preparato da Kosta, il ristoratore di Chios che ha organizzato una cucina popolare con un’associazione di donne: “Sono alcune centinaia di pasti al giorno”, racconta Michalis.

“Da tempo collaboro con Feox; non è facile trovare persone come Antonis e Michalis; condividiamo con loro innanzitutto la modalità di intervento. Non diamo ai rifugiati oggetti alla rinfusa, quasi presi a caso: preferiamo chiedere di che cosa hanno realmente bisogno, preferiamo rispondere a richieste specifiche. Come gli assorbenti per le donne, ad esempio”, spiega Maria Escalona di Balloona Matata, l’associazione che aiuta Feox dalla Spagna e sul campo, a Chios, ogni anno. Sembra banale ma non lo è, visto che Balloona Matata ha lanciato la campagna “Mestruaciò digna”, dimostrazione concreta di come si può restituire dignità alle donne, in questo caso dentro un campo profughi, attraverso gesti che sembrano scontati, ma che evitano infezioni molto pericolose. “Soprattutto cerchiamo di portare umanità, ciò che manca di più a queste persone”, spiega l’attivista. Maria ha una luce negli occhi che supera ogni stanchezza: può ballare per ore tra la polvere con i bambini, un giorno dopo l’altro, e non crollare mai.

Fare il volontario a Chios è un lavoro faticosissimo – questo è certo – ripagato solo dai sorrisi di chi aspetta, mentre ti chiede: “Ci vediamo domani, vero?”. Lo sa bene anche Francesco Perna, vigile del fuoco che più volte all’anno parte con Stay human onlus a portare un camion di amore e di oggetti, e che da subito è rimasto colpito nel profondo dal lavoro di questo gruppo di volontari indipendenti di Vial: “I gemelli Vorrias sono persone davvero speciali”, dice con sicurezza.

In estate i bambini del campo attendono trepidanti il giorno della gita in spiaggia: “Cerchiamo posti auto tra amici e volontari, non possiamo accompagnare tutti insieme e facciamo un po’ per volta, ma vivere il mare in modo giocoso trasmette una sensazione di normalità e allo stesso tempo aiuta a superare il trauma della traversata sul barcone”, spiega Maria. E così ci si prova, un passo alla volta, uno schizzo, una risata; si fa il girotondo e al ventesimo “tutti giù per terra” un po’ di paura è passata e ci si inizia a far avvolgere da quell’acqua così bella.  

Lo scorso agosto Ballona Matata è riuscita addirittura a portare a Chios un festival di cinema in collaborazione con International festival dona i cinema. Alcune proiezioni sono state fatte all’interno della scuola di Vial: “Un’esperienza incredibile”, racconta Maria Escalona. Ed è davvero così, visto che il confine tra il dentro e il fuori, a Vial, è solitamente invalicabile. Ma quando nel campo cala di nuovo il buio vero, quel nero avvolge tutto: corpi, pensieri, speranze. Ed è difficile intravedere una luce nuova per quelle vite rotte.

 

[Qui una gallery di foto scattate dall'autrice durante la sua permanenza nel campo di Vial]

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