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Tunisi, 9/10/2019
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  • lettere internazionali

Un Parlamento debole e gli effetti dell'astensionismo. Domenica scorsa, 6 ottobre, si sono tenute le votazioni per il nuovo Parlamento tunisino. È la terza volta che i tunisini sono chiamati alle urne per rinnovare il principale organo rappresentativo del Paese dalla fine del regime di Ben Ali. Al primo posto si sono piazzati gli islamisti di Ennahada con oltre il 18% dei voti, seguiti da Qalb Tounes, “Al cuore della Tunisia”, con oltre il 16%. Quest’ultimo partito è stato fondato pochi mesi fa da Nabil Karoui, che è oggi uno dei due sfidanti per il secondo turno delle presidenziali in programma per domenica prossima. Personaggio discusso, Nabil Karoui è attualmente in prigione con l’accusa di evasione fiscale, mentre Kais Saied è l'altro candidato, indipendente ma vicino alle posizioni conservatrici di Ennahada. È uscito invece ampiamente sconfitto con solo il 2,5%, Nidaa Tounes, il partito dell’ex presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, morto il 25 luglio scorso. Il voto consegna un Parlamento ampiamente frammentato, dove i candidati indipendenti potrebbero essere determinanti per la formazione del futuro governo.

In realtà il primo partito è quello dell’astensione, che conferma una tendenza ormai consolidata nelle elezioni tunisine dal 2011 in avanti. L’affluenza su scala nazionale è stata del 41,3%, mentre in alcune regioni dove la protesta contro lo Stato è esplosa con rabbia negli ultimi anni, la percentuale è stata ancora inferiore: sotto il 30% a  Kasserine, Jendouba e Kairouan; non oltre il 35% a Medenine, Tataouine, Gafsa e Sidi Bouzid. A rendere ancora più preoccupante il dato dell’astensionismo è che, tra gli aventi diritto, sono pochissimi i giovani tra i 18 e i 25 anni che si sono registrati nelle liste elettorali, solo il 13%. Per una campagna politica nella quale tutti i partiti, con accenti diversi, si sono dichiarati a favore dei giovani (e si sono contesi i loro voti), si tratta senza dubbio di una sconfitta. Secondo l’Instance  Supérieure Indépendante pour les Élections, ogni 10 votanti, 4 sono donne: la partecipazione femminile è stata più elevata nelle aree urbane e proprio la minore partecipazione nelle aree rurali ha spinto il dato aggregato al ribasso.

Perché i tunisini non votano? Sicuramente ha inciso negativamente il fatto di aver sacrificato il voto parlamentare tra i due turni delle presidenziali (il 15 settembre e il 14 ottobre prossimo). In tanti lamentano poi una certa confusione tra le molte, troppe liste (1.572 in totale, di cui 687 di partito, 163 di coalizione e ben 722 liste indipendenti), i cui programmi sono spesso molto simili. Può poi aver inciso, come in passato tra i giovani e i più poveri, il fatto che per votare serve un documento d’identità il cui rilascio da parte delle autorità può costare fino a 25 dinari (circa 8 euro), poco per molti, troppo per chi deve vivere con 100 o 200 dinari al mese. Più in generale la disaffezione riflette una crisi generalizzata del Paese che passa per la politica, ma ha la sua origine nei problemi economici e finanziari ai quali nessun partito, Ennahda compresa, è riuscito a dare una risposta credibile. La frase che forse più di tutte si sente dire tra chi ha deciso di non votare, “sono tutti ladri”, riflette una reale ed estesa corruzione nell’amministrazione pubblica tunisina che porta a mettere in discussione lo stesso Stato, i suoi meccanismi istituzionali e di rappresentanza, nonché il sistema partitico nel suo complesso.

La partita politica per il futuro governo si gioca dunque con un accordo al centro. Ennahda ha vinto di pochissimo e non può governare da sola, anche se dopo anni di governo è stata abile a veicolare in campagna elettorale il messaggio di non avere responsabilità nella coalizione uscente per la crisi economica tunisina o di non aver avuto abbastanza responsabilità di governo per cambiare davvero le cose. Il suo diretto rivale, Qalb Tounes, con i suoi proclami sulla pace sociale e una certa retorica populista, sembra aver fatto presa soprattutto sull’elettorato moderato, stanco della fragilità e dell’instabilità istituzionale e preoccupato che le tensioni sociali nel Paese possano ripresentarsi in maniera conflittuale. Con un Parlamento debole e frammentato, è probabile l’applicazione di un presidenzialismo forte che difficilmente potrà interpretare le istanze di cambiamento provenienti dal basso. A un tale sbocco è senza dubbio funzionale anche il discorso che si sente ripetere di continuo in questi giorni in Tunisia sulle interferenze estere della Francia, ma anche dei cugini arabi del Golfo. La teoria consolante e auto-assolutoria della cospirazione internazionale contro la Tunisia, la sua economia e i suoi cittadini promette di far spostare l’attenzione lontano dai veri problemi del Paese, che sono prima di tutto interni.

Il voto in Tunisia tocca direttamente anche l’Italia e la comunità tunisina residente nel nostro Paese. La situazione dei risultati elettorali rispecchia il quadro della Tunisia con una partecipazione al voto ancora più limitata: se molti non si sentono rappresentati dai candidati, per altri ancora la questione è che, trovandosi in Italia, non ci si sente molto coinvolti nella politica tunisina. Il rischio è però quello di non essere coinvolti neppure nella politica italiana, di un Paese che ostinatamente rende lunghissimo l’accesso alla cittadinanza e ha respinto ogni apertura sul voto agli immigrati nelle elezioni amministrative.

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