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Una riflessione a partire dal libro di Concetto Vecchio
La memoria non basta
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I protagonisti dei fatti raccontati da Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi (Feltrinelli, 2019) sono centinaia di migliaia di emigranti italiani che, dopo la Seconda guerra mondiale, cercarono fortuna in Svizzera, un piccolo ma ricco Paese dove, all’epoca, vivevano meno di sei milioni di abitanti. Inizialmente erano Gastarbeiter, lavoratori ospiti, donne e uomini emigrati per lavorare, senza la famiglia al seguito: costretti a lunghi periodi di precarietà; dovettero sopportare di tutto, lo statuto dello stagionale, le baracche, il freddo, i rischi per la vita e per la salute nei grandi cantieri, i permessi annuali, una vita al risparmio, la xenofobia subita. Nel giro di un ventennio, raggiunsero percentuali impressionanti, in alcune città superiori al 20% della popolazione, e – grazie agli accordi bilaterali firmati nel 1964 tra il governo italiano e quello elvetico – sempre più spesso si stabilizzavano, portando con sé mogli, mariti, figli. Proprio in quel momento, mentre cresceva l’impatto di queste persone sui servizi sanitari e scolastici, si accesero violente campagne anti-italiani di cui divenne emblema James Schwarzenbach: a capo del principale partito xenofobo svizzero, Schwarzenbach fomentava i connazionali alla difesa della Confederazione dall’invasione italiana. Fecero parte di quell’ondata migratoria anche i genitori di Concetto Vecchio, autore di un volume pubblicato nelle scorse settimane. Grazie a una ricognizione tra fonti dell’epoca e fonti recenti, intrecciate alle memorie familiari, Vecchio consegna ai lettori italiani una efficace ricostruzione giornalistica di una pagina poco studiata dell’esperienza italiana in Europa.

Al di là del sicuro interesse del libro, vale la pena soffermarsi su un aspetto che riguarda la scelta editoriale. Il sottotitolo richiama infatti esplicitamente il celebre lavoro di Gian Antonio Stella, L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi (Rizzoli, 2002) e parte da un presupposto sintetizzato così da Vecchio, nelle prime pagine: “Abbiamo reciso la memoria. Dal 1860 ad oggi sono emigrati all’estero più di trenta milioni di italiani, ma nessuno se lo ricorda più, o fa finta di non ricordare, o ricorda in maniera selettiva”. Nel clima politico attuale, quell’affermazione colloca il libro in un dibattito assai incandescente, per suggerire che, qualora gli italiani si ricordassero dei tempi in cui sono stati poveri e disprezzati migranti, potrebbero cambiare il loro punto di vista sul fenomeno immigratorio, diventando più comprensivi e tolleranti. Un’idea, in realtà, diffusa in molti ambienti della sinistra italiana, cattolica ma non solo, dove negli ultimi vent’anni il sottotitolo scelto da Stella nel 2002 è diventato quasi uno slogan. Sono state migliaia le mostre e le manifestazioni organizzate in tutto il Paese allo scopo di “recuperare la memoria”, vista come un generatore di empatia, un antidoto contro il razzismo e la xenofobia: perché, in fondo, chi è stato emigrante, chi ha mangiato il pane degli altri, non dovrebbe diventare xenofobo, non dovrebbe respingere chi è alla ricerca di pane per i propri figli.

Ma le cose stanno proprio così? Gli italiani sono diventati xenofobi perché non ricordano di essere stati masse di poveri disperati? L’evaporazione della memoria e la rimozione di un passato di vergogna e di umiliazioni, sarebbero alle origini dell’intolleranza nei confronti degli stranieri emersa in Italia a partire dagli anni Ottanta e da allora sempre più diffusa?

Probabilmente no. Le cose non stanno così e questa lettura è falsante. Basti pensare che, quando la Liga Veneta e la Lega Lombarda iniziarono a diffondersi, nel corso degli anni Ottanta, cavalcarono non solo generici sentimenti antimeridionali ma anche e soprattutto l’avversione provata nei confronti dei migranti interni, connazionali diretti dal Sud al Nord per cercare lavoro. L’astio nei confronti della gente del Sud era cresciuto negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Luchino Visconti lo immortalò magistralmente nel suo “Rocco e i suoi fratelli”: “Africa” era il soprannome sprezzante affibbiato ai lucani appena giunti a Milano, in una delle scene iniziali del film. In quegli anni, e fino agli anni Ottanta, si andarono così consolidando in molte regioni del Nord immaginari e stereotipi sui meridionali identici, come ha spiegato Olga Sparschuh, a quelli sviluppati dai tedeschi nei confronti degli italiani in generale: chiassosi, sporchi, lavativi, violenti.

Eppure, nelle regioni del Nord Italia in cui sbarcava la gente del Sud, l’emigrazione degli autoctoni verso le mete europee era ancora nella quotidianità di larghi strati di popolazione. In particolare nelle vallate lombardo-venete dove le “leghe” si radicarono con maggiore anticipo, i Gastarbeiter in Svizzera e in Germania sono rimasti di attualità almeno fino agli anni Ottanta: alcuni di loro erano rientrati da pochi anni, altri avevano scelto di non tornare, tanti conservavano perplessità rispetto al futuro, spesso a causa delle incertezze sulla scolarizzazione dei figli.

Vediamo alcuni dati. Alle elezioni europee del 1989, la Lega Lombarda superava il 14,6% nella provincia di Bergamo, l’11% nelle province di Como, Varese e Sondrio, mentre i comuni in cui la percentuale dei consensi aveva superato il 10% era superiore al 91% nella Bergamasca, al 78% nel Varesotto, al 69% nel Comasco, al 59% nella provincia di Sondrio. La Lega Lombarda, ancora, aveva avuto un consenso superiore al 10% nel 49% dei comuni lombardi con un numero di abitanti inferiore a 5.000; nel 46% dei comuni con numero di abitanti compreso tra 5.001 e 10.000; nel 32% dei comuni con numero di abitanti compreso tra 10.001 e 50.000; nel 33% con numero di abitanti superiore a 50.001. Detto in altri termini, la forza politica che più di ogni altra avrebbe fatto della lotta all’immigrazione il suo cavallo, cresceva proprio nei paesini di montagna e di pianura spopolati dall’emigrazione, dove non c’era bisogno di ricordare a nessuno il passato emigratorio: i valligiani lombardi e veneti sapevano perfettamente di essere stati povera gente, così come sapevano di avere subito vessazioni e umiliazioni in ogni angolo del mondo. Anzi, proprio la memoria della loro esperienza migratoria, unita alla consapevolezza di quel che aveva significato per loro essere Gastarbeiter, li portava a provare maggiore astio nei confronti di chi, meridionale o straniero, cercava lavoro e diritti nelle loro comunità d’origine.

Non fu un caso se Umberto Bossi fece il primo decisivo salto di popolarità proprio in risposta alla Legge Martelli, quando mise per la prima volta al centro della sua battaglia la questione degli immigrati stranieri, proponendo decine di emendamenti contro quella legge. L’obiettivo di Bossi, condiviso dal suo elettorato di riferimento, era impedire che si riconoscessero agli stranieri i diritti che le associazioni e i sindacati italiani all’estero avevano chiesto fino a pochi anni prima per i propri connazionali e che, in larga parte per molti anni, non avevano mai ottenuto. Soprattutto tra i vecchi Gastarbeiter si alzavano le voci di chi chiedeva che gli stranieri in Italia subissero le stesse condizioni toccate a loro, quasi ricavassero una sensazione di giustizia dalla restituzione dell’ingiustizia subita. In altri termini, proprio la memoria delle vessazioni passate – e non la rimozione o la distorsione – li portava a esigere un vendicativo risarcimento. Sapere non bastava e, ricordando i tempi in cui “gli albanesi” erano loro, quelle persone non sviluppavano empatia, non si mettevano nei panni dell’altro. Un fattore più complicato si presentava sulla scena. Gli italiani “brava gente” potevano trarre una sorta di godimento dalla sofferenza dell’altro, manifestando la brutalità che nasce spesso, semplicemente, da una concezione individualistica, familistica e localista della realtà. Oppure, meno brutalmente ma molto cinicamente, potevano accettare che, dopo essere stati per decenni l’ammortizzatore congiunturale di mezzo mondo, quel ruolo toccasse ad altri, perché così si erano abituati a pensare che dovessero andare le cose. Come dire: “Prima è toccato a noi, ora tocchi a loro”. Sviluppi ideologici analoghi si riscontrano e si sono riscontati – come aveva notato in altri termini già il grande sociologo afroamericano W.E.B. Du Bois – in molte zone d’Italia e del mondo, dove popolazioni di ex emigranti ed emarginati reagiscono con accanimento agli ultimi arrivati sebbene, in fondo, facciano quel che pure loro hanno fatto in precedenza.

Proprio qui si colloca il nodo perturbante della questione: la memoria non è un antidoto alla xenofobia e la narrazione che lo afferma, vent’anni dopo Stella, appare solo una pacificante retorica – politicamente autoreferenziale e capace di consolidare le convinzioni di chi parte già convinto: quanti intendano opporsi alla xenofobia in Italia dovrebbero resistere a questo abbaglio. Anche perché, oggi più che mai, le organizzazioni xenofobe si sono dotate di contro-narrazioni entrate nel senso comune, volte a decostruire ogni ragionamento sull’esperienza italiana passata come motore di empatia. Iole, un’emigrata in Svizzera dal Nord Est del secondo dopoguerra, mi raccontava qualche anno fa: “Poi, in Svizzera, c’è stato lo Schwarzenbach… ma aveva ragione a trattarci male, perché arrivava gente che voleva fare la bella vita e bisognava tagliare i rami secchi”. A lei e a quelli come lei non bisogna insegnare niente su Schwarzenbach e sulla xenofobia anti-italiana. Iole non ha bisogno di leggere Cacciateli! per sapere e per cambiare idea.

Chi vuole intraprendere la lotta alla xenofobia oggi dovrebbe abbandonare il campo memorialistico, culturale e identitario, dovrebbe “derazzializzarsi”, riconquistando il terreno delle questioni socio-economiche, dei temi che riguardano i servizi sanitari e scolastici, il lavoro, la previdenza sociale, coinvolgendo le persone con problematiche comuni, indipendentemente dal loro passaporto. Fino a quando si rimarrà schiacciati sulla contrapposizione tra retoriche razziste e antirazziste, l’esito, in un momento storico come questo, sarà scontato ed è già sotto gli occhi di tutti. Non solo in Italia.

Detto ciò, il libro di Concetto Vecchio è utile e bello. Andrebbe proposto nelle scuole, per tutti quelli che non sanno, che vogliono sapere e che intendono conoscere agilmente una pagina della nostra storia: ma occorre guardarsi dall’illusione che possa cambiare le prospettive di chi è convinto che gli africani debbano essere lasciati morire nel Mar Mediterraneo. La memoria non basta e la sua retorica, in una qualche misura, può persino fare danno.

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