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Dal numero 4/19
Quello che vuole la televisione
rubrica
  • Culture

Altro che social, altro che Netflix. Pur nella pluralità delle possibili fonti informative offerte da uno scenario mediale ormai compiutamente digitale, è ancora la «classica» televisione lineare e di flusso, sia tematica sia soprattutto generalista, a occupare un ruolo cruciale rispetto alla messa in quadro (e talvolta in discussione) di quanto accade fuori, nel mondo, a definire i tempi e le modalità di un discorso sempre aperto, a impegnarsi nella costruzione di un sapere (socio-culturale, politico) almeno in parte condiviso. La televisione, per farla breve, «fa opinione». Si tratta di uno dei compiti che la tv si è data (e si è presa) fin dai primi anni, trasversale ai tre pilastri del servizio pubblico come prima definito dall’inglese Bbc e quindi adottato da gran parte dell’Europa continentale: il piccolo schermo deve «informare, educare e intrattenere» (to inform, to educate, to entertain) in parti uguali, e la potenza del medium sembra stare nella stretta connessione tra i primi due obiettivi (si veda, per uno sguardo comparativo, J. Bourdon, Il servizio pubblico. Storia culturale delle televisioni in Europa, trad. it. Vita e Pensiero, 2015). Nel frattempo, lo sviluppo dei network statunitensi, da subito inseriti in una logica di mercato, e la commercializzazione progressiva dei sistemi mediali europei indicava la rilevanza pure del terzo pilastro, l’intrattenimento, che proprio nell’istante in cui pareva metterli in secondo piano in realtà rafforzava i due altri obiettivi.

La televisione concede ampio spazio a una grande varietà di posizioni e opinioni, spettacolarizzandole, drammatizzandole, limitandosi talvolta a fare da sfondo e occupando in altri casi il ruolo di attore. Con il rituale quotidiano del telegiornale o con gli spazi informativi 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, delle reti all news, dispone i fatti del giorno in una gerarchia, dettando almeno in parte l’agenda pubblica (o contribuendo a rafforzarla). Con i numerosi talk show politici aiuta a fare il punto della situazione e a chiarire le posizioni in campo. Con i generi meno specializzati come l’infotainment dei contenitori mattutini e pomeridiani aggiunge interviste, approfondimenti, fatti e opinioni tra i possibili ingredienti da dosare con consumata attenzione. E tutto concorre, in modi e tonalità diverse, a definire uno spazio informativo che può diventare persuasivo, nell’intensità della campagna elettorale (spalmata sempre più a lungo) come nella quotidianità più lenta, se vogliamo banale e ripetitiva, del racconto dell’azione di governo o del ruolo dell’opposizione.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 4/19, pp. 582-589, è acquistabile qui

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