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Londra, 2/9/2019
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  • lettere internazionali

Lo strappo di Boris Johnson. La crisi britannica aperta ormai tre anni fa dal referendum sulla Brexit si è trasformata in una crisi istituzionale e democratica. L’impasse creatasi sotto il governo di Theresa May aveva segnalato un Parlamento spaccato e la mancanza di una maggioranza in grado di sostenere le varie opzioni sul tavolo – dall’accordo allora stipulato, al secondo referendum, fino all’opzione nucleare della hard Brexit.

Il cambio al vertice del partito conservatore e, dunque, a Downing Street, non ha cambiato la situazione: Boris Johnson ha sempre dichiarato di volere un'uscita britannica secondo termini a lui congeniali, o un no deal; opzione questa, però, per la quale non disporrebbe di una maggioranza in Parlamento. Ecco dunque l’escamotage: chiudere Westminster durante i colloqui con la Ue e arrogarsi, di fatto, il diritto di decidere.

Per far ciò, Johnson ha usato un meccanismo perfettamente legale, la cosiddetta prorogation. Nella normativa britannica, la Regina – lei, nominalmente, ma in realtà il primo ministro – ha la facoltà di sospendere il Parlamento; le proposte di legge non ancora votate vengono normalmente cancellate e una nuova fase di azione politica, e con essa una nuova sessione parlamentare, cominciano con il “Queen’s Speech”, un discorso programmatico davanti al Parlamento. Il problema della mossa di Johnson dunque non sta nell’atto, parte integrante dei meccanismi istituzionali di Westminster, ma nelle modalità e nelle tempistiche. Normalmente la prorogation è un fatto di qualche giorno. In questo caso invece si tratta di oltre un mese, dall’inizio della prossima settimana fino alla metà di ottobre. Secondo Downing Street non vi è scandalo, perché è consuetudine che a settembre il Parlamento vada in pausa – recess – per consentire le conferenze programmatiche dei maggiori partiti, che si tengono annualmente dopo l’estate. Il recess è però una decisione del Parlamento, non certo una sospensione imposta dall’esecutivo.

L’obiettivo è ridurre al minimo l’attività legislativa prima della deadline della Brexit (il 31 ottobre) ed escludere il Parlamento, presentandosi alla Ue come unico interlocutore e imporre un accordo favorevole a Londra. Il calcolo, basato più su spavalderia e tracotanza che su dati reali, è che Bruxelles, sapendo che il Parlamento britannico non potrebbe a quel punto fermare una hard Brexit, finirebbe per accettare le nuove condizioni dettate da Boris Johnson.

Si tratta di una scommessa molto probabilmente destinata a fallire, come potrebbe spiegare chiunque conosca un poco il modus operandi della Ue al tavolo delle trattative – un agente eminentemente razionale, che valuta sopra ogni cosa il suo capitale reputazionale e con una chiara visione dei rapporti di forza. Ma non è questo il punto. Johnson non teme la hard Brexit: certo, sarebbe disastrosa per il Regno Unito, ma i capri espiatori – Europa e Parlamento – sono già pronti. Di fatto il primo ministro indica al popolo che il Parlamento è un nemico interno che lavora per la Ue e contro gli interessi britannici. È uno strappo drammatico, una sfida alla democrazia parlamentare, che mette in contrapposizione un fantomatico “popolo” e il Parlamento – che in realtà rappresenta in maniera approssimativa ma relativamente fedele i sentimenti della popolazione: chi in favore del no deal, chi in favore di una soft Brexit, chi contrario a essa.

In tutto questo, va per altro notato che Johnson ha rimpiazzato Theresa May attraverso il voto di qualche migliaio di iscritti del partito conservatore. La democrazia britannica non prevede un voto di fiducia e quindi il primo ministro è nel pieno dei suoi poteri, ma la chiusura del Parlamento precluderebbe anche un voto di sfiducia, che sembra a questo punto quantomeno possibile, data la ribellione di alcuni deputati Tory contro le tendenze “tiranniche e dispotiche” – per richiamare le espressioni utilizzate dal solitamente compassato “Financial Times”  – di “BoJo”. Anche questo potrebbe però non bastare, nel caso non si riuscisse a formare un nuovo governo (data la miope opposizione dei LibDem a un governo Corbyn che andrebbe in carica semplicemente per chiedere una proroga alla Ue e convocare nuove elezioni). Il governo sfiduciato rimarrebbe in carica, e, pur senza alcun mandato democratico, Johnson ha già chiarito che imporrebbe una hard Brexit, a meno che la Ue non accetti il suo diktat. D’altronde, Johnson sembra far intendere che il suo mandato politico e la fonte della sua legittimità scaturiscano dal risultato del referendum e non dal fatto di avere, forse, una maggioranza parlamentare, e si pone come unico rappresentante degli interessi del “popolo”. Un precedente inquietante che mette a rischio le fondamenta stesse della democrazia britannica.

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