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Tunisi, 1/8/2019
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  • lettere internazionali

Essebsi: prima e dopo un funerale di Stato. Visto che è andata bene, nessuno oggi parlerà dei sospetti che hanno preceduto la morte del presidente tunisino Essebsi, né dei timori che hanno accompagnato un delicato passaggio di potere e degli impegnativi funerali di Stato. Béji Caid Essebsi aveva novantadue anni ed era stato ricoverato recentemente in ospedale, per poi uscirne e firmare regolarmente l’atto di convocazione delle prossime elezioni legislative. Ma c’era un altro atto che avrebbe dovuto firmare: quello di promulgazione della nuova legge elettorale che introduceva importanti emendamenti a quella precedente, tra cui la soglia di sbarramento del 3% e l’esclusione di candidati “che hanno svolto nell’anno precedente attività vietate ai partiti politici” – in particolare pubblicità politica e beneficenza. Il presidente non lo ha firmato, ma nemmeno ha fatto ricorso alle opzioni alternative di cui disponeva: rinvio del testo alla Camera o indizione di un referendum. Ha semplicemente lasciato trascorrere, nel silenzio totale, i termini stabiliti. Uno strappo che ha immediatamente fatto esplodere un dibattito infuocato tra politici e costituzionalisti tanto sulla legittimità dell’agire presidenziale quanto sulle sue conseguenze. In questa atmosfera incandescente, tutti attendevano la tradizionale allocuzione alla nazione prevista per il 25 luglio, festa della Repubblica, in cui certamente Essebsi avrebbe motivato il suo gesto. Ma la mattina del 25 luglio, i tunisini hanno invece ricevuto l’annuncio della morte del loro presidente per intossicazione alimentare.

Tanto nel palazzo quanto nelle strade le reazioni sono state straordinariamente composte. L’intoppo procedurale, rappresentato dall’assenza di una Corte costituzionale abilitata a constatare la vacanza definitiva della carica di presidente della Repubblica – non ancora insediata –, è stato superato tramite il ricorso consensuale all’istanza provvisoria di controllo della costituzionalità dei progetti di legge. Nel giro di poche ore, il presidente della Camera Mohammed Ennacer ha prestato giuramento come presidente ad interim e ha calendarizzato le nuove elezioni presidenziali. Per le solenni esequie l’organizzazione securitaria è stata tanto efficace quanto discreta: la Tunisia sembra essersi definitivamente sbarazzata del vecchio riflesso autoritario del coprifuoco. Per la prima volta dalla rivoluzione del 2011, nessuno ha soffiato sul fuoco del conflitto istituzionale o del malcontento popolare: non tra le forze politiche, non sui media, non nelle piazze o nelle moschee. Testimonianza della maturità democratica del popolo, è stata l’unanime spiegazione almeno fino a quando Mohamed Abbou, uno dei candidati alle presidenziali, ha ammesso che «nessuno aveva interesse a farlo». Non coloro che avevano presentato la nuova legge e che sono al governo, non coloro che la osteggiavano e che hanno avuto partita vinta. Se in molti sono convinti che questi ultimi hanno approfittato dell’incapacità di agire del presidente negli ultimi giorni della sua vita, è probabile che la lezione verrà ricordata in futuro. Intanto alcune questioni importanti emergono fin da oggi.

La prima riguarda il rapporto tra sfera politica e società civile. Gli emendamenti, se approvati, avrebbero bloccato in particolare la candidatura di Nabil Karoui, uomo d’affari, proprietario di uno dei principali canali tv del Paese (Nessma) che amplifica le sue plateali elargizioni benefiche. È lapidaria Imen Ben Mohamed, che conosce bene anche gli affari di casa nostra, essendo stata eletta deputata nella circoscrizione italiana: «Non possono competere con i partiti politici – sottoposti per legge a controlli sui finanziamenti privati ed esclusi da quelli esteri – le associazioni che invece possono godere senza limiti degli uni e degli altri. Chi vuole candidarsi faccia un partito e rispetti le regole del gioco».

La seconda riguarda il declino degli umori presidenzialisti tipici della vita politica tunisina dall’indipendenza a oggi. Essebsi il meglio di sé lo aveva dato nel 2011 come primo ministro incaricato di traghettare il Paese alle elezioni dopo la rivoluzione, e nel 2014 quando portò il suo partito Nidà Tounès al compromesso storico con il partito islamista Ennahdha di Rashid Gahnnushi, il quale oggi ricorda che «l’accordo come metodo di governo ha risparmiato alla Tunisia i conflitti dei Paesi vicini». Passerà alla storia per questo, non per il suo operato come presidente della Repubblica, autore di gesti più simbolici che effettivi: il ritorno della statua di Burghiba nel centro di Tunisi e la proposta di legge sulla parità tra uomini e donne in materia di eredità, rimasta lettera morta. Il suo funerale è stato seguito da tante persone, ma non dalle folle oceaniche che hanno accompagnato le esequie di Belaid e Brahmi, vittime di omicidi politici. Non aveva più dietro di sé il popolo che lo aveva acclamato come l’erede di Burghiba e le donne che lo avevano votato contro la minaccia fondamentalista. Alla fine forse la frase più sincera è stata quella di Rashid Ghannushi: «Ho perso un amico». Lo stesso Ghannushi oggi si candida al Parlamento e non alla presidenza della Repubblica: un chiaro segno di dove Ennahdha collochi il baricentro del potere.

Infine c’è la politica estera, prerogativa del presidente della Repubblica. Ai funerali erano in primo piano esponenti di spicco dell’area mediterranea e mediorientale: Spagna e Portogallo, Algeria e Marocco, Libia e Palestina, Qatar. Un’attenzione speciale è stata riservata al presidente francese Macron. E molti si sono interrogati sulla presenza defilata dell’Italia a un consesso che l'avrebbe volentieri accolta da protagonista.

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