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Londra, 29/7/2019
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  • lettere internazionali

L’ultimo primo ministro britannico? La nomina a primo ministro di Boris Johnson non è un fulmine a ciel sereno, quanto piuttosto il compimento finale della drammatica parabola iniziata col governo Cameron e passata attraverso il referendum sulla Brexit. Nulla, ora, sarà più come prima.

Le similitudini tra la resistibile ascesa di Johnson e quella di Trump sono lo specchio delle traiettorie prese da repubblicani e conservatori: due partiti tradizionali e storici baluardi dell’establishment, soprattutto in Gran Bretagna. Due partiti che pure attraverso diverse difficoltà elettorali, sono stati la forza propulsiva dell’egemonia liberista, iniziata non a caso col duo Reagan-Thatcher. E due partiti non proprio “moderati”: entrambi non si sono fatti scrupolo di attaccare a testa bassa lo status quo precedente e le istituzioni del capitalismo democratico, conducendo una lotta di classe di inusitata violenza per la seconda metà del secolo. Ma di fronte alla crisi politica ed economica del modello da loro creato e supportato, sono stati i primi partiti tradizionali a ribaltare la loro storia per abbracciare, non senza molte resistenze interne, opzioni politiche populiste e demagogiche.

Il dato interessante è che la spinta per la trasformazione è avvenuta dall’esterno. Nel caso dei repubblicani, fu l’affermarsi del Tea Party e della sua foga “anti-establishment” (molto più a parole che nei fatti) ad aprire la strada ad un outsider come Trump. Nel Regno Unito, invece, è stato Nigel Farage a trascinare i conservatori nel caos odierno, prima cominciando a soffiare sul mai sopito anti-europeismo di una certa parte della società inglese, poi cominciando a mietere consensi tra gli “arrabbiati” del post-crisi (anche qui con una sorta di campagna “anti-casta”). Per disinnescare il pericolo, l’allora primo ministro Cameron propose il referendum sulla Brexit. Una mossa da arruffa-popoli fatta però da un dilettante della politica – quale, va detto, Cameron in effetti era: un “bamboccione”, per dirla come Padoa-Schioppa, figlio di una famiglia ricca e influente, la cui carriera politica è stata un percorso senza ostacoli ed apprendistato. L’impasse sull’uscita dall’ Ue ha poi permesso a Farage di creare un nuovo partito che aveva il dichiarato obiettivo di obliterare i Tories, troppo cauti sulla Brexit.

La riposta è stata sorpassare a destra Farage e il suo Brexit Party. E chi meglio di Boris Johnson era l’uomo adatto alla missione. Johnson, come Cameron – e come una grande fetta dei deputati conservatori – è figlio del privilegio: famiglia ricca, educazione “aristocratica” nel sistema scolastico e universitario più classista dell’Occidente. Al contrario di molti suoi colleghi di partito non è però privo di appeal politico: carismatico, gradasso, quando parla è un misto di battute fuori luogo e gaffe imbarazzanti. Le similitudini con Trump non sono solo politiche ma anche antropologiche. Uomini le cui uniche battaglie sono quelle nel proprio interesse, privi di un sistema valoriale e di una idea del mondo che possa andare oltre il vantaggio personale.

Fino a poco tempo fa, un personaggio del genere sarebbe stato inconcepibile nell’austero panorama politico inglese, che è però ormai in bancarotta. Quello che per decenni è stato considerato il sistema politico-elettorale più stabile del mondo è entrato in crisi nel momento in cui i due partiti tradizionali hanno perso la capacità di comunicare e rappresentare i propri elettori. La Brexit ha aggravato questa situazione: tanto la May che Corbyn hanno tentato di mantenere un partito tradizionale, il cui riferimento politico fossero valori, idee, policy. Partiti, cioè, che guardassero oltre la Brexit e parlassero al corpo elettorale tutto. Per Johnson, invece, il puntare sulla Brexit senza se e senza ma, cioè senza una visione complessa del mondo, era l’opzione migliore per far avanzare la sua leadership: le conseguenze per il suo partito e per il suo Paese non sono state nemmeno prese in considerazione. L’uscita dalla Ue si è trasformata nell’unico tema rilevante: i conservatori sono diventati il partito dei Leavers, costringendo di fatto il Labour a schierarsi come il partito del Remain, nonostante tutti i dubbi di Corbyn. Un cleavage per molti versi pre-politico, perché senza mediazioni possibili rischia di destabilizzare tanto le fondamenta democratiche quanto l’integrità territoriale del Regno Unito. Come recitava una fortunata copertina del Sun di qualche decennio fa: “Will the last person to leave Britain please turn out the lights?”.

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