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Qualche riflessione sul primo dibattito tra i candidati dem
Dem a confronto
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Mancano 220 giorni a martedì 3 febbraio 2020, primo appuntamento delle primarie democratiche che come da tradizione si apriranno con i caucus dell’Iowa per chiudersi il 13-16 luglio 2020 con la convention nazionale di Milwaukee, Wisconsin. Ma la corsa alla nomination è entrata nel vivo già da qualche settimana: dei ventisei candidati risultati a oggi idonei, i venti candidati col coefficiente più alto tra indice di gradimento e fondi raccolti sono stati ammessi al primo dibattito televisivo del 26-27 giugno.

Il dibattito, ospitato dall’Arsht Center di Miami e trasmesso da Nbc, Msnbc e Telemundo, è stato necessariamente diviso in due serate, ciascuna con dieci candidati a fronteggiarsi davanti a un pubblico di circa 15 milioni di cittadini americani, tra tv e streaming. Il primo aspetto che merita di essere sottolineato, poiché di portata storica, è senz’altro il numero di donne in corsa. Se in quasi 250 anni di storia prima di Hillary Clinton solo quattro candidate avevano preso parte al dibattito televisivo (le democratiche Shirley Chisholm nel 1972 e Moseley Braun nel 2004 e, a seguire, le repubblicane Michelle Bachmann nel 2012 e Carly Fiorina nel 2016), nel primo dibattito democratico si sono sfidate sei candidate, tre per serata: la deputata Tulsi Gabbard con le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klochubar nella prima serata; e le senatrici Kamala Harris e Kirsten Gillibard con la scrittrice Marianne Williamson nella serata di ieri.

Dopo i risultati del midterm dello scorso novembre, che hanno sancito l’ingresso nel Congresso di 113 congresswoman, di cui dieci senatrici, quella della partecipazione femminile sembra una tendenza sempre più marcata. Ed è una tendenza intergenerazionale, se consideriamo come nel 1981, anno di nascita della candidata più giovane, la deputata delle Hawaii Tulsi Gibbard, la più anziana delle candidate, la settantenne Elizabeth Warren, iniziava la sua carriera da professoressa di legge all’Università del Texas.

Sul tema del rinnovamento generazionale hanno inevitabilmente fatto leva i candidati più giovani contro i tre candidati più anziani, che peraltro raccolgono tutti insieme circa il 70% delle preferenze secondo gli ultimi sondaggi del 19 giugno: Joe Biden (38%), Bernie Sanders (19%) ed Elizabeth Warren (13%). Il deputato della California Eric Swalwell, trentottenne nato in Iowa e secondo candidato più giovane in corsa, si è scontrato con l’ex vicepresidente e secondo candidato più anziano dopo Sanders, usando l’espressione “pass the torch” (passare il testimone), che riprende l’espressione usata trentadue anni prima dall’allora candidato presidente in un discorso alla Convention democratica della California, in cui chiedeva di lasciare il testimone a una nuova generazione di politici americani. La stessa formula è stata poi ripresa sempre da Swalwell fronteggiando un altro senior, Bernie Sanders, sulla centralità dell’emergenza climatica nel rispetto delle giovani generazioni.

Il super-favorito Joe Biden, che secondo tutte le rivelazioni in caso di nomination staccherebbe Trump di diversi punti percentuali nel voto popolare, è stato il bersaglio di un’altra delle candidate che si sono messe in mostra nella seconda serata di Miami. In uno dei momenti più accesi del dibattito, Kamala Harris, senatrice cinquantatreenne della California di origini indiane e giamaicane, già consigliera politica di Hillary Clinton nel 2016, ha accusato Biden di un passato oscuro fatto di accordi politici e legami con alcuni senatori e politici segregazionisti che come lui si opponevano al “busing program”, il trasferimento coatto di studenti neri verso i quartieri bianchi per favorire la desegregazione scolastica. Biden si è difeso rivendicando il suo avvicinamento alla politica proprio grazie al movimento per i diritti civili, ma è apparso troppo incerto e moderato in una rosa di candidati che ha spostato l’asse del partito su posizioni liberali e progressiste, con figure dai trascorsi sempre più inediti ed eccentrici.

Pete Buttigieg, anche lui trentottenne e per qualche mese il candidato dem più giovane, ne è un esempio emblematico. Laureato ad Harvard, veterano della guerra in Afghanistan, sindaco di South Bend, Indiana, e primo candidato presidenziale dichiaratamente omosessuale, insegue Warren sul podio degli indici di gradimento e riesce a difendersi dalla questione più spinosa emersa durante la sua campagna: l’uccisione di un afroamericano per mano di un poliziotto bianco nella sua città. Buttigieg è stato l’unico candidato, insieme a Kamala Harris e ai due “senior”, ad aver parlato per più di dieci minuti sommando i diversi interventi (il newyorchese di origine asiatica Andrew Yang ha parlato per meno di tre minuti).

Nella serata precedente, meno accesa e combattuta e priva per di più dei due candidati più attesi, si è messo in mostra un altro politico “non-white”, il texano Julian Castro, considerato da molti l'unico vincitore del primo dibattito nonostante l’ostica presenza di Elizabeth Warren, una delle candidate più esperte e navigate. Origini messicane e figlio di un'attivista politica chicana, a soli 44 anni già sindaco di San Antonio e segretario all’housing e allo sviluppo urbano nella seconda amministrazione Obama, Castro, come buona parte dei candidati, ha posto al centro del dibattito il tema più caldo del momento, orientando la discussione sulla questione dell’immigrazione e dei diritti dei figli degli immigrati regolari. Unico candidato latino, ha usato provocatoriamente la parola “adios” per preannunciare la fine dell’era Trump il 20 gennaio del 2021, data fissata per la prossima cerimonia di insediamento.

Tra gli altri temi caldi della due-giorni è emerso il consenso unanime dei candidati per la difesa di Obamacare e la sua estensione agli immigrati senza permesso di soggiorno, e un sostegno più esplicito ai diritti del mondo Lgbt (una svolta significativa rispetto alla campagna del 2008 quando nessuno dei candidati democratici era a favore dei matrimoni omosessuali).

Il prossimo dibattito, curato da Cnn, si terrà il 30 e il 31 luglio a Detroit, Michigan, uno degli Stati in cui a sorpresa si è imposto di misura Trump contro Hillary Clinton. I criteri di accesso sono i medesimi del primo, ma si potrebbe già capire se i candidati più deboli, come la scrittrice Marianne Williamson (che è stata la più ricercata su Google dagli spettatori che evidentemente non ne conoscevano il background), si faranno da parte per iniziare a schierarsi con i big che cercheranno di sfidare Trump nel 2020.

 

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