Rivista il mulino

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Dal numero 3/19
Lavoro senza valore
rubrica
  • Culture

Mai quanto oggi, forse, si sente parlare di lavoro, proclamarne la necessità, rivendicarne il diritto – come già avevano fatto le Costituzioni democratiche emanate nel dopoguerra o anche le diverse «Carte dei diritti» di fine Novecento. Ognuno, pervenuto all’età adulta, avrebbe diritto a un posto di lavoro adeguato alla sua formazione e alle sue capacità, mentre la società – e per essa le istituzioni pubbliche di vario grado – sarebbe tenuta a garantirglielo. Alla rivendicazione del posto di lavoro fa però riscontro se non una svalutazione, quanto meno un declino del «valore» attribuito al lavoro in quanto tale. Ciò non deve sorprenderci: l’attribuzione di «valore» al lavoro umano (o, al contrario, la sua negazione) non è affatto scontata; è piuttosto il risultato dell’incrocio di molte variabili che definiscono il ruolo che l’attività lavorativa riveste nella vita dell’individuo e della società, e che hanno avuto storicamente un peso differente.

Diversamente da altre civiltà, la moderna cultura europea è pervenuta nel corso del tempo ad attribuire al lavoro un «valore» preminente, fino a riconoscere in esso la caratteristica distintiva del cittadino, se non addirittura una condizione della cittadinanza e dell’esercizio dei diritti ad essa legati. Ciò è il risultato di un processo al quale hanno variamente contribuito lo sviluppo tecnologico della prima età moderna, la trasformazione delle credenze religiose, la cultura illuministica, l’economia capitalistica, la nascita della società industriale, ma anche – sul versante opposto – la polemica contro il capitalismo e la condanna della stratificazione sociale che ne ha accompagnato la crescita. Il ruolo attribuito al lavoro e il riconoscimento della sua centralità nell’esistenza umana potrebbe perciò a buon diritto essere aggiunto all’elenco delle caratteristiche distintive che nel 1920, nella Premessa ai Gesammelte Aufsätze zur Religionssoziologie, Max Weber rintracciava «nur im Okzident» e nell’etica del moderno mondo europeo – o, meglio, del mondo europeo-americano.

Tra i fattori che hanno contribuito a questo riconoscimento la priorità spetta alla nascita di un sistema produttivo differente sia dall’economia dei latifondi tardo-antichi, soprattutto di età imperiale, sia da quella della società feudale del Medioevo. Com’è ben noto – anche se talvolta si tende a dimenticarlo – l’economia antica, così come quella medievale, si fondava sull’impiego di una manodopera servile, in agricoltura e nel lavoro domestico, priva di diritti politici (anche se talvolta tutelata da leggi apposite). Parecchie attività erano sì affidate ad artigiani liberi, ma anche questi erano esclusi, a causa del carattere manuale del loro lavoro, dall’élite che poteva dedicarsi a qualche occupazione intellettuale o alla vita politica.

All’interno stesso della popolazione «libera» si determinava così una distinzione tra il ceto aristocratico e la massa dei banaúsoi, tra il patriziato e la plebe, più tardi tra l’aristocrazia feudale e la massa contadina. Ciò spiega perché nella Grecia di epoca classica il lavoro abbia ricevuto un riconoscimento culturale assai limitato, e perché la maggior parte delle scuole filosofiche – ad eccezione dei Cinici e degli Stoici – abbia affermato il primato della vita contemplativa rispetto a quella attiva, considerando l’ozio (la scholé) come condizione indispensabile per l’esercizio dell’attività intellettuale, come asseriva Aristotele nella Politica. Né l’avvento del Cristianesimo poté incidere su questa sottovalutazione del lavoro, in particolare del lavoro manuale. Se la creazione del mondo descritta nella Bibbia è l’«opera» di Dio, condotta a termine in sei giorni ai quali fa seguito il meritato riposo che il Signore si concede, il lavoro umano è invece una pena inflitta a causa del peccato della prima coppia, cacciata dal paradiso terrestre in cui era stata collocata in una condizione felice, le cui conseguenze ricadono sull’umanità intera. Il lavoro, con la fatica che l’accompagna, diventa perciò un obbligo non soltanto sociale ma religioso, tant’è vero che san Paolo non esitava a proclamare che «chi non lavora, non mangi» (II Tessal., iii, 8-10); e anche la formula benedettina ora et labora, lungi dal porre le due attività sul medesimo piano, considerava il lavoro come complemento necessario della preghiera, ma pur sempre ad essa subordinato.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 3/19, pp. 357-372, è acquistabile qui

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