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Dal numero 2/19
Sull'Europa dopo il voto
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1. Molto spesso quando si parla di Europa se ne parla con una grande vaghezza. Gli europeisti, il più delle volte, sostengono la necessità dell’Europa, ma riallacciandosi a principi generali. Principi importanti, che però alla fine faticano a trovare ascolto. Anche le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo hanno rischiato di trasformarsi in un voto poco informato, dove sono a confronto due visioni altrettanto superficiali. In questo modo non c’è il rischio di una crescita ancora maggiore delle forze sovraniste e antieuropeiste?

Credo che si stiano creando le condizioni perché, dopo le elezioni europee, ci siano alcuni mesi per affrontare in maniera positiva e propositiva i problemi principali che oggi bloccano l’Europa, impedendone il funzionamento. Dico questo, riallacciandomi alla domanda, perché in effetti si è creata un’aspettativa non basata su dati reali, ma su sensazioni. Un’aspettativa trainata da ciò che sta succedendo nei due grandi Paesi latini europei, l’Italia e la Francia. Così in molti si aspettano di vedere uscire dal voto di maggio una maggioranza populista al Parlamento europeo o almeno che ci sia una minoranza consistente in grado di bloccare tutto. Si presume che, dopo Brexit, dopo l’elezione di Trump, dopo il voto politico in Italia, anche l’Europa prenda la stessa via. E questa è la narrazione sottesa a tutto quello che vanno dicendo i leader politici di questo governo in Italia, ma anche Marine Le Pen; e soprattutto con un ragionamento simile sembra essere autorizzato il trumpismo. Sta diventando un discorso globale che enfatizza sempre di più l’idea che la politica stia cambiando, e stia cambiando verso il populismo.

Tutto ciò è alimentato ulteriormente dall’idea di un’Europa bloccata, ferma, incapace di assumere decisioni importanti sui grandi temi, e dunque disunita, non in grado di fare passi in avanti. Unita soltanto quando le regole fanno sì che sia uno solo a dover parlare, e quindi sulla politica commerciale e monetaria, non sul resto. Questo è il clima che si sta creando in questa campagna elettorale, e lì è concentrata l’attenzione dei media globali – da quelli asiatici a quelli americani a, naturalmente, quelli di casa nostra, essendo l’Italia l’epicentro di questo fenomeno. Ma io penso che non andrà così, penso che queste aspettative verranno disattese dal voto e che il giorno dopo il Parlamento europeo avrà un panorama che sarà molto diverso dall’attuale e da quello che per venticinque anni ha governato l’Europa. Non in termini di leadership populista, bensì in termini di spostamento di consensi, dai socialisti ai Verdi, e dai popolari ai liberali: si va, sostanzialmente, verso un quadripartito europeo. Dalla grande coalizione che ha retto l’Europa per venticinque anni – quella tra popolari e socialisti – sono emersi tutti i leader europei: pensiamo ai presidenti della Commissione europea, del Consiglio europeo, del Parlamento europeo. Una trentina di persone in tutto che hanno rappresentato in venticinque anni le leadership dell’Europa. C’è stata un’unica eccezione, quella di un liberale irlandese, Pat Cox, che fu eletto presidente del Parlamento europeo quasi per «sbaglio» nei primi anni Duemila. Fatta eccezione per questo caso isolato che conferma la regola, tutto è stato costruito attraverso un accordo tra i due grandi partiti, compreso l’ultimo gruppo con Schulz, Tusk, Juncker.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 2/19, pp. 305-311, è acquistabile qui]

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